Che cosa significa essere davvero liberi di scegliere quando una malattia diventa irreversibile e la sofferenza insopportabile? E fino a che punto la medicina deve intervenire per mantenere in vita una persona che chiede di poter morire? Sono alcune delle domande al centro del convegno sul fine vita che si è svolto venerdì 23 ottobre presso la Sala Consiliare di Chivasso, mettendo a confronto medicina, diritto, politica ed etica.
L’incontro è stato promosso dalle consigliere comunali Clara Marta, capogruppo di Forza Italia, e Claudia Buo, capogruppo di LiberaMente Democratici, in collaborazione con Marco Riva Cambrino, cittadino attivo e promotore dell’iniziativa. A moderare il dibattito Francesco Sermone, direttore responsabile di Canavese News.
Un confronto che ha affrontato il tema del suicidio medicalmente assistito, alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale e delle recenti iniziative legislative regionali, senza sottrarsi alle questioni più controverse.
Ad aprire la serata è stato Riva Cambrino, che ha posto l’accento sulle condizioni necessarie perché una decisione possa dirsi realmente autonoma. Dolore, solitudine e fragilità rischiano infatti di condizionare la volontà di chi soffre. Da qui la necessità di garantire rispetto, ascolto e un’assistenza che metta sempre al centro la persona.
Claudia Buo ha richiamato la politica alla responsabilità di affrontare questi argomenti superando le appartenenze di partito. In gioco ci sono la dignità umana, la libertà individuale, la sofferenza dei malati e delle loro famiglie, ma anche il ruolo delle istituzioni nel garantire diritti e tutele.
Sulla stessa linea Clara Marta, che ha invitato a riflettere sulla differenza tra difendere la vita e prolungarla a ogni costo. In una società che insegue continuamente nuove possibilità, ha osservato, accettare il limite della nostra esistenza resta una delle sfide più difficili. La consigliera ha quindi richiamato un principio fondamentale della medicina, quello che curare una malattia può significare vincere o perdere, mentre prendersi cura di una persona conserva sempre un valore, anche quando la guarigione non è più possibile.
Il confronto è entrato nel vivo con gli interventi di Alessandra Bertola, medico palliativista dell’ASL TO4 e coordinatrice della sezione Piemonte-Valle d’Aosta della Società Italiana di Cure Palliative, e di Antonio Rinaudo, magistrato in pensione, già sostituto procuratore della Repubblica di Torino e componente della Direzione Distrettuale Antimafia, oggi presidente del Comitato Etico Territoriale dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino.
Bertola ha illustrato il ruolo delle cure palliative, garantite in Italia dalla legge 38 del 2010, che hanno l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone affette da malattie inguaribili, sostenendo anche le loro famiglie.
“Le cure palliative rappresentano una rete di interventi che non anticipa né ritarda la morte” ha spiegato, ricordando come questi servizi, inizialmente rivolti soprattutto ai pazienti oncologici, siano stati progressivamente estesi ad altre patologie.
Il problema resta la loro diffusione sul territorio. Secondo i dati richiamati dalla relatrice, a fronte di un fabbisogno di due servizi ogni 100mila abitanti, in Italia se ne conta mediamente uno.
“Il problema è che non tutte le Regioni hanno questi servizi presenti, capillari ed esigibili come dovrebbero essere. Sono contenta di poter dire, però, che in ASL TO4 le cure palliative sono ben organizzate e funzionanti”.
Un’assistenza che non coincide necessariamente con il ricovero in hospice, ma può essere garantita anche a domicilio, in ospedale e nei pronto soccorso.
Il collegamento con il suicidio medicalmente assistito nasce proprio dalla sofferenza.
“Ho a che fare tutti i giorni con richieste di anticipazione della morte” ha raccontato Bertola, sottolineando una differenza sostanziale tra i due percorsi… le cure palliative cercano di ridurre la distanza tra le aspettative del paziente e la sua condizione reale, mentre il suicidio assistito pone fine alla vita.
“Sono due cose completamente diverse, e sono certa che se anche le cure palliative arrivassero ovunque, questo non farebbe sparire la richiesta di morte medicalmente assistita”.
Una considerazione che ha aperto un interrogativo: garantire cure adeguate è sufficiente a rendere davvero libera la scelta di chi vuole morire?
Sul piano giuridico è intervenuto Antonio Rinaudo, partendo da una questione altrettanto complessa: che cosa significa mantenere in vita una persona? E quale differenza esiste tra la sopravvivenza biologica e una vita fatta di relazioni, socialità e autonomia?
Il magistrato ha chiarito anzitutto la distinzione tra suicidio medicalmente assistito ed eutanasia (o omicidio del consenziente). Nel primo caso è il paziente a compiere l’atto finale, attraverso strumenti e farmaci predisposti con assistenza medica. Nel secondo è invece un’altra persona a somministrare direttamente la sostanza che provoca la morte.
Una differenza decisiva anche sul piano penale, perché l’aiuto al suicidio resta generalmente punito dall’articolo 580 del Codice penale, salvo le specifiche condizioni individuate dalla Corte Costituzionale.
Con la sentenza 242 del 2019, successivamente confermata nei suoi principi fondamentali, la Consulta ha stabilito quattro requisiti per la non punibilità dell’aiuto al suicidio: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
La verifica spetta alle strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale, previo parere del Comitato Etico Territorialmente competente.
Rinaudo ha inoltre richiamato la legge 219 del 2017, che disciplina il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, comunemente conosciute come testamento biologico. Una normativa che riconosce al paziente il diritto di rifiutare o interrompere trattamenti sanitari, anche quando necessari alla sopravvivenza.
Il punto più delicato riguarda il bilanciamento tra autodeterminazione e tutela delle persone vulnerabili. Una richiesta di morte assistita deve essere valutata anche per escludere condizionamenti familiari, economici o di altra natura.
“Bisogna fare molta attenzione” ha avvertito il magistrato, richiamando le possibili conseguenze penali per chi presta assistenza al di fuori delle condizioni stabilite dalla Consulta.
L’accesso alle cure palliative, ha aggiunto, deve essere garantito prima che il paziente confermi una decisione tanto radicale, affinché possa conoscere concretamente le alternative disponibili.
Uno dei passaggi più interessanti della serata ha riguardato la sedazione palliativa profonda continua. Rinaudo ha sollevato il problema del confine tra questa pratica, che può accompagnare un paziente fino alla morte, e il suicidio medicalmente assistito.
Su questo punto Bertola ha espresso una posizione differente, spiegando che la sedazione palliativa non ha lo scopo di provocare la morte, ma di alleviare sofferenze che non rispondono ad altri trattamenti.
Si tratta, inoltre, di una pratica già disciplinata dalla legge 219 del 2017, che ne prevede il ricorso in determinate condizioni cliniche e con il consenso del paziente.
La differenza, ha chiarito la palliativista, è nell’obiettivo dell’intervento. I farmaci impiegati nella sedazione riducono lo stato di coscienza per controllare sintomi altrimenti insopportabili, mentre quelli utilizzati nel suicidio medicalmente assistito sono finalizzati a provocare la morte.
“Il medico palliativista non è colui che effettua la morte medicalmente assistita, ma è colui che sta a fianco del paziente fino alla fine” ha precisato.
Due pratiche, dunque, che non possono essere considerate equivalenti, né dal punto di vista medico né da quello giuridico.
Sul piano legislativo rimane aperta una questione: l’Italia non dispone ancora di una legge nazionale organica sul suicidio medicalmente assistito.
Nel frattempo alcune Regioni hanno deciso di intervenire per disciplinare le procedure sanitarie. Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna, Veneto e, da ultimo, Umbria, che ha approvato il proprio provvedimento il 22 ottobre, hanno adottato leggi per definire modalità di presentazione delle richieste, verifiche e competenze delle strutture sanitarie.
Un percorso tutt’altro che privo di ostacoli. La Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittime alcune disposizioni delle leggi di Toscana e Sardegna, mentre quella dell’Emilia-Romagna è stata impugnata dal Governo. Al centro del contenzioso ci sono soprattutto i confini delle competenze legislative regionali rispetto a quelle dello Stato.
Il rischio, emerso anche durante il convegno, è quello di creare differenze territoriali nell’accesso alle procedure, con regole e tempi non uniformi. Il proliferare di leggi regionali diverse rischia anche di creare una sorta di “turismo della morte”.
Sul tema è intervenuto recentemente anche il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, dichiarandosi favorevole all’accesso al suicidio medicalmente assistito per chi possiede i requisiti fissati dalla Consulta, ma ribadendo che una disciplina generale debba essere approvata dal Parlamento e non dalle singole Regioni.
Una posizione che riporta il dibattito alla necessità di conciliare libertà individuale, garanzie sanitarie e protezione dei più fragili.
La serata si è chiusa senza pretendere di trovare una risposta condivisa a ogni interrogativo, ma lasciando aperta una riflessione: se esiste una dignità della vita, come deve essere tutelata anche la dignità della morte?
È attorno a questa domanda, e alla possibilità di scegliere consapevolmente come affrontare l’ultima fase della propria esistenza, che continua a misurarsi il confronto sul fine vita. Discutendo sul dare la possibilità di scegliere di non essere sedati, ma di morire subito.
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