#Finsubito news dalla rete – La tregua di Moody’s. L’agenzia non declassa Parigi. Ma vuole austerity e stop alle rivolte


Il coprifuoco nelle grandi città, i militari a presidiare gli edifici pubblici, le ennesime rassicurazioni del ministro dell’Economia Roland Lescure sulla capacità del governo di approvare il bilancio, costi quel che costi. Le rivolte di piazza e le massicce vendite del debito si intrecciano in un calendario che comprime tutte le ansie di Francia in soli sette giorni. Per i titoli di Stato d’Oltralpe l’ultima settimana è stata la peggiore da oltre trent’anni. Dallo scorso lunedì lo spread con il Bund tedesco è salito di 33 punti base, oltre quota 175. Si tratta del rialzo settimanale più forte dal 1990 e vicino al record storico. Giovedì il rendimento del decennale ha toccato il 5,14%, il livello più alto dal 2002, chiudendo l’ultima seduta della settimana sopra il 5%, mentre i credit default swap a cinque anni – i contratti con cui gli investitori si assicurano contro un possibile fallimento del debito sovrano – hanno superato i 100 punti base per la prima volta dal 2012. Cinque giorni di fuoco sui mercati che, fatalità, cadono tra la prima grande e violenta protesta e la vigilia del secondo sabato di manifestazioni contro il carovita. Ma soprattutto del nuovo rating di Moody’s che, contrariamente alle attese degli analisti, ha deciso di non declassare il rating di Parigi.  

“I rating ‘Aa3’ della Francia sono sostenuti da un’economia ricca e diversificata, nonchè da istituzioni pubbliche altamente competenti – si legge nel report dell’agenzia Usa – tuttavia, la solidità del quadro istituzionale è messa periodicamente alla prova”. Poi l’avvertimento: la valutazione “presuppone l’adozione di una manovra di bilancio per il 2027 orientata alla riduzione del deficit, nonché una parziale attenuazione dei costi di finanziamento e delle tensioni sociali nei prossimi mesi”. Moody’s concede tempo, ma a patto che Parigi approvi una manovra di austerità che tagli la spesa pubblica e metta fine alle proteste che alimentano il conflitto sociale. L’agenzia lo ribadisce: la nota “non annuncia un’azione di rating del credito e non costituisce un’indicazione circa la probabilità di un’azione di rating nel prossimo futuro”.

Il mantenimento del rating “smentisce le previsioni di declino”, ha commentato il primo ministro Sèbastien Lecornu. Eppure c’è poco da festeggiare, mentre si fa largo il paragone con la corsa degli spread durante la crisi dell’euro. Nel 2011 i bond tedeschi erano il rifugio per eccellenza degli investitori nel mercato obbligazionario europeo. E rendevano attorno al 2%. Oggi la Germania vede un rendimento molto più alto, al 3,33%, a causa dell’aumento della spesa pubblica per il riarmo e per la crisi del modello di sviluppo tedesco. L’energia russa a basso costo non arriva più alle fabbriche, e il mercato cinese si chiude sempre di più ai suoi beni manifatturieri.

Guardare solo allo spread per misurare la gravità della situazione francese può restituire insomma un’immagine parziale. Per questo gli operatori di mercato guardano ora allo swap spread, la differenza tra il rendimento degli Oat francesi e il tasso swap in euro, un costo del denaro di mercato che non dipende dal debito di nessuno Stato. Un termometro che ha raggiunto, e superato, i livelli della fine del 2011, raggiungendo i 184 punti. Misurata così, la sfiducia verso la Francia sta superando quella registrata al culmine delle peggiori turbolenze finanziarie.

La progressione dei rendimenti è stata continua. Lunedì, dopo i saccheggi del fine settimana, il rendimento del decennale è salito al 4,85%, martedì al 4,93%, mercoledì al 4,99% e giovedì ha superato il 5,1% prima di una lieve correzione venerdì. In cinque sedute ha guadagnato 25 punti, mentre quello dei Bund è sceso dal 3,42% al 3,35%. 

La settimana da incubo chiude comunque un anno di crisi oltralpe già di per sé pesante. Per chi detiene bond francesi a dieci anni, stima Deutsche Bank, quella del 2026 è stata la peggior annata in 223 anni. Appena giovedì, per la prima volta dal 2013, Parigi ha pagato per indebitarsi a dieci anni più degli Stati Uniti. Tradotto: i titoli francesi rendono ormai più di quelli italiani e perfino di quelli greci, cioè dai bond emessi da due paesi che le agenzie di rating storicamente giudicano meno affidabili. Il debito francese dovrebbe salire nel 2027 al 121,7% del Pil, con il rischio, se la sua traiettoria non verrà tenuta sotto controllo, di “un soffocamento finanziario”, ha avvertito la presidente della Corte dei Conti Amèlie de Montchalin. L’anno prossimo il conto degli interessi sfiorerà i 100 miliardi di euro.

Le vendite scontano quindi anche le manifestazioni di piazza che negli scorsi giorni hanno toccato l’apice, con il governo Lecornu che ha ammesso di aver perso il controllo dell’ordine pubblico in alcune città. Per gli investitori, in pratica, il segnale va oltre l’ordine pubblico. È economico, e quindi politico.

La protesta sta infatti stringendo l’esecutivo da due lati, con le piazze che chiedono più risorse mentre in Parlamento la manovra, che dovrebbe riportare il deficit al 5% del Pil, procede a fatica, sotto la pressione crescente di Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, protagonisti interessati ad alzare l’asticella fiutando aria di campagna elettorale. Finora l’esecutivo ha respinto sia la richiesta di nuovi fondi per la scuola sia per l’aumento del salario minimo, ma l’incertezza politica rischia di innescare un pericoloso circolo vizioso. Anche se il bilancio dovesse essere approvato, l’incertezza sui conti potrebbe protarsi sin dopo le elezioni presidenziali, se non addirittura dopo eventuali legislative, e dunque fino 2028. Uno scenario che conferma un vizio della politica francese, abituata da decenni a rinviare il risanamento. Del resto, la Francia non chiude un bilancio in pareggio dal 1974. Non c’è riuscito nemmeno Emmanuel Macron. Secondo una ricostruzione di Les Echos, nei suoi due mandati il debito è salito di ben 21 punti di Pil. 

Intanto l’impatto delle proteste si sta dispiegando nell’economia. Caso emblematico Carrefour, che lo scorso mercoledì è stata la prima catena della grande distribuzione a quantificare l’effetto delle rivolte. Circa 50 supermercati presi di mira nel solo primo giorno di saccheggi, clienti che si tengono lontani dai negozi e un impatto sulla redditività stimato fino a 200 milioni di euro, che lo ha costretto a tagliare gli obiettivi per il 2026. In borsa il titolo ha registrato il calo giornaliero più forte della sua storia e in cinque giorni ha perso il 17%, bruciando oltre due miliardi di capitalizzazione. La peggiore settimana dall’ottobre 2008, nel pieno della crisi. Solo fino a pochi giorni fa, le azioni guadagnavano il 17% da inizio anno. 

L’effetto cascata si osserva così nei consumi, ma anche nella produzione. Secondo l’indagine di S&P Global, a ottobre l’indice Pmi composito è sceso sotto la soglia di 50, entrando in contrazione. Si è fermata pure la manifattura. Le aziende hanno reagito subito al ripido irrigidimento delle condizioni finanziarie e alle pressioni politiche riducendo acquisti e investimenti, mentre le vendite sono calate al ritmo più rapido di maggio. Le aspettative per i prossimi 12 mesi sono le più pessimiste dall’aprile 2020 e le imprese citano proprio le presidenziali e i conti pubblici. Un problema non da poco, visto che il bilancio 2027 si regge su una crescita dell’1% trainato proprio dalla ripresa degli investimenti che le imprese stanno rinviando. Meno crescita significa meno entrate, più deficit e più debito da collocare a tassi più alti. Restringendo così il sentiero per il risanamento fiscale di Macron di pari passo con l’avanzare delle istanze popolari e la voglia delle opposizioni di assecondarle. Un sentiero che assomiglia sempre di più a un vicolo cieco.


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