Disegni, collage, arazzi e opere partecipative: alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma un anno di attività dedicato all’artista, tra esposizione, laboratori e confronto con il pubblico.

Arazzi di Marinella Senatore

 

Artista multidisciplinare e figura tra le più influenti della scena artistica italiana contemporanea, con la sua School of Narrative Dance (fondata nel 2012) Marinella Senatore ha coinvolto oltre otto milioni di persone in più di 23 paesi con workshop ideati come “dispositivi di autoformazione” in cui il corpo – attraverso il movimento, la voce, la presenza – si configura come strumento cognitivo.
Una pratica, dunque, che si fonda sulla partecipazione collettiva, sulla dimensione sociale dell’arte e sulla trasformazione dello spazio pubblico. Il suo lavoro supera l’idea tradizionale dell’artista come unico autore: spesso coinvolge comunità, associazioni e cittadini nella creazione di opere, performance, cortei e installazioni.
Per realizzare un vero e proprio laboratorio in cui i partecipanti diventano parte integrante dell’opera, Senatore ha utilizzato luci al neon e scritte luminose, spesso accompagnate da frasi poetiche o politiche, così da comunicare messaggi di solidarietà e di  resistenza, libertà e cambiamento sociale: una strategia artistica partecipativa, comunitaria e impegnata, perché mette al centro non solo l’opera finale, ma soprattutto le persone e le relazioni che si creano durante il processo artistico.
Per questo la GNAMC ha nominato Marinella Senatore “Artista dell’anno”, come spiega la direttrice Renata Cristina Mazzantini: “il museo ospita un artista italiano per un intero anno, dedicandogli una sala con una selezione significativa di opere e organizzando un ciclo di incontri, laboratori ed eventi aperti al pubblico, agli studiosi e agli studenti delle Accademie e delle facoltà di Valle Giulia. Non una mostra temporanea, dunque, ma un anno di attività che intreccia esposizione, formazione e confronto”.

La sala dedicata a Senatore ospita più di 40 opere tra disegni, collage, arazzi che segnano un momento di svolta nella ricerca dell’artista, introducendo per la prima volta nel suo linguaggio il paesaggio e la tessitura come assi portanti della sua pratica.
La serie di 32 disegni It’s Time to Go Back to the Street traduce in immagine la dimensione del paesaggio incarnato: mindful movement, parkour e coreografie collettive costruiscono una topografia dinamica che si scrive attraverso l’azione. Completano la sezione i 5 disegni della serie dedicata alla Divina Commedia (grafite e carboncino su carta antiacido) e i 2 collage inediti The Creation of a Context (foglia oro, collage, tecnica mista su tavola) intrecciano parola e immagine: i testi, generati nei laboratori con diverse comunità, emergono come condensazioni di esperienza su superfici stratificate.

Arazzi di Marinella Senatore

Nucleo centrale della sala sono i quattro arazzi monumentali inediti The Theatre of Commons (ciascuno di 300 x 200 cm), realizzati con la Chanakya School of Craft di Mumbai. In queste opere la tessitura diventa costruzione di autonomia e identità: ogni filo è traccia di un passaggio, ogni livello il risultato di una negoziazione tra gesto individuale e dimensione collettiva. Nel percorso del museo completa l’allestimento la scultura luminosa Remember The First Time You Saw Your Name (2021, lampadine a led e flex led su struttura in legno, 282 x 1198 cm), cifra distintiva della poetica dell’artista. La mostra suggerisce e indica il punto in cui partecipazione, disegno e ricamo convergono in una nuova configurazione, traducendosi in forme di grande potenza visiva e spaziale.

I lavori di Senatore, nata a Cava de’ Tirreni nel 1977, sono stati esposti al Centre Pompidou e al Palais de Tokyo (Parigi), al Kunsthaus di Zurigo, al The High Line di New York, al Museum of Contemporary Art Chicago alla Berlinische Galerie di Berlino e in molte altre prestigiose istituzioni. Le abbiamo rivolto alcune domande.

Marinella Senatore

Uno stile improntato alla multidisciplinarietà che incanta e coinvolge lo spettatore: che importanza hanno avuto le grandi scuole artistiche frequentate?
La formazione e le residenze d’artista — dall’Accademia e dal Centro Sperimentale a esperienze come ISCP, Künstlerhaus Bethanien e Fondazione Ratti — sono state importanti soprattutto come luoghi di confronto, ricerca e apertura internazionale. Ma non credo che oggi un artista, soprattutto vivente, si definisca attraverso un medium. A definire il lavoro è la pratica: il sistema di pensiero, relazioni, processi e responsabilità che lo attraversa. Nel mio caso può prendere forme molto diverse, ma nasce sempre dalla stessa ricerca su agency, partecipazione, spazio pubblico, costruzione di senso e possibilità di trasformazione.

Vorrebbe parlarci del successo che sta avendo l’esposizione alla GNAMC? Come è nata e come si è sviluppata?
Essere Artista dell’Anno 2026 alla GNAMC è un riconoscimento molto importante. La mostra non
rappresenta una parentesi né un lato “meno conosciuto” del mio lavoro: è una sintesi molto precisa della mia pratica oggi. Disegni, collage e arazzi appartengono allo stesso campo di ricerca delle opere nello spazio pubblico e dei processi partecipativi. Il centro non è mai il formato, ma il modo in cui immagini, corpi, comunità e linguaggi producono presenza, appartenenza e nuovi significati. Per questo considero la mostra anche un dispositivo attivo, non semplicemente un’esposizione.

Nello spazio a Lei dedicato spiccano – senza nulla togliere alle altre Sue opere – i tre arazzi di
grandi misure: cosa li ha ispirati e come ha deciso di realizzarli?
Gli arazzi costruiscono una sorta di mitologia contemporanea fatta di corpi, gesti, frasi, immagini e forme di aggregazione. Mi interessa la tradizione non come repertorio da citare, ma come dispositivo capace di attivare il presente, di essere riscritta nel qui e ora. Anche il processo di produzione è fondamentale: il lavoro con la Chanakya School of Craft mette in relazione sapere artigianale, collaborazione, formazione ed emancipazione. L’opera quindi non illustra concetti come agency o empowerment: cerca di produrli concretamente, attraverso il modo in cui viene pensata e realizzata.

Fino al 31 dicembre, si legge nella presentazione della mostra, sono previsti incontri tematici e approfondimenti alla GNAMC: vuole dirci qualcosa in più?
I laboratori sono la spina dorsale della mia pratica. Da molti anni lavoro in modo diretto e frontale con comunità diversissime, coinvolgendo complessivamente milioni di persone in processi di scambio, apprendimento e produzione collettiva di senso. Non sono attività collaterali alle opere: spesso sono il luogo in cui il lavoro nasce. Mi interessa creare condizioni in cui le persone possano esercitare agency, sviluppare appartenenza, rendere visibili saperi e competenze e sperimentare forme diverse di relazione. Negli ultimi anni la dimensione somatica è diventata ancora più centrale: il corpo come archivio, strumento di conoscenza e spazio politico. Gli incontri alla GNAMC proseguono esattamente questa ricerca, facendo della mostra un luogo attivo di confronto e non una situazione conclusa.

Per finire, l’inevitabile domanda sui prossimi progetti: dove e quando potremo scoprire altre
opere di Marinella Senatore?
I prossimi mesi saranno molto intensi, tra Italia, Europa, Asia, Medio Oriente e Stati Uniti: Verona, Abu Dhabi, Seoul, Miami e nuovi sviluppi con UCCA Shanghai, oltre ad altri progetti già in corso per il 2027. Continuo a lavorare molto nello spazio pubblico, anche attraverso le luminarie, perché mi interessa la loro capacità di creare immediatamente uno spazio condiviso. Il barocco, allo stesso modo, mi interessa non come stile ma come tecnologia della partecipazione: apparato, energia, movimento, coinvolgimento collettivo. Sono dispositivi storici che uso per attivare il presente.

“Artista alla GNAMC. Marinella Senatore: protagonista 2026” fino al 31 dicembre 2026


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 Luisa Sisti

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