*Nella foto Giovanni Brugnoli, presidente della Fondazione Imprese e competenze per il Made in Italy

Dalla riforma 4+2 agli Its fino al liceo del Made in Italy: come sta cambiando il rapporto tra scuola e imprese per formare i professionisti del futuro.

Dietro ogni prodotto simbolo del Made in Italy c’è una storia che raramente finisce in etichetta. È la storia delle competenze di chi progetta, realizza, perfeziona e tramanda un sapere che spesso attraversa generazioni. Un patrimonio che vale quanto i marchi, le filiere e i distretti produttivi che hanno reso l’Italia una potenza manifatturiera. In un’epoca segnata dall’accelerazione tecnologica e dall’intelligenza artificiale, la sfida non è soltanto innovare, ma garantire che questo patrimonio continui a evolvere. Per capire come scuola, imprese e territori possano contribuire a questo percorso, abbiamo intervistato Giovanni Brugnoli, presidente della Fondazione Imprese e competenze per il Made in Italy.

Quanto sono decisive competenze, know-how e cultura d’impresa nel determinare la competitività del Made in Italy?

Senza competenze che si rinnovano costantemente non si rinnova neppure il modello che genera successo e benessere per il Paese. I dati economici degli ultimi anni lo confermano. Pensiamo a quanto accaduto nel post-Covid: nel giro di una notte abbiamo dovuto ripensare il modo di studiare e lavorare, aprendo la strada alla digitalizzazione e, oggi, all’intelligenza artificiale. Se compresa e utilizzata correttamente, l’AI rappresenta un’opportunità e non una minaccia.

L’Italia sta investendo abbastanza sulla formazione delle nuove generazioni?

La scuola sta compiendo passi importanti. Penso alla riforma dell’istruzione tecnica ‘4+2’, che collega quattro anni di scuola superiore a due anni di Its, consentendo alle imprese di avere a disposizione giovani altamente qualificati con un anno di anticipo. I primi risultati della sperimentazione sono incoraggianti. Un’altra iniziativa significativa è il nuovo percorso liceale del Made in Italy, che offre una conoscenza ampia del sistema produttivo nazionale attraverso materie economiche, giuridiche e tecniche.

È la dimostrazione che il Paese ha compreso la necessità di aggiornare costantemente i profili professionali richiesti dalle imprese. Inoltre, le aziende sono oggi coinvolte direttamente nei percorsi formativi, mettendo a disposizione manager e imprenditori come figure di supporto alla didattica. È un modello vincente per tutti.

L’intelligenza artificiale sta ridefinendo professioni e modelli organizzativi. Quali competenze ritiene davvero ‘future-proof’?

Le competenze tecniche che combinano capacità manuali e intellettuali sono sicuramente tra quelle più difficili da sostituire. Tuttavia, non credo che l’AI eliminerà il lavoro umano: piuttosto ne trasformerà alcune funzioni.

Per questo è importante sviluppare un atteggiamento positivo e consapevole nei confronti dell’innovazione. Le competenze tecniche restano centrali, ma sarà altrettanto fondamentale saper interpretare il cambiamento e utilizzarlo per aumentare il valore del proprio lavoro.

La Fondazione nasce per rafforzare il collegamento tra formazione e sistema produttivo. Quali sono gli strumenti più efficaci per evitare che questo resti solo un obiettivo sulla carta?

Servono iniziative concrete e continuative. Stiamo portando avanti un Job Day itinerante che coinvolge gli studenti delle classi terze, quarte e quinte delle scuole superiori. Durante questi incontri mettiamo in contatto diretto i ragazzi con imprenditori, associazioni di categoria, Camere di Commercio e rappresentanti delle istituzioni locali. Abbiamo già realizzato tre tappe e ne sono previste altre sei entro la fine dell’anno.

È un modo concreto per avvicinare i giovani al mondo del lavoro e aiutarli a comprendere le opportunità presenti nei loro territori. Grazie alla partecipazione delle agenzie per il lavoro, i ragazzi hanno inoltre la possibilità di sostenere veri colloqui di lavoro, vivendo un’esperienza diretta e formativa che li prepara ad affrontare con più consapevolezza il proprio percorso professionale.

Quale ruolo possono avere le Pmi, che rappresentano il cuore del tessuto produttivo italiano, nella formazione delle nuove generazioni?

Le piccole e medie imprese custodiscono competenze, specializzazioni e tradizioni che costituiscono il vero patrimonio produttivo del Paese. Attraverso stage, percorsi di alternanza scuola-lavoro e collaborazioni con gli istituti scolastici possono contribuire in modo determinante alla formazione dei giovani, trasferendo conoscenze che difficilmente si apprendono esclusivamente in aula.

I distretti industriali italiani possono diventare veri ecosistemi educativi e non solo produttivi?

In realtà lo sono già. Con l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro il numero di studenti coinvolti nei percorsi formativi in azienda è passato, in pochi anni, da circa 250mila a oltre un milione e mezzo. Questo ha trasformato i distretti industriali anche in luoghi di formazione e orientamento. Le imprese non sono più soltanto centri produttivi, ma soggetti che contribuiscono direttamente alla crescita professionale delle nuove generazioni.

Oggi il talento sembra concentrarsi nelle grandi città. Come si può evitare che i territori periferici perdano giovani ambiziosi?

Occorre far conoscere meglio il tessuto produttivo locale. Molte imprese sono concentrate sul fare bene il proprio lavoro, ma comunicano poco ciò che rappresentano e le opportunità che offrono. Prendo l’esempio della provincia di Varese: è una delle realtà manifatturiere più importanti del Paese, eppure molti giovani non conoscono la straordinaria varietà di attività presenti sul territorio.

Per questo è importante rafforzare il rapporto tra scuola e impresa e valorizzare anche il ruolo delle aziende che fanno parte delle grandi filiere produttive. Entrare nella supply chain di un marchio internazionale significa partecipare allo stesso sistema di eccellenza e qualità.

La Fondazione gestisce anche il premio ‘Maestro del Made in Italy’. Cosa significa oggi essere maestri in un mondo che è sempre più digitale?

Con questo premio abbiamo voluto valorizzare imprenditori che si sono distinti non solo per la qualità del prodotto, ma anche per il loro impegno verso il mondo della scuola. I 19 maestri premiati operano in settori molto diversi, dall’agricoltura all’industria, dall’artigianato al turismo, ma condividono una caratteristica comune: la capacità di trasferire il proprio sapere alle nuove generazioni attraverso stage, percorsi formativi e collaborazioni con gli istituti scolastici. Essere maestri oggi significa quindi eccellere nel proprio lavoro e, allo stesso tempo, contribuire alla formazione del capitale umano del Paese.

Come si trasferiscono alle nuove generazioni competenze che spesso sono frutto di decenni di esperienza e tradizione?

Il passaggio generazionale deve diventare una priorità. Chi si avvicina alla pensione dovrebbe avere la possibilità di affiancare e formare le nuove leve, trasferendo competenze ed esperienza. In questo senso potrebbero essere utili ulteriori incentivi per favorire l’assunzione di apprendisti e il loro inserimento accanto ai lavoratori più esperti. È importante però ricordare che il sapere non è mai statico.

Le competenze si tramandano, ma devono continuamente evolversi. Per questo i giovani devono sviluppare un atteggiamento aperto, dinamico e proattivo nei confronti del cambiamento.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2026 (numero 6, anno 9)


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 Beatrice Foresti

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