Il trend da miliardi di dollari negli Stati Uniti che quasi nessuno vede: robot, protezione antincendio, dazi doganali – i problemi irrisolti del boom americano delle strutture high-bay

Per lungo tempo, sono stati considerati un fenomeno di nicchia in Nord America, oscurati dal clamore mediatico che circondava i veicoli autonomi e i robot umanoidi. Ora, però, la logistica statunitense sta attraversando una trasformazione fondamentale: il classico magazzino automatizzato a scaffalature alte, modellato sui sistemi europei – spesso con gigantesche strutture a silo – sta conquistando il mercato americano. Imponenti progetti di costruzione da parte di colossi del settore e acquisizioni multimiliardarie da parte dei fornitori segnalano una vera e propria corsa all’oro. Tuttavia, questa rapida ascesa porta con sé notevoli ostacoli. Un rischioso vuoto normativo in materia di sicurezza antincendio, dati di mercato contraddittori, normative doganali poco chiare e la carenza di manodopera qualificata, spesso solo pretestuosa, creano incertezza tra investitori e pianificatori. Questa analisi approfondita esamina i retroscena dei miti diffusi sui social media, contestualizza la trasformazione dell’intralogistica statunitense utilizzando i dati e mostra perché la realtà tra l’annuncio e l’implementazione è molto più complessa di quanto appaia inizialmente.

Se i robot sono in grado di impilare oggetti più in alto di quanto gli esseri umani abbiano mai potuto fare, chi sarà responsabile se il vicolo prende fuoco?

Un mercato in continuo mutamento, tra annuncio e realtà

Da circa dodici mesi, negli Stati Uniti si registra un notevole aumento di annunci riguardanti magazzini automatizzati per pallet ad alta densità. A differenza dell’Europa centrale, dove i magazzini ad alta densità costruiti con silos e dotati di trasloelevatori sono parte integrante della pianificazione logistica industriale da decenni, questo segmento è stato a lungo un fenomeno di nicchia in Nord America. Il dibattito dominante nelle pubblicazioni di settore americane e nelle conferenze per gli investitori si è concentrato quasi esclusivamente sulla robotica mobile, sui veicoli di trasporto autonomi e, più recentemente, sui robot umanoidi. Il classico trasloelevatore a corridoio, che immagazzina e preleva pallet ad altezze di trenta o quaranta metri, ha svolto un ruolo marginale in questo dibattito. È proprio questo che sta iniziando a cambiare, come dimostrano i progetti di costruzione concreti degli ultimi diciotto mesi.

Il caso del produttore italiano di carta igienica Sofidel a Duluth, in Minnesota, è particolarmente significativo. Lì, nell’ambito di un ampliamento dello stabilimento da circa 200 milioni di dollari, è in costruzione un magazzino a scaffalature alte completamente automatizzato del fornitore austriaco BT-Systems su un’area di circa 600.000 piedi quadrati. Il magazzino disporrà di 35.000 posti pallet, cinque trasloelevatori e ulteriori veicoli navetta con una capacità di carico doppia. L’impianto è attualmente in fase di collaudo ed è una delle poche descrizioni dettagliate pubblicamente disponibili di magazzini a scaffalature alte convenzionali per pallet negli Stati Uniti. Sofidel non si ferma qui: a Inola, in Oklahoma, l’azienda ha annunciato un altro magazzino per prodotti finiti completamente automatizzato con circa 100.000 posti pallet, questa volta utilizzando la tecnologia del produttore italiano E80 e veicoli a guida automatica (AGV). Sebbene entrambi i progetti provengano dalla stessa azienda, sono tecnicamente e geograficamente distinti e insieme segnalano la significativa dipendenza dallo stoccaggio automatizzato di pallet nell’industria statunitense della carta tissue e igienica.

Un secondo esempio di scala industriale proviene dal produttore bavarese di macchine edili Liebherr con il suo centro logistico a Tupelo, nel Mississippi. Insieme allo specialista tedesco di intralogistica SSI Schäfer, è in costruzione un magazzino a scaffalature alte con sette corridoi e struttura a silos, con quasi 40.000 posti pallet, dotato delle cosiddette gru a trasbordo Exyz. La struttura è completata da un magazzino navetta a otto corridoi con circa 170.000 posti container. La messa in funzione è prevista per il 2027, mentre la costruzione è già iniziata nell’autunno del 2025. Questo progetto segue esattamente lo schema costruttivo europeo standard in Germania, Austria e Svizzera da decenni: un edificio a silos autoportante, in cui la struttura in acciaio stessa sostiene l’involucro edilizio. Il fatto che un tale metodo costruttivo venga ora implementato nel Mississippi non è affatto banale dal punto di vista delle normative edilizie e della sicurezza antincendio, un aspetto che verrà approfondito in seguito.

Consolidamento, acquisizioni e riorganizzazione del panorama dei fornitori

Parallelamente ai progetti di costruzione specifici, si sta verificando un notevole consolidamento sul fronte dei fornitori. Nel luglio 2026, il conglomerato statunitense Honeywell ha completato la vendita della sua divisione di soluzioni per magazzini e flussi di lavoro, che comprende i noti marchi Intelligrated e Transnorm, alla società di private equity American Industrial Partners. L’unità ceduta ha generato circa 935 milioni di dollari di fatturato nel 2025 e opererà come piattaforma indipendente con Trew, fornitore già di proprietà di American Industrial Partners, vantando un fatturato combinato di oltre un miliardo di dollari. Questa nuova entità sarà guidata dal manager Alfred Rebello. Questa operazione segna la separazione di uno dei maggiori system integrator americani per tecnologie di trasporto, smistamento e stoccaggio automatizzato da un conglomerato industriale diversificato e il suo trasferimento a un investitore finanziario specializzato nella ristrutturazione industriale.

Anche le aziende europee stanno espandendo strategicamente la loro presenza nel mercato americano. Il gruppo Jungheinrich, con sede ad Amburgo e specializzato in movimentazione materiali e intralogistica, attraverso la sua controllata Storage Solutions, ha acquisito l’integratore americano Invar, specializzato in sistemi mobili automatizzati di stoccaggio e prelievo e in software per la gestione del magazzino. Questa acquisizione conferisce a Jungheinrich ulteriore competenza nell’integrazione di sistemi nel mercato americano, sebbene Invar si concentri maggiormente sui sistemi mobili piuttosto che sulle tradizionali macchine di stoccaggio e prelievo fisse. L’azienda tedesca SSI Schäfer, dal canto suo, ha registrato un portafoglio ordini di gruppo pari a 2,1 miliardi di euro nell’ultimo esercizio fiscale, citando come particolare rilievo un importante progetto negli Stati Uniti del valore di circa 250 milioni di euro. È interessante notare che né il cliente, né l’ubicazione precisa, né la tecnologia utilizzata sono stati ancora completamente resi pubblici, il che rende questo progetto uno dei misteri irrisolti più intriganti dell’intero settore.

Sul fronte produttivo, anche la capacità produttiva si sta spostando verso gli Stati Uniti. Daifuku, leader mondiale giapponese nel settore delle tecnologie per la movimentazione dei materiali, ha ampliato il suo stabilimento di produzione americano a Hobart, Indiana, fino a raggiungere una superficie di oltre 630.000 piedi quadrati e prevede di creare 350 nuovi posti di lavoro in seguito a questa espansione. Il Gruppo KION, attraverso il suo marchio Dematic, ha inaugurato un Solutions Center da circa 50 milioni di dollari a Grand Rapids, Michigan, che funge principalmente da infrastruttura di vendita e dimostrazione, senza necessariamente implicare un nuovo prodotto per i sistemi di scaffalatura ad alta densità. Nel complesso, questi investimenti rappresentano un chiaro impegno da parte dei fornitori internazionali verso una maggiore presenza fisica e di personale nel continente americano, indipendentemente dal fatto che l’attenzione sia rivolta, in ciascun singolo caso, ai sistemi tradizionali di stoccaggio e prelievo o a tecnologie correlate.

Dove si trova il confine tra i magazzini a scaffalatura alta e le tecnologie adiacenti

Un problema metodologico centrale nell’intero dibattito americano è che termini come magazzino automatizzato o automazione di magazzino vengono definiti in modo straordinariamente ampio, raggruppando sistemi tecnicamente molto diversi. Il classico magazzino a scaffalature alte per pallet con trasloelevatori, noto in inglese come Unit-Load AS/RS o Stacker Crane System, differisce fondamentalmente dai cosiddetti sistemi a cubi come quelli offerti dal fornitore norvegese AutoStore, dove piccoli contenitori vengono movimentati sulla superficie di una griglia tridimensionale da robot. Anche i sistemi a navetta per lo stoccaggio dei contenitori, i robot mobili autonomi e, più recentemente, i robot umanoidi, che vengono sempre più spesso testati come potenziali candidati per singole attività di movimentazione nei magazzini, sono altrettanto diversi.

Questa ambiguità concettuale è esemplificata dal tanto discusso accordo quadro tra AutoStore e Amazon, annunciato il 13 agosto 2026. Si tratta di un accordo quadro di fornitura globale senza un obbligo di acquisto specifico, che è stato erroneamente descritto in numerosi post di blog come una presunta capitolazione dello sviluppo interno di robotica di Amazon. In realtà, questo accordo riguarda principalmente lo stoccaggio ad alta densità, a forma di cubo, e quindi compete solo indirettamente con i tradizionali magazzini a scaffalatura alta con corridoi alti, ovvero attraverso l’allocazione del capitale di investimento disponibile. Un altro esempio è fornito dal gruppo automobilistico Stellantis che, attraverso il suo marchio di ricambi Mopar, ha installato un sistema AutoStore con sessantasei robot a Forsyth, in Georgia, su una superficie relativamente piccola di 16.000 piedi quadrati. Anche questo non è un magazzino a scaffalatura alta tradizionale, ma illustra la diffusa preferenza negli Stati Uniti per lo stoccaggio ad alta densità a cubi di piccoli ricambi.

Per comprendere il dibattito americano, è quindi essenziale fare delle chiare distinzioni concettuali: le macchine di stoccaggio e prelievo (SRM), note anche come gru a torre o macchine di stoccaggio e prelievo, servono corridoi individuali e permanentemente assegnati ad altezze elevate. La costruzione a silo si riferisce a un edificio con scaffalature, dove le scaffalature di stoccaggio costituiscono contemporaneamente l’involucro strutturale dell’edificio, in contrasto con una soluzione interna, in cui le scaffalature sono situate all’interno di un magazzino convenzionale. I magazzini a corridoio molto stretto, noti nel settore come tali, sono una forma intermedia semi-automatizzata che si basa ancora sull’intervento umano. Questa distinzione non è solo accademica; determina in modo significativo quali statistiche, norme di sicurezza e modelli di costo sono applicabili in un dato caso.

La carenza di lavoratori qualificati come narrazione per l’automazione e i suoi limiti

Una delle giustificazioni più frequentemente addotte per l’ondata di automazione nei magazzini americani è che una grave e strutturale carenza di manodopera stia di fatto costringendo le aziende a investire nella robotica. Questa narrazione è diffusa principalmente dai fornitori di sistemi automatizzati, da associazioni di settore come l’Association for Advancing Automation e da numerosi integratori di sistemi, e a prima vista sembra plausibile poiché il settore americano della logistica e dei trasporti lamenta da anni un elevato turnover del personale. Tuttavia, un’analisi più approfondita dei dati disponibili sul mercato del lavoro rivela un quadro decisamente più complesso. Le statistiche ufficiali sulle offerte di lavoro nel settore dei trasporti e della logistica non mostrano un calo, bensì una tendenza a un ulteriore aumento delle posizioni aperte nella prima metà del 2026, nonostante nello stesso periodo siano stati effettuati ordini consistenti di robot. I critici sostengono che l’andamento reale dei salari e i tassi di occupazione dei magazzini non siano coerenti con una carenza di manodopera estrema e diffusa, come spesso si intuisce nel dibattito pubblico.

Strettamente collegata a questa è la seconda grande controversia, ovvero che l’automazione stia distruggendo un numero significativo di posti di lavoro nei magazzini. Questa tesi è alimentata in particolare da notizie virali riguardanti calcoli interni di Amazon, secondo i quali ogni articolo movimentato da robot anziché da esseri umani consentirebbe un risparmio di circa trenta centesimi di dollaro – una cifra che Amazon stessa ha minimizzato, presentandola come un semplice obiettivo interno del team. D’altro canto, diverse pubblicazioni di settore mostrano che gli ordini di robot e le nuove assunzioni nel settore logistico americano stanno attualmente procedendo in parallelo, non in contrapposizione. L’esempio di Sofidel a Duluth è particolarmente significativo a questo proposito, poiché l’azienda sta contemporaneamente assumendo personale aggiuntivo per l’intero sito nell’ambito del suo progetto di automazione del magazzino. Una valutazione seria dovrebbe misurare l’occupazione netta prima e dopo la messa in funzione di specifici progetti di magazzini a scaffalatura alta, ma proprio dati affidabili sull’occupazione, specifici per progetto, sono quasi del tutto assenti nella letteratura disponibile al pubblico. La verità, come spesso accade, probabilmente si trova tra i due estremi: l’automazione modifica i profili professionali e tende a spostare l’occupazione da semplici mansioni manuali a funzioni di manutenzione, controllo e monitoraggio, senza necessariamente comportare una drastica riduzione netta dei posti di lavoro.


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 Konrad Wolfenstein

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