TERMOLI. «Denunciate, donne. Denunciate».
È la frase che da mesi, da anni, sentiamo ripetere in televisione, sui giornali, nelle campagne di sensibilizzazione, nei convegni e sui social, una parola diventata quasi il ritornello di ogni storia di violenza, come se dire a una donna di denunciare fosse già, in qualche modo, una risposta al problema.
Hai paura? Denuncia. Ti minaccia? Denuncia. Ti perseguita? Denuncia. Ti fa sentire in pericolo? Denuncia.
Giusto, sacrosanto. Ma poi?
Perché è proprio quel “poi” che troppo spesso sembra perdersi per strada. E allora quella parola, che dovrebbe rappresentare una possibilità concreta di protezione e di giustizia, rischia di diventare soltanto uno slogan, bellissimo da pronunciare e condividere, ma molto più difficile da trasformare in qualcosa di concreto quando una donna, dopo aver trovato il coraggio di parlare, si ritrova davvero davanti a qualcuno a cui affidare la propria paura.
Perché una denuncia non è una frase pronunciata davanti a un microfono e nemmeno una parola da inserire in una campagna di sensibilizzazione: è una donna che decide di raccontare quello che sta vivendo, spesso dopo aver passato giorni, settimane o mesi a chiedersi se parlare sia davvero la scelta giusta, con il timore di non essere creduta, di peggiorare la situazione o di non essere protetta.
E quando finalmente lo fa, si aspetta che dall’altra parte ci sia qualcuno disposto ad ascoltare, a comprendere la gravità di quello che sta raccontando e, soprattutto, a prendere sul serio la sua paura.
La cronaca, purtroppo, ci ha raccontato troppe volte storie di donne che avevano parlato, che avevano chiesto aiuto, che avevano segnalato comportamenti pericolosi e che, in alcuni casi, avevano denunciato più volte, senza che questo fosse sufficiente a impedire l’irreparabile.
Donne che avevano già fatto quello che continuano a chiedere loro di fare.
E alcune di quelle donne oggi non possono più raccontare niente.
È questo il punto che fa male e che dovrebbe obbligarci a riflettere, non per sostenere che denunciare sia inutile, perché denunciare resta necessario, ma per smettere di raccontare alle donne che il problema finisca nel momento stesso in cui trovano il coraggio di parlare.
Perché parlare è soltanto il primo passo, mentre tutto quello che viene dopo riguarda anche gli altri: le istituzioni, le Forze dell’ordine, la giustizia, i servizi e, più in generale, una società che non può limitarsi a chiedere alle donne di essere abbastanza coraggiose da denunciare, salvo poi lasciarle sole con le conseguenze di quella scelta.
E soprattutto riguarda chi, in quel preciso momento, si trova davanti una donna che ha paura.
Perché cosa succede quando quella donna finalmente trova il coraggio di chiedere aiuto e dall’altra parte trova qualcuno che, invece di farla sentire protetta, la fa sentire sbagliata?
«Il problema sei tu».
Lo abbiamo già sentito in tante forme, alcune diventate quasi normali nel linguaggio quotidiano: «Avevi la gonna troppo corta», «te la sei cercata», «perché hai risposto?».
Sono parole diverse, ma hanno tutte lo stesso effetto, perché spostano l’attenzione da chi ha agito a chi ha subito e trasformano la vittima in qualcuno che deve spiegare il proprio comportamento prima ancora che venga affrontato quello di chi l’ha minacciata o aggredita.
E se a pronunciarle è proprio chi ti dovrebbe proteggere, qui il condizionale è d’obbligo, allora il problema diventa ancora più grave, perché se dall’altra parte c’è una donna già ferita, anche psicologicamente, l’uomo che dovrebbe rappresentare per lei un punto di riferimento e di sicurezza rischia, con una frase sbagliata, di aggiungere un’altra ferita a quelle che già porta addosso.
Perché non servono altre botte per fare male.
A volte basta una frase per far sentire una persona stupida per aver chiesto aiuto, per farle pensare che avrebbe dovuto tacere, non rispondere, non reagire o semplicemente comportarsi in un altro modo, fino ad arrivare alla domanda più devastante di tutte: «Forse il problema sono io».
Ed è proprio questo che torna alla mente dopo una vicenda emersa nelle scorse ore a Termoli e raccontata attraverso una testimonianza pubblicata in un gruppo Facebook locale.
Una giovane donna, secondo quanto riferito, dopo una discussione nei pressi della stazione avrebbe ricevuto una minaccia da parte di un uomo e, di fronte a quella situazione, avrebbe chiesto aiuto a un agente presente sul posto.
Poi, sempre secondo il racconto, una risposta che avrebbe finito per farla sentire ancora più sola e arrabbiata, tanto da arrivare successivamente in una farmacia in lacrime, dove avrebbe trovato la solidarietà di alcune donne e anche di un uomo che, stando alla testimonianza, avrebbe scelto semplicemente di starle accanto.
Non eravamo lì, non conosciamo ogni dettaglio di quello che è accaduto e non sappiamo cosa sia successo prima e dopo; soprattutto, non è nostro compito stabilire responsabilità sulla base di una testimonianza affidata ai social, ma possiamo parlare di quello che quella testimonianza ha lasciato emergere: una giovane donna che, dopo aver cercato aiuto, si sarebbe ritrovata a chiedersi se il problema fosse davvero lei.
Ed è forse questa la parte più amara, perché una persona spaventata non dovrebbe essere costretta a dimostrare di aver reagito nel modo perfetto per meritare ascolto, né dovrebbe sentirsi dire che avrebbe potuto evitare quello che è successo se soltanto fosse stata più prudente, più silenziosa, meno risoluta o semplicemente diversa.
Possiamo insegnare alle donne a stare attente, a non rispondere, a non uscire da sole, a cambiare strada, a telefonare a qualcuno, a non fidarsi, a evitare determinate situazioni; lo facciamo continuamente e, forse, siamo talmente abituati a farlo che non ci accorgiamo più dell’assurdità di fondo.
Perché dobbiamo insegnare sempre alle donne come evitare la violenza, invece di insegnare agli uomini a non usarla?
È questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, senza confondere la prudenza con la responsabilità e senza trasformare ogni riflessione sulla sicurezza in un processo alla vittima.
Quando una persona chiede aiuto perché si sente minacciata, le parole contano, e contano tantissimo, perché potrebbe essere la prima volta che quella persona trova il coraggio di parlare, la prima volta che decide di non far finta di niente, la prima volta che riesce a dire ad alta voce «ho paura».
E se proprio in quel momento qualcuno le fa pensare di essere lei il problema, cosa resterà della prossima denuncia?
Ecco perché quel «Denunciate, donne» non può essere lasciato lì, sospeso nell’aria come uno slogan buono per ogni occasione, perché dire a una donna di denunciare è facile, mentre molto più difficile è esserci dopo, ascoltare senza giudicare, capire che dietro una denuncia può esserci una persona terrorizzata che sta facendo uno degli sforzi più grandi della propria vita e, soprattutto, evitare che quella stessa persona esca da una stanza pensando che forse sarebbe stato meglio tacere.
Allora sì, continuiamo a dire «denunciate», ma abbiamo il dovere di completare quella frase: denunciate, donne, e noi vi ascolteremo; denunciate e prenderemo sul serio quello che raccontate; denunciate e valuteremo il pericolo; denunciate e proveremo a proteggervi; denunciate e non vi faremo sentire colpevoli perché avete avuto paura.
Perché una donna che denuncia ha già fatto la sua parte e, da quel momento, la responsabilità non può ricadere soltanto sulle sue spalle.
Tocca alle istituzioni, a chi deve intervenire, a chi deve ascoltare, a chi deve proteggere e a una società intera che dovrebbe smettere di chiedere alle donne di essere contemporaneamente prudenti, forti, attente, preparate, capaci di difendersi e abbastanza coraggiose da denunciare, mentre agli uomini continuiamo troppo spesso a chiedere molto meno.
Perché uno slogan è facile, mentre la protezione è una cosa molto più seria, concreta e difficile, e la differenza tra le due cose può diventare enorme quando dall’altra parte c’è una donna che sta chiedendo semplicemente di essere aiutata.
Forse è arrivato il momento di smettere di chiedere soltanto alle donne di trovare il coraggio di denunciare e di cominciare a chiederci se noi, dall’altra parte, abbiamo il coraggio di essere all’altezza di quella denuncia.
Perché una donna che trova la forza di parlare non dovrebbe mai uscire da una stanza pensando di aver sbagliato a farlo; dovrebbe uscire sapendo di essere stata ascoltata, presa sul serio e protetta.
E soprattutto dovrebbe poter tornare a casa con una certezza: aver chiesto aiuto è stata la scelta giusta.
Alberta Zulli
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