#Finsubito news dalla rete – Bilancio Ue 2028-2034, scontro su nuove tasse e tagli ai fondi


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Anche l’Unione europea è alle prese con la sua manovra. Da ieri, giovedì 15 ottobre, sono entrati ufficialmente nel vivo i negoziati tra i capi di Stato e di governo per definire il prossimo bilancio comunitario per il periodo 2028-2034. C’è l’ambizione di trovare un accordo entro la fine dell’anno, vale a dire un anno prima della sua entrata in vigore, principalmente per due ragioni: una tecnica e una politica.

La prima è che il nuovo bilancio cambierà totalmente struttura e sarà disegnato attorno a piani nazionali, sulla falsariga del Pnrr, che assegneranno ai Paesi una fetta consistente delle risorse da distribuire nei vari capitoli di spesa. Per preparare e approvare questi piani serve tempo e dunque c’è chi ritiene necessario chiudere l’intesa ben prima dell’entrata in vigore di quello che in italiano si chiama Qfp, Quadro finanziario pluriennale, e in inglese Mff, Multiannual Financial Framework.

L’altra ragione è che si punta a introdurre nuove risorse proprie per alimentare, almeno parzialmente, il bilancio. E anche la definizione giuridica e l’applicazione di queste “tasse europee” richiedono tempi tecnici.

C’è poi un aspetto più politico. Nel 2027 ci saranno importanti elezioni nazionali: in Italia, in Grecia, in Polonia e soprattutto in Francia. Emmanuel Macron ha fatto sapere che o si chiude entro la fine dell’anno oppure non sarà più possibile trovare un’intesa nei primi mesi del 2027 perché la Francia sarà in piena campagna elettorale.

Marine Le Pen, che nei giorni scorsi è venuta a Bruxelles, ha chiesto di aspettare e ha minacciato di voler dimezzare l’entità del contributo francese al budget Ue. Ma le elezioni anticipate in Spagna, previste per il 29 novembre, non aiutano.

Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ancora ci spera e ha fissato un vertice straordinario per il prossimo 26 novembre, con l’obiettivo di avvicinare le posizioni e di siglare l’intesa al Consiglio straordinario di dicembre. Ma in pochi sono disposti a scommetterci che ci riuscirà.

In questa partita si affrontano principalmente due fazioni opposte: quelli che si fanno chiamare “gli Amici della Coesione” e quelli che una volta si chiamavano “Frugali”, ma che adesso preferiscono definirsi “modernizzatori” o “realisti”.

Del primo gruppo fanno parte Italia, Romania (sono i due Paesi promotori), Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Il secondo è invece composto da Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Finlandia e Belgio.

I primi chiedono di non tagliare ulteriormente il bilancio e di salvaguardare soprattutto i fondi per le politiche agricole e di coesione. I secondi chiedono invece tagli per “centinaia di miliardi di euro” e premono per avere uno sconto sui loro contributi.

Un anno fa, la Commissione europea aveva proposto un bilancio per il prossimo settennato dal valore totale di 1.763 miliardi di euro, che a prezzi correnti corrispondono a 1.984 miliardi. Una settimana fa, la presidenza di turno irlandese ha messo sul tavolo una proposta di compromesso che prevede un taglio dell’8% sull’importo totale: 1.622 miliardi se si usano come base i prezzi del 2025, con un taglio di 141 miliardi, che diventano 1.825 a prezzi correnti (e in questo caso il taglio è ancor più significativo: 159 miliardi).

Troppo pochi secondo gli Amici della Coesione, ancora troppi secondo i Frugali. Spetterà ora al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, presentare una nuova proposta di compromesso in tempo per il vertice del 26 novembre.

Costa non dovrà definire soltanto il nuovo ammontare, ma anche la distribuzione delle risorse nei vari capitoli di spesa. La presidenza irlandese aveva lasciato sostanzialmente intatto il volume dei fondi per i piani nazionali, nei quali ci sono le risorse per agricoltura e coesione, ma aveva tagliato di circa 70 miliardi quelli per la competitività, aveva dato una sforbiciata alle spese per l’amministrazione e ridotto la quota che di solito si mette nei “margini” di bilancio per far fronte alle spese impreviste (da 8 a 2 miliardi).

Nel bilancio sono stati inoltre stanziati 168 miliardi di euro di costi legati al Next Generation EU: una parte, poco meno della metà, per iniziare a rimborsare il capitale, e il resto per pagare gli interessi. Che con l’aumento dei tassi d’interesse continua a salire.

L’ultimo fronte riguarda le entrate, che dovranno essere raccolte attraverso il contributo degli Stati membri e le nuove risorse proprie. Si tratta probabilmente della parte più difficile del negoziato perché nessun governo vorrà aumentare i propri versamenti al bilancio e l’intesa sulle nuove fonti d’entrata si preannuncia ostica.

L’Irlanda aveva deciso di mantenere le cinque risorse proprie già proposte della Commissione che dovrebbero portare circa 58 miliardi di euro l’anno nel bilancio Ue.

Nella cassa comune dovrebbero finire il 30% dei proventi delle aste delle quote di emissione del sistema Ets, il 75% del dazio sul carbonio alle frontiere, un nuovo contributo sui rifiuti elettronici non differenziati (2 euro al chilo), il 15% delle entrate derivanti dalle accise armonizzate sui tabacchi e sulle sigarette elettroniche, un prelievo applicato al fatturato delle multinazionali con volume d’affari superiore ai 100 milioni di euro.

Su nessuna di queste, al momento, c’è un’intesa. Il Parlamento europeo ha chiesto di considerare anche un’imposta sulle plusvalenze realizzate con le criptovalute (che potrebbe generare 20 miliardi), la web tax sui servizi digitali (circa 35 miliardi) e un prelievo del 3% sul fatturato del gioco d’azzardo online che potrebbe portare circa 13 miliardi. Il governo greco ha invece proposto una nuova imposta sull’assegnazione delle licenze per le frequenze 6G alle compagnie di telecomunicazioni.

Costa ha fatto sapere di voler andare a pescare anche tra queste imposte alternative nella sua proposta che verrà presentata il mese prossimo con la speranza di risolvere quel “trilemma” per trovare un equilibrio tra il volume totale del bilancio, i contributi nazionali e le entrate delle nuove risorse proprie.

Valutare l’impatto

La prima giornata del Consiglio europeo è stata segnata anche dalla “battaglia” attorno al sistema Ets, il meccanismo per lo scambio delle quote di emissioni, che penalizza gli Stati più dipendenti dai combustibili fossili.

L’Italia, la Grecia e i Paesi di Visegrad hanno chiesto di inserire nelle conclusioni un passaggio per chiedere di prendere in considerazione l’ipotesi di posticipare ulteriormente l’entrata in vigore dell’Ets2, vale a dire l’estensione del sistema anche al riscaldamento degli edifici e al trasporto stradale, dal 2028 al 2030. Ma la Germania, la Spagna e altri Paesi del Nord hanno fatto muro.

Il compromesso trovato poco prima di mezzanotte non menziona l’ipotesi di un rinvio, ma si limita a chiedere una “valutazione d’impatto”. «Il Consiglio europeo – questo c’è scritto nel documento finale – invita la Commissione ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’Ets2, in particolare la sua concezione e le sue garanzie». Il governo italiano considera questa aggiunta un successo diplomatico, anche se in realtà il risultato ottenuto è nettamente inferiore alle aspettative e i nordici rivendicano di aver difeso l’Ets2 dal rischio di un rinvio.

Basta un poco di zucchero?

In questa intervista, il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, spiega perché l’Ue deve mantenere il sistema Ets, anche se avverte che i prossimi mesi saranno molto duri.

«Dobbiamo essere molto realistici e schietti nel dire che questo sarà un inverno molto difficile per le nostre imprese e per i nostri cittadini a causa degli elevati prezzi dell’energia – dice Jorgensen –. Abbiamo detto ai governi che possono erogare sussidi. Se necessario, possono sussidiare anche l’energia da combustibili fossili, ma ogni misura deve essere temporanea e mirata. Perché se hai un paziente diabetico, non puoi curarlo prescrivendogli dello zucchero».

Prima o poi

Al Consiglio europeo, Meloni ha sottolineato nuovamente la richiesta di ulteriore flessibilità alla luce della maggiore inflazione, anche se questa partita si gioca sottotraccia direttamente con la Commissione. Ma cosa chiede esattamente l’Italia?

Le attuali regole consentono già alla Commissione di considerare l’inflazione-extra come un «fattore rilevante» nel momento in cui viene valutato il rispetto del percorso di spesa concordato. Ma questa valutazione viene fatta «ex post», mentre l’Italia vorrebbe che fosse fatta «ex ante».

I due approcci portano ovviamente allo stesso risultato, ma per l’Italia c’è una differenza sostanziale. Ottenere il via libera a posteriori comporterebbe il rischio di un richiamo a novembre, quando la Commissione pubblicherà la sua pagella preliminare sulla manovra. Per questo il governo vorrebbe che la Commissione tenesse conto dell’inflazione tra i fattori rilevanti già nella prima valutazione, in modo da incassare il giudizio di conformità.

Ne parlo in questo articolo, dove trovi anche un aggiornamento sullo stato dei negoziati per introdurre un’imposta europea sugli extraprofitti delle società energetiche.

Dare i numeri

Dopo aver siglato l’intesa sul diesel con la Russia, Donald Trump ha replicato alle critiche ricevute dall’Unione europea, accusandola di ipocrisia visto che ha “pagato 250 miliardi di dollari alla Russia per l’Energia” (circa 220 miliardi di euro).

Il vicepremier russo Alexander Novak ha alzato l’asticella, dicendo che il conto ammonta a 320 miliardi di dollari (302 miliardi di euro) dall’inizio dell’invasione in Ucraina.

La Commissione europea ha ribattuto dicendo di aver speso “soltanto” 197 miliardi di euro (209 miliardi di dollari) e che il conto sarebbe stato molto più salato se non avesse adottato il piano RePowerEU: 475 miliardi in totale.

L’Ue ha azzerato gli acquisti di carbone dalla Russia e ridotto praticamente a zero quelli di petrolio (restano eccezioni per Slovacchia e Ungheria), ma non ancora quelli di gas. L’obiettivo è di chiudere definitivamente i rubinetti entro il 30 settembre del 2027.

In teoria

Un conflitto con Mosca «non è né imminente né inevitabile» ha messo in chiaro il comandante supremo della Nato in Europa, il generale Alexus Grynkewich. Ma «se qualcuno fosse così folle da attaccarci – ha aggiunto – siamo pronti a combattere immediatamente, anche stanotte».

Con queste parole, l’americano ha illustrato nei giorni scorsi a Varsavia la “Teoria della Vittoria” della Nato, ossia il piano per scoraggiare un eventuale attacco russo sul territorio dell’Alleanza. In questo articolo ti spiego di cosa si tratta.


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