C’è un equivoco che ci portiamo dietro da decenni, ed è pensare che a custodire la Costituzione basti la Corte costituzionale. Il vero garante sostanziale della Carta è il Parlamento. Non quello formale, quello sostanziale. Ed è al Parlamento che chiedo conto di una scelta precisa: aver ceduto la nostra sovranità in modi che con l’articolo 11 hanno poco a che vedere.
Rileggiamolo, quell’articolo. La sovranità appartiene al popolo, lo dice l’articolo 1, e l’articolo 11 consente di limitarla a una sola condizione: che serva a creare organismi internazionali capaci di risolvere i conflitti tra i Paesi attraverso la diplomazia. Si cede sovranità per la pace, e soltanto per la pace. Accordi e intese si possono fare, certo, ma quel principio cardine è stato violato più volte, e la violazione più grande porta il nome di Europa.
Perché abbiamo consegnato la nostra sovranità a Bruxelles? La risposta è meno nobile di quanto ci siamo raccontati. Speravamo che l’Europa facesse al posto nostro quello che non avevamo il coraggio di fare: le cosiddette norme impopolari. Le subivamo da fuori, e intanto nessuno a Roma doveva prendersene la responsabilità politica. È stata l’operazione più scellerata che un Paese potesse compiere. Perché l’Europa, che di politico non ha nulla, una volta ricevuti quei poteri è diventata una grande lobby. E non possiamo nemmeno parlare di esproprio: quella sovranità l’abbiamo concessa noi, di nostra volontà, per una finalità che è stata tradita. Oggi da lì arrivano direttive che con il dettato costituzionale spesso non hanno nulla di coerente.
Due pesi, due misure
Per capire fino a che punto si sia spinta questa dipendenza basta tornare al 2011. Il governo Berlusconi non cadde perché in Parlamento mancassero i numeri. Lo fece cadere l’economia, lo fece cadere uno spread alle stelle. In quell’anno il rapporto tra debito e PIL era intorno al 120%, il debito sfiorava i 2.000 miliardi, e ci ripetevano che così non si poteva andare avanti.
Oggi quel rapporto è al 138% e il debito ha toccato i 3.000 miliardi. Abbiamo appena fatto uno scostamento da 29 miliardi, e nessuno sembra ricordare che ci sono anche i prestiti del PNRR da restituire all’Europa, altro debito che si somma al debito. Eppure tutto procede tranquillamente.
Che cosa è cambiato, allora? È cambiato che nel 2011 servivano quelle riforme che avrebbero messo in ginocchio i pensionati e creato gli esodati, tra le lacrime di chi le annunciava in conferenza stampa. Serviva soprattutto precarizzare il lavoro.
Il lavaggio del cervello sulla precarietà
Un tempo valeva una regola semplice: la prima cosa che un Paese deve fare è salvaguardare i posti di lavoro. Poi è arrivato il lavaggio del cervello, e ci hanno spiegato che la precarietà avrebbe acceso l’economia.
Il ragionamento era questo: se sei sempre precario, sei costretto ad affannarti, a lavorare di sera, di notte, la mattina presto, ovunque capiti. Oggi pulisci i bagni, domani porti i piatti in sala, dopodomani stai dietro al bancone di un bar. E questo forsennato senza alcuna garanzia, ci dicevano, sarebbe stato il futuro dell’economia italiana.
C’era persino chi pretendeva che prendessimo altri 40 miliardi a prestito, magari per farne l’uso che abbiamo fatto del PNRR. Perché la domanda è inevitabile: se oggi devi ricorrere a uno scostamento da 29 miliardi, quel fiume di denaro speso con il Piano che cosa ha acceso? Sono stati sussidi rovesciati su un terreno permeabilissimo e lì scomparsi, dentro 256mila procedure. Abbiamo visto spuntare piscine all’aperto a 1.500 metri d’altitudine, che forse apriranno un giorno l’anno, e piste ciclabili dove passerà una bicicletta ogni tre anni.
Il PNRR doveva servire ad altro. Doveva finanziare una ventina di grandi opere infrastrutturali, strategiche, prioritarie, che con i fondi ordinari non avremmo mai potuto realizzare. Le alternative erano due. Rivolgersi ai fondi internazionali, che però sarebbero diventati proprietari di quelle opere, oppure accedere ai prestiti del Piano, a tassi agevolati e con una quota a fondo perduto, e costruire le infrastrutture capaci di rilanciare il Paese. Non abbiamo fatto nulla di tutto questo. Abbiamo distribuito 50 a te, 50 a te e 50 a te, polverizzando le risorse su ottomila comuni: non ce n’è uno che non abbia visto finanziato almeno un intervento.
E c’è un aspetto che nessuno racconta. Il prestito l’ha acceso l’Italia, ma l’alta tecnologia l’abbiamo pagata per miliardi ad aziende straniere. Il debito è rimasto a noi, i soldi sono andati agli altri. Nel frattempo abbiamo drogato il mercato: qualcuno si è accaparrato una mole enorme di lavoro, e quando il PNRR finirà non avrà altra scelta che licenziare. Polverizzare le risorse è il modo migliore per distruggere.
Il punto di non ritorno
Siamo a un punto di non ritorno, e non dipende dai governi. L’Italia è stata quasi espropriata. Nel 2011, con quell’operazione, abbiamo coperto un enorme debito privato: quello che era accaduto negli Stati Uniti, con le stesse pratiche e lo stesso agire disinvolto, era accaduto anche da noi. Andate a vedere chi abbiamo aiutato con i soldi dello Stato nelle grandi ristrutturazioni, se soggetti pubblici o soggetti privati. Fermo restando che, alla fine, in Italia non è rimasto più niente.
Il governo Monti è stato l’inizio, ma va detto che Berlusconi, anche quando si dimise, prima varò tutto quello che doveva varare. Berlusconi è stato una grandissima anomalia: uno dei più grandi imprenditori del Paese alla guida del governo è, accademicamente, il conflitto di interessi su tutto. Era esposto a ogni pressione, perché a ogni mossa poteva sentirsi dire che gli avrebbero tolto le reti. Se abbia accettato o meno dei compromessi non sta a me giudicarlo. Ma è chiaro che c’era un intento predatorio, e che lui ha dovuto difendere le sue aziende. Mentre difendi le aziende, però, non pensi al Paese. Non gliene si può fare una colpa: gli stavano togliendo ciò che aveva costruito in una vita. Resta il fatto che quella conflittualità ha impedito all’Italia di avere una guida autorevole.
E dall’altra parte chi c’era? Gli eredi della Bolognina, diciamolo chiaramente, disposti a tutto. Le privatizzazioni chi le ha fatte? Il governo Monti, tecnico sulla carta, da chi era sostenuto? La precarizzazione del lavoro chi l’ha portata avanti, se non la sinistra italiana? Chi si è piegato totalmente all’Europa?
Non è una questione di Europa sì o Europa no. È una questione di provvedimenti, e i provvedimenti sono lì da vedere. Come lì da vedere è l’ultima beffa: ora ci chiedono di portare le spese militari al 5%, e i bilanci si possono sfondare senza troppi problemi. Abbiamo scoperto che dal 2011 al 2026 è cambiato tutto. Prima non si poteva muovere un metro, adesso i bilanci non contano più niente.
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