#Finsubito news dalla rete – Rientro dei cervelli, le nuove regole: quanti anni devi stare all’estero per avere i bonus e cosa cambia per chi studia oggi


Perché il rientro dei cervelli riguarda anche chi studia oggi





Fonte: Getty Images

Le politiche per far tornare in Italia chi lavora all’estero non sono solo una questione da economisti. Cambiano:

  • le opportunità di carriera per chi sogna la ricerca;
  • la qualità delle università e dei centri di studio in cui ci si iscriverà;
  • le prospettive per chi, da studente, pensa a un master o a un dottorato fuori.

Se più ricercatori rientrano, aumentano progetti, laboratori, corsi avanzati. Se invece i numeri restano bassi, il rischio è trovare atenei meno competitivi e con minori connessioni internazionali.

Per questo le modifiche al Pnrr e al cosiddetto regime impatriati non sono un tema lontano: incidono sulle scelte di chi oggi è al liceo, all’università o sta programmando un periodo all’estero.

Come il Pnrr sta cambiando gli incentivi per i giovani ricercatori

Il decreto Pnrr entrato in vigore il 2 marzo ha provato ad allargare il pubblico dei potenziali beneficiari degli incentivi al rientro nelle università italiane. L’idea di fondo è semplice: le candidature erano poche, quindi si è deciso di aprire di più le porte.

In origine gli incentivi erano pensati soprattutto per:

  • chi aveva vinto un bando European Research Council (Erc);
  • i titolari di borse Marie Curie;
  • chi aveva ottenuto un Sigillo di eccellenza entro il 2022.

Con i nuovi criteri, la call prevista ad aprile dovrebbe includere anche:

  • studiosi che hanno ricevuto una valutazione eccellente in bandi Erc Starting o Consolidator, ma non sono stati finanziati per mancanza di fondi;
  • ricercatori con un post-doc internazionale;
  • vincitori di un Sigillo di eccellenza anche negli anni successivi al 2022.

L’incentivo non è solo economico: prevede l’ammissione al finanziamento e la chiamata come ricercatore a tempo determinato di tipo A nelle università italiane. In pratica, è un canale dedicato per entrare nel mondo accademico italiano dopo un’esperienza di alto livello all’estero.

Il problema dei numeri: pochi rientri, obiettivi ridimensionati

Nonostante gli incentivi, finora il rientro dei cervelli non ha avuto il boom sperato. I dati collegati al Pnrr mostrano una realtà piuttosto fredda:

  • su 700 finanziamenti disponibili, sono arrivate solo 290 domande;
  • il traguardo fissato per fine 2022 era 300 giovani rimpatriati;
  • il risultato è stato raggiunto (302) solo contando circa 50 contratti derivati da bandi precedenti.

Di fronte a questa fatica nel convincere i ricercatori a tornare, la revisione del piano ha abbassato le aspettative:

  • obiettivo finale di studiosi rientrati entro il 30 giugno 2025 ridotto da 2.100 a 850;
  • risorse economiche tagliate da 600 a 210 milioni di euro.

Per chi studia oggi, questo significa due cose: da un lato ci sono ancora spazi reali per chi vuole rientrare con progetti forti. Dall’altro, il sistema non è riuscito, almeno finora, a rendere l’Italia abbastanza attrattiva rispetto a università e centri di ricerca stranieri.

Regime impatriati: quanti anni servono all’estero e come stanno cambiando le regole

Accanto agli incentivi del Pnrr per i ricercatori, esiste anche il regime impatriati, cioè una serie di agevolazioni fiscali per chi trasferisce la residenza in Italia dopo un periodo all’estero. Questo regime interessa non solo chi fa ricerca, ma anche:

  • lavoratori qualificati;
  • professionisti con partita IVA;
  • dipendenti di aziende internazionali.

Per chi rientra dal 2024, il requisito standard è aver trascorso tre periodi d’imposta come non residente fiscale in Italia.

Non si contano genericamente gli anni di vita all’estero, ma gli anni solari in cui si è stati residenti fiscalmente fuori dal Paese.

La durata richiesta aumenta quando c’è continuità con lo stesso datore di lavoro o con lo stesso gruppo:

  • sei periodi d’imposta se, dopo il rientro, si lavora ancora per lo stesso soggetto (o gruppo) per cui si lavorava all’estero. Questo vale quando non si è lavorato per quel gruppo in Italia prima di partire;
  • sette periodi d’imposta se, oltre alla continuità dopo il rientro, c’è stato anche un impiego in Italia presso lo stesso datore o gruppo prima dell’esperienza all’estero. In questo caso il requisito richiesto sale a sette periodi d’imposta.

Per capire se il requisito è rispettato, conta:

  • l’anno in cui si torna ad essere residenti fiscali in Italia;
  • gli anni immediatamente precedenti di residenza fiscale all’estero;
  • il confronto tra il datore di lavoro estero e quello dopo il rientro (stesso gruppo o no).

Non è possibile sommare periodi esteri lontani tra loro a piacere. Il conteggio va fatto a ritroso dall’anno del rientro fiscale, seguendo la sequenza senza “buchi” di residenza italiana in mezzo.

Un altro punto chiave è la prova di questi anni all’estero. Non basta dire “sono stato fuori tre anni”: servono elementi concreti, come:

  • certificazioni fiscali del Paese estero;
  • contratti di lavoro;
  • documenti su casa, utenze, scuola dei figli, copertura sanitaria.

L’iscrizione all’AIRE aiuta, ma non è sempre l’unico elemento. Conta la ricostruzione complessiva della vita della persona in quel periodo.

Oltre al requisito temporale, per accedere al nuovo regime impatriati servono anche:

  • trasferimento effettivo della residenza fiscale in Italia;
  • impegno a mantenerla per almeno quattro anni;
  • attività svolta prevalentemente in Italia;
  • requisiti di elevata qualificazione o specializzazione;
  • redditi rientranti nelle categorie agevolabili, entro un limite annuo di 600.000 euro.

Le agevolazioni non si estendono automaticamente ai familiari: ogni persona deve verificare i propri requisiti. Il beneficio riguarda l’imponibile fiscale, non necessariamente i contributi previdenziali.

Negli ultimi anni il governo ha mostrato diverse perplessità sul costo complessivo di queste misure, soprattutto perché una parte importante dei beneficiari non sono ricercatori ma manager, dipendenti di grandi aziende o sportivi. Da qui la spinta a:

  • ridurre la percentuale di reddito agevolato;
  • aumentare i periodi minimi di permanenza all’estero e in Italia;
  • porre limiti ai redditi agevolabili;
  • valutare l’esclusione di alcune categorie, come gli sportivi professionisti.

Per chi oggi immagina un percorso di studio e lavoro internazionale, conoscere questi meccanismi aiuta a pianificare meglio tempi e scelte. Bisogna valutare quanti anni passare fuori, se rientrare con lo stesso datore o cambiare e quali documenti conservare per dimostrare la residenza estera.

In sintesi, le politiche sul rientro dei cervelli e il regime impatriati non sono dettagli tecnici per pochi addetti ai lavori. Sono una parte concreta del contesto in cui si costruirà la carriera dei prossimi anni, soprattutto per chi punta a formazione avanzata, mobilità internazionale e lavori ad alta qualificazione.


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