#Finsubito news dalla rete – La Cassazione cita sette sentenze che parlano d’altro


Quando i precedenti diventano fantasmi, il problema non è soltanto l’intelligenza artificiale. È la fiducia nella giustizia.

C’è qualcuno che ha fatto una cosa tanto noiosa quanto necessaria: ha preso un’ordinanza della Cassazione e ha controllato, una per una, le sentenze citate al suo interno.

Non si è limitato a verificare che i numeri esistessero. Ha letto anche le decisioni, per capire se dicessero davvero quello che la Cassazione attribuiva loro.

Il risultato, secondo il dossier che ha raccolto questa verifica, è sorprendente: su sedici precedenti richiamati, sei risultano pertinenti, uno soltanto in parte, sette riguardano argomenti completamente diversi e due non sono stati rintracciati.

Non male per un provvedimento della Suprema Corte.

L’ordinanza in questione è la n. 26700 del 12 ottobre 2026, della Terza Sezione civile. La vicenda riguarda un pignoramento presso terzi: in parole semplici, un creditore cerca di recuperare ciò che gli spetta rivolgendosi a qualcuno che deve dei soldi al suo debitore. Nel caso concreto, il terzo era riconducibile all’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Il Tribunale aveva dato ragione alla parte che contestava l’assegnazione delle somme. La Cassazione, però, ha individuato un problema processuale: il debitore non aveva partecipato regolarmente al giudizio, perché la notifica era stata inviata a un indirizzo PEC estratto da un elenco non utilizzabile per quella specifica notificazione.

E il debitore doveva esserci.

I giuristi parlano di «litisconsorzio necessario». È una di quelle espressioni che sembrano inventate apposta per tenere lontane le persone dai tribunali, ma il concetto è semplicissimo: non puoi decidere una controversia che riguarda direttamente Mario senza permettere anche a Mario di partecipare.

Una garanzia fondamentale, dunque.

Il problema nasce quando si vanno a controllare i precedenti utilizzati per sostenere questa conclusione.

Secondo l’analisi contenuta nel dossier, tra le pronunce richiamate spuntano decisioni sul procedimento disciplinare degli avvocati, sull’immigrazione, sulla protezione internazionale e su altre questioni che hanno ben poco a che vedere con il litisconsorzio necessario.

Particolarmente curioso è il riferimento alle Sezioni Unite n. 10226 del 2014. Il numero coincide con quello del ricorso deciso dall’ordinanza, mentre il precedente così identificato non risulta corrispondere alla pronuncia richiamata.

È come chiedere a un avvocato il numero di una sentenza e sentirsi rispondere, con la massima sicurezza, il numero della propria pratica.

Il dossier evidenzia anche un particolare interessante: alcune citazioni problematiche compaiono proprio dopo formule solenni come «consolidato insegnamento» o «costante indirizzo nomofilattico». Espressioni con cui il giudice sembra voler dire: su questo punto non c’è più nulla da discutere, la giurisprudenza è pacifica.

Peccato che, se il precedente parla d’altro, quell’autorevolezza sia soltanto apparente.

Altri dettagli fanno pensare al possibile utilizzo dell’intelligenza artificiale: riferimenti ripetuti, citazioni incongruenti, discontinuità nella punteggiatura. Ma bisogna essere rigorosi. Sono indizi, non prove. Non sappiamo se quelle anomalie siano state prodotte da un software, da una ricerca frettolosa o da un semplice errore umano.

E sarebbe piuttosto ironico denunciare citazioni inattendibili attribuendone poi la responsabilità all’intelligenza artificiale senza avere le prove.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: e allora?

In fondo, se il debitore doveva partecipare al processo, la conclusione della Cassazione potrebbe essere corretta. Che importanza ha se alcune sentenze citate sono sbagliate?

In Italia, del resto, il precedente giurisprudenziale non funziona come nei sistemi anglosassoni. L’articolo 101 della Costituzione stabilisce che i giudici sono soggetti soltanto alla legge. Le decisioni precedenti, pur con l’importante funzione della Cassazione e le particolarità previste dall’ordinamento, non sono tutte vincolanti nello stesso modo.

Sembrerebbe quindi una questione secondaria. Un po’ come scoprire che la bibliografia di un libro contiene qualche titolo sbagliato: fastidioso, certo, ma il contenuto potrebbe restare valido.

Il problema è che una sentenza non è un romanzo.

L’articolo 111 della Costituzione pretende che tutti i provvedimenti giurisdizionali siano motivati. E motivare non significa soltanto scrivere una conclusione accompagnata da una spiegazione plausibile. Significa rendere verificabile il percorso seguito per arrivarci.

Quando un giudice richiama una decisione precedente, sta chiedendo al lettore di attribuire un preciso valore a quella fonte. È come se convocasse un testimone per confermare il proprio ragionamento.

Ma se quel testimone non esiste, oppure esiste e racconta una storia completamente diversa, la citazione perde la sua funzione.

E qui il problema giuridico incontra qualcosa di ancora più antico.

Il comandamento «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo» viene normalmente associato al testimone che mente davanti a un giudice. Ed è certamente questo il suo primo significato. Ma contiene anche un insegnamento più ampio: quando chiami qualcuno a confermare ciò che dici, hai il dovere di rispettare la verità delle sue parole.

Una sentenza citata come precedente è, in un certo senso, una testimonianza del passato. Le attribuisci un’affermazione e la presenti a sostegno della tua tesi.

Prima, però, devi controllare che l’abbia pronunciata davvero.

C’è un altro passaggio del Vangelo che mi sembra particolarmente adatto a questa vicenda.

Nel Discorso della Montagna, Gesù racconta di due uomini che costruiscono una casa. Il primo la fonda sulla roccia. Il secondo sulla sabbia. Quando arrivano la pioggia, i fiumi e il vento, soltanto la prima rimane in piedi.

La differenza non sta nell’aspetto delle due abitazioni. Magari quella costruita sulla sabbia era persino più bella, con le pareti perfettamente dipinte e il giardino curato. Il problema è ciò che non si vede.

Le fondamenta.

Anche una sentenza può essere scritta benissimo. Può avere uno stile impeccabile, un linguaggio autorevole e decine di richiami alla giurisprudenza. Ma se quei richiami non corrispondono alla realtà, qualcosa nelle fondamenta non funziona.

Questo non dimostra automaticamente che la decisione sia sbagliata. Una conclusione corretta può essere accompagnata da citazioni errate. Ma non è una ragione per considerare irrilevanti gli errori.

Perché la giustizia non deve soltanto arrivare a una soluzione corretta. Deve poter spiegare, con fonti autentiche e argomenti controllabili, perché quella soluzione sia corretta.

Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Che evidentemente non è l’unica ad avere allucinazioni…

Oggi abbiamo strumenti capaci di riassumere migliaia di pagine, organizzare documenti, individuare collegamenti e produrre testi in pochi secondi. Sarebbe assurdo rinunciare a queste possibilità. Anche il lavoro giuridico può trarne enormi benefici.

Ma esiste una differenza tra utilizzare una macchina per cercare una risposta e affidarle la responsabilità di quella risposta.

Un sistema di intelligenza artificiale può produrre una citazione che suona perfettamente credibile senza che la fonte esista. Può inventare un collegamento fra due decisioni con la stessa disinvoltura con cui completa una frase.

Non lo fa per mentire. Non ha bisogno di voler ingannare qualcuno per generare un’informazione falsa.

È proprio questo il punto: la macchina non si assume la responsabilità di ciò che scrive. Quella responsabilità rimane a chi utilizza il risultato, lo controlla e decide di farlo proprio.

Nel cristianesimo c’è un’immagine che rende ancora più evidente questa differenza. È quella dell’Incarnazione.

«Il Verbo si fece carne».

Non rimase un’idea astratta, una voce senza corpo, una verità pronunciata da lontano. Entrò nella storia degli uomini, condividendone la fame, la stanchezza, la sofferenza e perfino la morte.

Naturalmente, non avrebbe senso trasformare un mistero religioso in una teoria sull’informatica. Ma quell’immagine ci ricorda una cosa importante: la verità che riguarda la vita degli uomini non può essere separata dalla responsabilità umana.

Un giudice non decide soltanto quale interpretazione giuridica sia più convincente. Decide su patrimoni, libertà, famiglie, reputazioni. Dietro ogni fascicolo ci sono persone che subiranno le conseguenze di quelle parole.

E quelle persone hanno il diritto di sapere che qualcuno ha davvero verificato ciò che viene scritto in loro nome.

La Cassazione, peraltro, ha già richiamato gli avvocati a questo dovere. Nel 2026, con la sentenza penale n. 23006, ha chiarito che citare precedenti inesistenti o alterati, generati attraverso strumenti informatici senza un adeguato controllo, può costituire una grave forma di negligenza professionale.

È un principio sacrosanto.

Ma proprio per questo sarebbe difficile comprendere perché il dovere di verificare le fonti debba essere rigorosissimo per chi scrive un ricorso e meno importante per chi pronuncia una decisione.

Il rispetto della verità non cambia a seconda del lato del banco sul quale ci si trova.

Forse la sfida più importante dell’intelligenza artificiale non è imparare a produrre sentenze sempre più convincenti. È impedire che la facilità con cui possiamo produrre parole ci faccia perdere l’abitudine di controllarle.

Perché una citazione inventata non diventa vera se compare in una sentenza. E un errore non acquista autorevolezza soltanto perché è scritto sotto l’intestazione della Repubblica Italiana.

La roccia su cui deve poggiare la giustizia non è l’infallibilità di chi giudica.

È la possibilità, per chiunque, di verificare che ciò che viene affermato sia vero.


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