#Finsubito news dalla rete – Il Made in Italy nel risiko M&A: Patrizio Bianchi su acquisizioni, Cina e difesa della base industriale


Nel primo semestre del 2026, secondo le stime di Kpmg, sono state concluse in Italia 195 operazioni M&A da parte di multinazionali estere, per un valore di circa 8,2 miliardi, contro i 6,9 dei primi sei mesi del 2025. Un bene, perché la capacità di attrarre capitali dall’estero è indice di una “economia robusta”. E nel caso dell’Italia implica il riconoscimento “della qualità della produzione e dei marchi”.  Ma poi si tratta di verificare se la multinazionale straniera valorizza R&S e prodotto, “all’interno di una strategia globale”, oppure se procede con “una violenta ristrutturazione” che, come conseguenza, comporta tagli ai posti di lavoro. Se quindi persegue la strada imboccata, per esempio, dal gruppo cinese Shig-Weichai per il risanamento finanziario e il rilancio di Ferretti Yacht oppure se, al contrario, acquisisce un’azienda italiana per mettere le mani su un brand e poi trasferire la produzione. Per questo secondo l’economista Patrizio Bianchi, ex rettore dell’Università di Ferrara, già ministro dell’Istruzione nel governo guidato da Mario Draghi, occorrerebbe una «interlocuzione con le imprese che fissa dei paletti sulla base di una visione di politica industriale di medio e lungo periodo». Visione che non può essere solo nazionale ma deve avere una dimensione europea, in uno scenario globale caratterizzato dalla politica dei dazi di Trump, che penalizza i gruppi statunitensi che hanno investito nella Ue, e dall’avanzamento delle destre estreme, che dal punto di vista economico “portano al fallimento”.  Perché anche sugli Ide manca una idea di sistema Paese in una cornice comunitaria.

In questa intervista Bianchi, oggi professore emerito dell’ateneo emiliano e direttore scientifico del Celric, il centro di ricerca e collaborazione scientifica Italia-Cina dell’Accademia dei Lincei, affronta vari temi, dalle policy a volte predatorie delle grandi multinazionali al ruolo della Cina nello scacchiere globale per arrivare alla grande questione dell’Ilva.

D: Professore, l’Italia è attrattiva per gli investimenti dall’estero. Non è raro però che i gruppi internazionali, dopo l’acquisizione, procedano a pesanti ristrutturazioni o delocalizzazioni, con una perdita di posti di lavoro e di capacità produttiva e tecnologica. Come inquadra questo fenomeno?

L’ex ministro Patrizio Bianchi.

R: Prima di tutto vorrei fare alcune considerazioni. Fino a quando i mercati sono aperti – e adesso sono in bilico per le politiche adottate negli Usa dell’amministrazione Trump – non vediamo solo la circolazione delle merci ma anche la circolazione dei capitali. Dagli interventi sulle grandi produzioni di massa siamo passati a quelli sui segmenti produttivi con forti caratterizzazioni. In tutti i Paesi sviluppati dove il mercato di primo acquisto è saturo le risposte sono state due: o la flessibilizzazione della produzione o la ricerca di imprese altamente specializzate che rispondono a bisogni specifici. Caratteristica quest’ultima che nel corso dei decenni ha contraddistinto la produzione italiana e lo sviluppo del made in Italy.

D: E questo spiega anche l’interesse per l’Italia?

R: L’attenzione verso il nostro Paese è data dal fatto che abbiamo qualità della produzione e marchi riconosciuti. Ma ci possono essere due modi di concepire l’intervento di capitali stranieri. In linea di principio, la capacità di un Paese di attrarre investimenti dall’estero è indice di un sistema economico robusto. Possiamo avere il caso di una impresa italiana di grande qualità che però è giunta alla fine del proprio percorso per assenza di un ricambio generazionale o perché non possiede le capacità per fare il salto verso la piena internazionalizzazione, che è fondamentale. E allora il gruppo internazionale che arriva in Italia mantenendo in loco produzione e sviluppo del marchio persegue una strategia chiara che è quella di valorizzare il prodotto nel quadro di una visione generale: è il caso dell’azienda della nautica di lusso Ferretti Yacht, acquisita nel 2012 dal gruppo cinese Shig-Weichai, che non solo non ha delocalizzato ma ha rafforzato la base industriale italiana.

D: Poi ci sono altri casi caratterizzati da forti ristrutturazioni o chiusure. Basti citare, rimanendo ad anni recenti, il gruppo Prysmian, che ha cessato la produzione di fibra ottica nello stabilimento Fos di Battipaglia, o la delocalizzazione in Ungheria, dal sito di Osio Sotto, nel Bergamasco, decisa dalla multinazionale tedesca Wittur…

R: Casi che comportano anche drastici tagli all’occupazione: l’impresa che è stata rilevata non è più la punta di diamante di una chiara strategia globale. L’obiettivo diventa solo quello di controllare un mercato senza nemmeno sviluppare il marchio.

D: A tale proposito ci sono esempi che attualmente la preoccupano?

Interno stabilimento Italtractor. Il gruppo modenese Usco ha siglato l’accordo per acquisire l’azienda dalla statunitense Titan International.

R: Sì, uno è quello, nel settore della gomma, che riguarda l’ex impianto Pirelli di Siziano, in provincia di Pavia, acquisito nel 2002 dalla multinazionale americana Parker Hannifin e specializzato nella produzione di mescole di gomma. Parliamo di uno stabilimento che dovrebbe mantenere una forte capacità di ricerca legata all’innovazione del prodotto. Invece stiamo assistendo alla chiusura, di fatto, dell’attività R&S, se non quella strettamente connessa alla gestione del prodotto, con il trasferimento del know-how. È un impianto che corre verso la chiusura. D’altronde è anche vero che molte multinazionali se ne stanno andando dall’Italia e che, invece, ci sono imprese italiane che stanno ricomprando impianti storici precedentemente in mani straniere. È il caso recente di Italtractor: il gruppo modenese Usco ha siglato l’accordo per acquisirla dalla statunitense Titan International.

D: Si ritiene che le operazioni M&A da parte di grandi gruppi stranieri alterino anche il sistema di relazioni con il territorio di riferimento…

R: Uno degli elementi fondanti delle imprese italiane è stato sempre quello della radicazione locale. Parliamo di imprese spesso a conduzione familiare e sottocapitalizzate con prodotti di altissima qualità legate strettamente alle persone che le hanno fondate e al territorio di appartenenza. Quando una azienda con queste caratteristiche viene venduta a un gruppo straniero il rischio è quello di sradicare l’intera rete di relazioni territoriali. E poi non dobbiamo dimenticare le preoccupazioni manifestate dalla Procura di Napoli per l’uso che certe grandi multinazionali fanno del lavoro meno qualificato. Episodi da condannare e da colpire, all’interno di un quadro aperto e attrattivo che però non può consentire azioni predatorie. Occorre una politica industriale basata sulla interlocuzione con le imprese nell’ambito di una visione di lungo periodo della crescita.

D: E tutto ciò ci porta alla mancanza di una politica industriale di medio e lungo termine?

Ferretti Yacht 670. Il gruppo italiano famoso per le sue imbarcazioni di lusso è stato acquisito nel 2012 dalla cinese Shig-Weichai, che ha scelto di rafforzare la base industriale italiana. Un esempio di M&A positiva per la nostra economia.

R: In questo quadro dobbiamo chiederci non solo se le multinazionali possono venire in Italia per fare quello che vogliono ma anche e soprattutto se l’Italia ha un piano, se c’è una visione che contemperi politiche locali, nazionali ed europee. Oggi abbiamo poli in Europa che possono diventare l’ossatura di una nuova industria. Basti pensare, in Italia, ai grandi investimenti fatti sui big data nel Tecnopolo di Bologna, hub che mi permetto di segnalare di aver avviato in prima persona e che oggi è il primo nella comunità europea. Dobbiamo domandarci quanto riusciamo a trattenere in Italia di strutture produttive legate al digitale e all’AI. E come possiamo trasformare tutto ciò in industria. Però siamo in ritardo.

D: Quindi rispetto agli investimenti stranieri cosa dovremmo fare?

R: È un bene che i grandi gruppi internazionali vengano in Italia ma ci deve essere una interlocuzione nel quadro di una visione che, come si fa in tutto il mondo, fissi dei paletti. Una interlocuzione che deve riguardare anche il mondo della scuola e delle università, perché la differenza la fanno le persone, quindi il capitale umano.

D: E tutto questo è possibile nell’ambito dei confini nazionali?

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti

R: No, dobbiamo recuperare una strategia di medio e lungo periodo in una dimensione europea. Guardiamo gli Usa. Negli anni si è accentuata la crisi delle aree interne e contemporaneamente si è enfatizzata la dimensione delle nuove tecnologie legata essenzialmente alla California e alla costa atlantica. Questo ha creato quella frattura nella quale è cresciuto Trump. E quella stessa frattura la vediamo adesso anche in Europa con l’avanzare delle destre estreme, che dal punto di vista economico non possono che portare al fallimento. Rilevo inoltre che stiamo attraversando una fase nella quale le multinazionali sono molte confuse. La politica dei dazi sulle importazioni dall’Europa voluta da Trump penalizza paradossalmente proprio i gruppi statunitensi che hanno investito nella Ue. Senza contare che imporre i dazi e minacciarne altri impedisce alle imprese di programmare gli investimenti.

D: E in questo quadro globale c’è la Cina che si fa strada…

Quasi la metà delle richieste di nuovi brevetti industriali nel 2024, ultimo dato disponibile, arriva dalla Cina: il 46%. Parliamo di un Paese che ha investito massicciamente nell’innovazione digitale. E la cui crescita parallelamente è stata acuita dall’aumento delle disuguaglianze, con il 65% della ricchezza nazionale oggi posseduta dal 10% della popolazione: questo in un Paese socialista. La Cina ha necessità di continuare a operare a livello internazionale, sviluppando anche capacità di investimenti finanziari. A questo punto o l’Europa non c’è, e allora ogni singolo Paese deve trattare da solo con la Cina, oppure esiste una dimensione europea e allora possiamo trattare da pari a pari: per ora le spinte sovraniste vanno nella direzione opposta. Senza dimenticare che quando si vivono le condizioni esterne come una minaccia il problema non è di chi minaccia ma del minacciato. E che l’alternativa di chiudersi in casa è fallimentare.

D: A proposito di politica industriale, non si può ignorare il tema caldo per eccellenza: l’ex Ilva che lei ha seguito fin dai tempi dell’Iri, poi con Sviluppo Italia. Può essere sufficiente l’intervento di una cordata nazionale?

Distretto industriale di Taranto. In questa area sorge l’ex Ilva .

R: L’Europa nasce negli anni Cinquanta sul carbone e sull’acciaio, che per le loro caratteristiche produttive hanno una dimensione che non può essere nazionale. Quindi bisogna muoversi nel perimetro europeo. Ricordo che sotto il Governo Draghi il Consiglio dei ministri di cui facevo parte mise a disposizione due miliardi per la ristrutturazione delle parti a caldo. Il problema fondamentale è se come Paese possiamo fare a meno di una produzione di base. La cordata italiana è costituita essenzialmente da imprenditori bresciani con grandi competenze tecniche che però non sembra che stiano mettendo a disposizione per affrontare il tema delle tecnologie a caldo. La domanda che dobbiamo porci è: quanto di ciò che abbiamo viene messo in campo per consentire ad almeno un altoforno di operare nella massima sicurezza? Continuiamo a rimandare. E allora ancora una volta mi chiedo: qual è la visione di politica industriale del Paese? La cordata italiana, se solida e sicura, può trovare un partner internazionale. Ma questo governo cosa vuole fare? Mi sembra che si stia occupando di altre cose.

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