Transizione energetica nel Nord Africa: il ruolo dell’Italia


Dal 2022 le crisi geopolitiche hanno riportato la sicurezza energetica al centro delle politiche industriali e delle relazioni internazionali. Nel Mediterraneo, intanto, il tradizionale rapporto tra Paesi esportatori e importatori di fonti fossili sta lasciando spazio a una cooperazione più articolata, che comprende rinnovabili, reti, accumuli, idrogeno e integrazione delle filiere.

La transizione energetica nel Nord Africa può aprire nuove opportunità per l’Italia, ma richiede un cambio di passo. Negli ultimi cinque anni il nostro Paese ha rafforzato l’iniziativa politica nella regione e l’impegno dei grandi gruppi industriali. Manca però un’azione pienamente coordinata del Sistema Italia, capace di trasformare il capitale politico accumulato in una presenza economica e industriale stabile.

È da qui che prende le mosse il policy brief L’Italia come clean energy hub nel Mediterraneo, realizzato da ECCO e RES4Africa con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. L’analisi si basa su oltre quaranta interviste a istituzioni, imprese, finanza, ricerca e società civile, raccolte tra ottobre 2025 e giugno 2026 in Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto.

Transizione energetica nel Nord Africa: esigenze e differenze

Il primo elemento evidenziato dal report è che il Nord Africa non costituisce un mercato omogeneo. Strategie industriali, assetti regolatori, condizioni finanziarie e ruolo degli operatori pubblici variano da un Paese all’altro. Marocco ed Egitto presentano ecosistemi più maturi e aperti alla competizione; in Tunisia pesano fragilità finanziarie e incertezze sulla bancabilità dei progetti; in Algeria la cooperazione resta legata agli operatori dell’oil & gas e alle relazioni istituzionali.

Alcune esigenze sono tuttavia comuni. Per i Paesi della sponda sud, le rinnovabili rispondono anzitutto a obiettivi di sicurezza energetica, competitività industriale e stabilità macroeconomica. Restano insufficienti reti e accumuli, mentre il costo del capitale per i progetti di energia pulita può risultare da due a tre volte superiore rispetto alle economie avanzate per il rischio sovrano e valutario. Mancano inoltre competenze tecniche in diversi settori emergenti. Gli investimenti devono generare occupazione, sviluppo industriale e capacità locali: ai partner internazionali vengono perciò richiesti presenza duratura, offerte integrate e affidabilità istituzionale.

Sei raccomandazioni per il Sistema Italia

Le interviste condotte durante le quattro missioni di ricerca indicano che l’Italia non deve ripensare radicalmente il proprio approccio al Nord Africa. Occorre piuttosto tradurre la crescente ambizione politica in un’azione più coordinata e continuativa, capace di integrare strumenti diplomatici, industriali e finanziari e di adattarsi alle specificità dei singoli Paesi. Da questa esigenza discendono le sei direttrici di intervento individuate dal policy brief:

  1. la prima consiste nel colmare il divario tra ambizione politica e capacità operativa, rafforzando il radicamento sul territorio, il sostegno istituzionale e la collaborazione tra grandi gruppi e PMI. La credibilità politica italiana facilita infatti l’avvio delle relazioni, ma non basta a garantire continuità e risultati;
  2. la seconda indicazione è costruire una diplomazia della transizione energetica, sostenuta da una strategia industriale e calibrata sui mercati: competizione lungo la catena del valore nei contesti maturi, de-risking e assistenza istituzionale in quelli più complessi, dialogo di lungo periodo dove gli idrocarburi restano centrali;
  3. la terza raccomandazione riguarda la finanza. Il coordinamento tra CDP, SACE, SIMEST e AICS dovrebbe aiutare soprattutto le PMI ad affrontare costi e rischi di ingresso. Garanzie, blended finance e strumenti di preparazione devono sostenere progetti, partenariati e pipeline di investimenti, valorizzando anche le opportunità offerte dagli strumenti finanziari dell’Unione europea;
  4. occorre poi rendere l’offerta italiana riconoscibile, con una proposta di valore per ciascun Paese e punti di contatto chiari tra ambasciate, finanza e imprese;
  5. la quinta raccomandazione invita a superare la logica dei singoli progetti: infrastrutture e interconnessioni devono integrarsi con partecipazione industriale, formazione e cooperazione tecnica;
  6. infine, l’Italia dovrebbe assumere un ruolo più incisivo nelle iniziative europee e multilaterali. Il Nuovo Patto per il Mediterraneo, la Trans-Mediterranean Renewable Energy and Clean-Tech Cooperation Initiative (T-MED), Global Gateway e il Piano Mattei possono diventare piattaforme per allineare risorse europee, capacità industriali italiane e priorità dei partner nordafricani.

Transizione energetica nel Nord Africa: le priorità per Paese

In Marocco, dove le importazioni coprono circa il 90% del fabbisogno energetico, l’Italia dovrebbe consolidare la propria presenza lungo l’intera catena del valore. Le opportunità riguardano rinnovabili, accumulo, reti, idrogeno verde, nesso acqua-energia e decarbonizzazione industriale. Consorzi, joint venture e nearshoring possono coinvolgere maggiormente le PMI; il ruolo del Marocco come ponte verso l’Africa apre inoltre la strada a progetti congiunti in Paesi terzi.

Con l’Algeria occorre ampliare un partenariato già consolidato e tradurre gli accordi politici in iniziative finanziabili. Il Paese punta a 15 GW di fotovoltaico entro il 2035, ma mantiene una governance centralizzata e un forte ruolo degli idrocarburi. L’Italia può concentrarsi su reti, integrazione dei sistemi, elettronica di potenza, efficienza e digitalizzazione, oltre che su emissioni di metano, gestione della CO₂, certificazione e adeguamento al meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM).

In Tunisia, ELMED, progetto flagship per l’interconnessione elettrica con l’Italia, può diventare il perno di un partenariato più ampio. L’infrastruttura dovrebbe essere collegata alla crescita delle rinnovabili, allo sviluppo delle competenze e alla partecipazione delle imprese italiane, comprese quelle di minori dimensioni. Per attenuare i rischi valutari, regolatori e di off-take, il report indica strumenti di de-risking e blended finance, insieme a modalità di ingresso graduali basate anche sull’autoproduzione e sui Power Purchase Agreement industriali.

L’Egitto presenta un mercato delle rinnovabili in espansione, ma la presenza italiana resta contenuta per la percezione del rischio e la mancanza di investimenti trainanti. Anche in questo caso, le opportunità comprendono reti, accumuli, efficienza, digitalizzazione e decarbonizzazione industriale. Joint venture, condivisione del rischio, localizzazione produttiva e nearshoring possono facilitare l’ingresso nelle filiere.

Dal capitale politico al posizionamento di mercato

La prospettiva delineata dal policy brief non è quindi quella di un’Italia ridotta a corridoio per l’importazione di energia pulita. Il ruolo di hub dipenderà dalla capacità di collegare infrastrutture, industria, finanza e competenze in partenariati costruiti sulle priorità dei singoli Paesi. La sfida è trasformare una posizione geografica e politica favorevole in una strategia continuativa, capace di generare valore su entrambe le sponde del Mediterraneo.

Le missioni di ricerca evidenziano, tuttavia, che il capitale politico non basta a consolidare la presenza dell’Italia nella transizione energetica nel Nord Africa e non si traduce automaticamente in un posizionamento competitivo. Nei mercati nordafricani l’Italia si confronta con attori che hanno già costruito modelli integrati: i Paesi del Golfo fanno leva sulla capacità finanziaria e sulla rapidità di esecuzione, le imprese cinesi su filiere produttive competitive, mentre diversi partner europei combinano finanza pubblica, cooperazione tecnica e presenza continuativa del settore privato.

Rispetto a questi concorrenti, l’Italia è considerata un interlocutore pragmatico, credibile e capace di sviluppare relazioni equilibrate, ma dispone ancora di una presenza operativa meno strutturata.

Un ulteriore limite riguarda la conoscenza dei mercati. Secondo gli stakeholder consultati, la percezione dei rischi da parte delle imprese italiane si basa talvolta su informazioni non aggiornate e non riflette la velocità con cui stanno evolvendo il quadro regolatorio, le strategie industriali e gli strumenti a sostegno degli investimenti, in particolare in Marocco ed Egitto. Rafforzare le attività di market intelligence e l’accompagnamento delle imprese, soprattutto delle PMI, diventa quindi essenziale per trasformare le opportunità potenziali in investimenti e progetti concreti.


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