Ieri Futuro Nazionale ha pubblicato la seconda delle tre parti del suo programma, quella che inizia da temi come “Difesa” e “Cybersicurezza e Sovranità digitale” e riprende il filo dalla prima che trattava anche di “Esteri, UE, Geopolitica, Sovranità, Cooperazione Internazionale” e “Sicurezza”. Il fatto che questi temi siano considerati separatamente e persino presentati al pubblico in momenti diversi conferma l’approccio sovranista del suo fondatore, Roberto Vannacci, generale incursore dell’Esercito e già addetto militare a Mosca, dopo l’uscita dalla Lega di Matteo Salvini: una visione in cui le forze armate non hanno più come priorità la proiezione esterna, bensì la sicurezza interna.

Il programma è contraddistinto da un forte sovranismo su dossier come spese militari, missioni e procurement. Vi si trova un riferimento all’articolo 11 della Costituzione, che stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali. Viene affermata la contrarietà – Futuro Nazionale «rigetta con fermezza» – all’obiettivo Nato di spesa militare al cinque per cento entro il 2035 e a Safe, lo strumento europeo di prestiti per la difesa, considerato un nuovo debito condizionato dalle priorità di Bruxelles. Il riarmo, semmai, dovrà essere italiano, sostenuto dall’industria nazionale e calibrato sulle «reali necessità strategiche italiane».

C’è poi una particolare attenzione all’uso delle forze armate per «difendere i confini» dall’immigrazione, all’impiego «territoriale», al personale, oltre che una certa prudenza nel coinvolgimento dei militari nelle missioni all’estero: sì all’impegno italiano nella clausola di difesa collettiva dell’articolo 5 della Nato in caso di aggressione a un alleato e al contrasto al terrorismo, no agli interventi militari «avventuristi» o destinati a «esportare la democrazia», privilegiando diplomazia e dialogo. Perché per Futuro Nazionale l’Italia deve riarmarsi, ma non per difendersi da quella che per Vannacci è una «fantomatica» minaccia russa, nonostante Mosca continui da quattro anni e mezzo con l’invasione dell’Ucraina e con interferenze, sabotaggi e altre minacce ibride nei confronti dell’Europa.

Nel documento programmatico ci sono, dunque, alcune caratteristiche ricorrenti dei partiti della destra radicale quando si parla di difesa: focus sulla lotta al terrorismo, sovranismo e riluttanza all’impiego delle forze armate all’estero. Ma emergono anche alcuni tratti nazionali, come l’uso domestico delle forze, il focus sul personale e il no all’aumento delle spese.

Come già osservato su Linkiesta, per Vannacci la priorità per i militari è l’impiego nella sicurezza interna, lungo una linea che ricorda quella di Strade Sicure, la missione avviata nel 2008 che impiega militari per la vigilanza di obiettivi sensibili e per affiancare le forze di polizia. È un impiego ormai consolidato, ma anche discusso e contestato, e comunque diverso dalla funzione primaria delle forze armate: la difesa dello Stato e dei suoi interessi di sicurezza nel contesto internazionale. Ma il programma di Futuro Nazionale va oltre Strade Sicure: prevede che ai militari impiegati nella sicurezza interna siano concessi «specifici poteri e qualifiche giuridiche». Non si parla esplicitamente di arresti, ma il passaggio apre alla possibilità di attribuire alle Forze Armate funzioni di polizia oggi non previste.

E proprio qui la proposta di Vannacci incontra una storia molto più lunga della sua esperienza politica. Un recente studio di Matteo Mazziotti di Celso sull’uso dei militari per la sicurezza interna mostra che dal 1992 al 2024 l’Esercito ha impiegato in media oltre settemila uomini all’anno nelle operazioni sul territorio nazionale, più dei circa cinquemilacinquecento militari mediamente impegnati all’estero. Una presenza continuativa che, secondo il ricercatore oggi all’Institut de recherche stratégique de l’École militaire di Parigi, è altamente insolita tra i Paesi Nato e che avvicina per questo aspetto l’esperienza italiana a quella di diversi Paesi latinoamericani. 

Il paragone con l’America Latina, però, non è soltanto una categoria accademica. È comparso anche nel dibattito politico italiano. Mazziotti ricorda che già nel 1997 Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, autorizzando a malincuore l’impiego dell’Esercito a Napoli, disse di temere di dare l’impressione di essere diventati un «Paese sudamericano».

Quasi trent’anni dopo, il paradosso è che quella che allora appariva come una deriva da evitare è diventata una componente ordinaria della politica di sicurezza italiana. Non perché l’Italia abbia le stesse condizioni dell’America Latina: lì l’impiego dei militari nella sicurezza interna è spesso legato a livelli di violenza molto elevati, criminalità organizzata e forze di polizia deboli. L’Italia ha invece livelli di violenza incomparabilmente inferiori e apparati di polizia dotati di capacità e relativamente elevata fiducia pubblica. 

La spiegazione italiana è diversa: una domanda politica persistente di sicurezza si è incontrata con vincoli finanziari che rendevano più difficile aumentare rapidamente gli organici delle forze di polizia. I militari sono diventati così uno strumento rapido e relativamente economico. La ripetizione degli impieghi ha poi creato una dinamica difficile da invertire.  E, in assenza di una vera emergenza dell’ordine pubblico, la loro presenza ha spesso anche una funzione simbolica: mostrare che lo Stato c’è, che controlla il territorio, che reagisce alla domanda di sicurezza. 

È qui che Vannacci introduce la sua novità. Non inventa la presenza dell’Esercito nelle strade: la trasforma in una precisa idea politica della funzione militare. Meno forze armate come strumento della politica estera, meno missioni internazionali, più confini, territorio e ordine interno.

Una posizione che trova alcune corrispondenze nella letteratura sui partiti populisti. Il professor Fabrizio Coticchia dell’Università di Genova, in un articolo pubblicato sul “Routledge Handbook of Populism and Foreign Policy” (a cura di David Cadier, Angelos Chryssogelos e Sandra Destradi), osserva come questi siano generalmente scettici verso gli interventi militari all’estero e come, soprattutto nella destra radicale, emerga una preferenza per una postura centrata sulla difesa territoriale anziché sulle operazioni oltreconfine. Ma lo stesso Coticchia mette in guardia dalle semplificazioni: non esiste una posizione populista uniforme sulla forza militare, perché ideologia e cultura strategica nazionale fanno la differenza. 

La scommessa di Vannacci è dunque portare alle estreme conseguenze una trasformazione che l’Italia conosce già da trent’anni. Nel 1997 Prodi evocava il rischio di un’Italia «sudamericana». Nel 2026 Vannacci propone di usare sempre più l’Esercito proprio per quella funzione interna. La differenza è tutta politica: ciò che allora appariva come un rischio da evitare, per la destra sovranista diventa parte del progetto.

 

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 Gabriele Carrer

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