Il numero uno di Instagram Adam Mosseri ha ammesso che per anni gli strumenti introdotti dalla piattaforma per convincere gli adolescenti a ridurre il tempo trascorso sul social sono stati utilizzati da una percentuale minima degli utenti. Lo ha detto nella sua testimonianza nel processo in corso a Oakland, in California, dove Meta è accusata di avere progettato Instagram e Facebook in modo da favorire un utilizzo compulsivo da parte dei minori, minimizzandone contemporaneamente i rischi davanti al pubblico e ai genitori.
Il procedimento è parte di un’azione avviata complessivamente da 29 Stati americani contro Meta. Al centro del caso ci sono sia le caratteristiche dei prodotti che favoriscono un uso prolungato delle piattaforme, sia la raccolta dei dati di utenti con meno di 13 anni senza il consenso dei genitori, che avrebbe violato la normativa federale sulla privacy dei bambini. Meta respinge le accuse e sostiene di avere investito per anni nella protezione degli adolescenti.
La testimonianza di Mosseri è particolarmente importante perché è la prima di un dirigente di così alto livello nel processo. È atteso sul banco dei testimoni anche il fondatore e amministratore delegato di Meta Mark Zuckerberg. Il processo, iniziato ad agosto davanti alla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers, dovrebbe durare circa sei settimane.
L’intervento
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Uno dei passaggi più delicati riguarda “Take a Break”, la funzione introdotta da Instagram nel 2021 per invitare gli utenti, e in particolare gli adolescenti, a interrompere l’utilizzo dell’app dopo una sessione prolungata. Al Senato americano, Mosseri aveva presentato pubblicamente i primi risultati come incoraggianti, sottolineando che oltre il 90% degli adolescenti che attivavano i promemoria decideva poi di mantenerli. In tribunale è emerso però che appena l’1,8% degli adolescenti aveva attivato la funzione. Mosseri ha riconosciuto che Meta sapeva che l’adozione era molto bassa e che i risultati erano inferiori alle aspettative, anche se ha contestato l’idea che l’azienda avesse deliberatamente cercato di nascondere il problema. Ancora più bassi sono i numeri emersi dalla testimonianza di George Volichenko, ex data scientist del team dedicato al benessere degli utenti di Instagram. Secondo le analisi interne alle quali aveva lavorato, meno dello 0,2% degli adolescenti utilizzava effettivamente le funzioni contro l’uso eccessivo della piattaforma.
L’azienda valutò la possibilità di rendere il promemoria automatico anziché lasciare agli utenti la scelta di attivarlo. Secondo Volichenko, questa soluzione incontrò resistenze interne per il possibile impatto sulle principali metriche di utilizzo della piattaforma. Rendere più aggressivi gli strumenti per limitare il tempo trascorso su Instagram avrebbe potuto ridurre l’engagement, un parametro strettamente collegato alla capacità della piattaforma di mostrare pubblicità. Dal 2024, comunque, la funzione è diventata attiva di default per gli account degli adolescenti.
Le testimonianze si inseriscono in un processo che va ben oltre l’efficacia di una singola funzione. L’accusa sostiene che Meta abbia costruito prodotti capaci di agganciare e trattenere i giovani utenti, raccogliendone i dati e contemporaneamente minimizzando all’esterno i possibili effetti negativi. Nei giorni precedenti aveva testimoniato anche Arturo Béjar, ex responsabile della sicurezza di Meta, secondo il quale l’azienda avrebbe adottato un approccio troppo permissivo nei confronti degli utenti con meno di 13 anni e privilegiato sistematicamente le metriche di utilizzo rispetto alla sicurezza. Anche in Europa Meta è finita sotto pressione per l’efficacia delle misure destinate a impedire l’accesso ai social agli under 13. L’azienda respinge questa ricostruzione. Mosseri ha difeso in aula il lavoro svolto negli ultimi anni, sostenendo inoltre che non esistano prove sufficienti per stabilire un rapporto causale diretto tra l’utilizzo delle sue piattaforme e i problemi di salute mentale dei giovani.
Analisi
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Gli Stati in causa chiedono non soltanto sanzioni economiche, che secondo le stime presentate dai loro legali potrebbero arrivare nell’ordine dei 200 miliardi di dollari, ma anche modifiche sostanziali al funzionamento di Facebook e Instagram. Il processo di Oakland potrebbe quindi avere conseguenze che vanno ben oltre Meta. Al centro della causa c’è una questione che da anni accompagna il dibattito sui social network e i minori: se sia sufficiente offrire agli utenti strumenti per proteggersi o se le piattaforme debbano essere progettate fin dall’inizio per ridurre i comportamenti compulsivi. Il dato emerso su “Take a Break” mostra quanto possa essere grande la differenza tra le due strategie. Uno strumento di sicurezza può funzionare per chi decide di utilizzarlo, ma servire a poco se quasi nessuno lo attiva.
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A cura della Redazione Web
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