#Finsubito news dalla rete – Dazi Usa, il 61% delle imprese esportatrici italiane ha subito danni. Il 65% chiede un’Europa più forte


I dazi americani pesano sulle imprese esportatrici italiane, comprimono i margini, riducono gli ordini e spingono le aziende a ripensare le proprie strategie commerciali.

In questo scenario dalle imprese arriva anche un messaggio chiaro: per affrontare le sfide del commercio globale serve un’Unione europea più forte, coesa e capace di tutelare la competitività del sistema produttivo.

È quanto emerge dall’indagine realizzata da Noto Sondaggi su un campione di 200 imprese esportatrici italiane, presentata a Milano, nel corso della quarta edizione del Forum del Commercio Internazionale, promosso da ARcom Formazione e dedicato al tema «Nuove rotte del commercio globale. Come le imprese si adattano al cambiamento e anticipano le sfide».

«La quarta edizione del Forum conferma il valore di un appuntamento che rappresenta ormai un luogo stabile di confronto tra imprese, istituzioni, esperti e mondo accademico sulle trasformazioni del commercio internazionale – dichiara Sara Armella, direttrice scientifica del Forum del Commercio Internazionale – Uno spazio nel quale non si confrontano soltanto opinioni e punti di vista differenti, ma soprattutto proposte concrete per semplificare la vita delle aziende e accompagnarle nelle sfide dei mercati globali. Quest’anno, per la prima volta, abbiamo scelto di ascoltare direttamente la voce delle imprese, raccogliendo le loro esperienze, le difficoltà che incontrano quotidianamente e le esigenze reali di chi opera sui mercati internazionali». Il dato più significativo riguarda le conseguenze delle politiche commerciali statunitensi.

L’impatto dei dazi sulle imprese italiane

Il 61% delle aziende intervistate che esportano negli Stati Uniti dichiara di aver subito danni a causa dei dazi introdotti dall’amministrazione di Donald Trump a partire dal 2025.

Per il 19% le conseguenze sono state significative, mentre il 42% segnala effetti più contenuti. Le ripercussioni si riflettono direttamente sui risultati economici delle imprese: il 54% registra una riduzione dei margini, il 45% un calo degli ordini, il 32% un aumento dei costi legati alla consulenza e all’adeguamento normativo e il 21% dichiara di aver perso clienti.

Le aziende italiane stanno cercando di reagire attraverso nuove strategie commerciali. Il 43% ha avviato una rinegoziazione dei prezzi con i clienti americani, mentre il 38% punta sulla diversificazione dei mercati di destinazione. Il 26% ha già ridotto le esportazioni verso gli Stati Uniti e l’11% valuta la possibilità di trasferire direttamente sul territorio americano parte delle attività produttive o di assemblaggio.

«Il dato del 61% delle aziende che esportano negli Stati Uniti e che hanno riscontrato difficoltà a seguito dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump è particolarmente significativo – sottolinea Armella –. Le imprese hanno cercato di reagire attraverso la rinegoziazione dei contratti e la ridefinizione delle proprie strategie commerciali. È la dimostrazione di un sistema produttivo che prova ad adattarsi a uno scenario internazionale sempre più complesso e incerto, ma che ha bisogno di strumenti adeguati e di un quadro normativo più semplice e prevedibile».

Il giudizio sull’accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti evidenzia ulteriori criticità. Il 45% delle imprese esportatrici verso il mercato americano ritiene che l’intesa non abbia migliorato la propria situazione, il 34% riconosce benefici soltanto parziali e appena il 12% esprime una valutazione positiva. Il 57% sostiene inoltre che l’Unione europea avrebbe dovuto adottare contromisure per rafforzare la propria posizione negoziale.

La richiesta di una Ue più forte 

Dall’indagine emerge soprattutto una forte richiesta di maggiore integrazione europea. Il 65% delle aziende considera il rafforzamento dell’Unione europea la risposta più efficace alle crisi geopolitiche, mentre il 71% valuta positivamente la creazione di una futura Autorità doganale europea, in grado di garantire regole e controlli più uniformi tra gli Stati membri.

Le preoccupazioni delle imprese si estendono anche alle prospettive dei prossimi mesi. Il 48% del campione prevede un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali internazionali nei prossimi dodici mesi, il 38% immagina una situazione sostanzialmente stabile e soltanto il 14% si aspetta una distensione.

Gli Stati Uniti rappresentano il Paese che suscita maggiore preoccupazione per l’attività internazionale delle aziende intervistate, con il 43% delle risposte, seguiti dalla Cina con il 24% e dalla Russia con il 14%.

I Paesi a maggior rischio e la semplificazione burocratica

In questo scenario, le imprese chiedono interventi concreti per sostenere la propria competitività. In cima alle priorità figura la semplificazione delle procedure doganali, indicata dal 57% degli intervistati, seguita dalla necessità di ricevere informazioni tempestive sulle novità normative (46%), dalla disponibilità di strumenti finanziari di sostegno (34%) e da negoziati commerciali europei più efficaci (28%).

«Ci sono altri due dati dell’indagine che meritano particolare attenzione – evidenzia Sara Armella –. Il primo è che il 57% delle imprese non conosce affatto, o conosce soltanto in maniera superficiale, la riforma doganale europea, destinata a rappresentare una trasformazione epocale per gli scambi internazionali. Il secondo è che il 57% delle aziende chiede soprattutto semplificazioni, prima ancora che incentivi economici. È un messaggio molto chiaro che arriva dal mondo produttivo: le imprese hanno bisogno di regole comprensibili, procedure più snelle e strumenti che consentano loro di competere sui mercati internazionali senza essere penalizzate da un eccesso di complessità burocratica».

Diversificazione dei fornitori

Le tensioni geopolitiche stanno modificando anche l’organizzazione delle catene di approvvigionamento. Il 37% delle imprese punta sulla diversificazione dei fornitori all’interno della stessa area geografica, il 29% sull’aumento delle scorte strategiche e il 25% sull’avvicinamento delle forniture ai mercati europei. Resta tuttavia significativo il dato relativo al 32% delle aziende, che dichiara di non aver ancora definito una strategia strutturata.

Un contesto che rende sempre più centrale il ruolo dell’Unione europea nella definizione di politiche commerciali comuni, nella semplificazione delle regole e nella costruzione di strumenti capaci di accompagnare le imprese italiane nelle sfide del commercio globale. (riproduzione riservata)


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