#Finsubito news dalla rete – più produttività, non più ricchezza per tutti


E se il problema non fosse più produrre troppo poco, ma non avere abbastanza reddito per consumare quello che produciamo? È uno dei paradossi che si profilano all’orizzonte dell’economia mondiale con l’avvento dell’intelligenza artificiale, una tecnologia che promette di rilanciare la produttività dopo decenni di crescita rallentata, ma che rischia anche di accentuare le diseguaglianze, concentrando la ricchezza nelle mani di pochi. Con una conseguenza apparentemente contraddittoria: una maggiore capacità di produrre beni e servizi potrebbe non tradursi in una crescita economica altrettanto sostenuta, se i redditi della maggioranza delle persone non aumenteranno abbastanza da alimentare la domanda.

“Se la scarsa produttività era quello che rallentava la crescita dell’economia, adesso con l’intelligenza artificiale la produttività potrebbe salire moltissimo. Ma il rischio è che manchi la domanda”. Lo afferma Ignazio Visco, governatore onorario della Banca d’Italia, che Otto ha intervistato a margine dell’XI Einaudi Lecture, organizzata dal Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” insieme alla Fondazione Luigi Einaudi di Torino e al Festival Internazionale dell’Economia. Il titolo della lezione, Produttività e domanda effettiva: vecchi e (forse) nuovi freni alla crescita, riassume una questione che attraversa la storia del pensiero economico, da John Maynard Keynes fino agli studi più recenti sugli effetti dell’automazione: quale rapporto esiste tra la ricchezza che un’economia è in grado di produrre e la sua distribuzione?

La ricchezza cresce, ma dove finisce?

La domanda da cui partiamo riguarda il tema delle diseguaglianze, che rappresenta il fil rouge che ha legato tutte le Einaudi Lecture, come ha osservato Elisabetta Ottoz, direttrice del Dipartimento Cognetti, nella sua introduzione all’incontro. Un recente studio di First CISL ha evidenziato una crescente concentrazione della ricchezza in Italia: negli ultimi quindici anni la quota detenuta dal 5% dei proprietari più ricchi sarebbe passata dal 40 al 50%. Quanto incide questa tendenza sulla crescita economica? “È un processo che non è cominciato adesso, e non è una questione solo italiana, ma in questo momento soprattutto americana”, osserva Visco. Al centro c’è uno spostamento progressivo del reddito dal lavoro al capitale. Ma il capitale di oggi non è più soltanto quello materiale delle fabbriche, dei macchinari e degli impianti industriali: “È un capitale immateriale: pensiamo ai software, agli algoritmi, al cloud. Tutto questo genera molto profitto: il problema è che questo profitto resta circoscritto, molto concentrato”.

Per capire le conseguenze di questa trasformazione bisogna considerare il rapporto tra produttività e salari. Tradizionalmente, all’aumento della quantità di beni e servizi prodotti per ora lavorata corrispondeva, almeno in parte, una crescita delle retribuzioni. Ma a partire dalla metà degli anni Novanta, soprattutto negli Stati Uniti, questo legame ha cominciato a indebolirsi. È il fenomeno che gli economisti definiscono decoupling, disaccoppiamento: la produttività continua a crescere, mentre i salari non aumentano nella stessa misura. Una quota maggiore del valore prodotto va ai profitti anziché alle retribuzioni e, contemporaneamente, si allargano le distanze all’interno del mondo del lavoro, perché i salari più elevati crescono più rapidamente di quelli intermedi. Il problema, spiega Visco, non riguarda soltanto l’equità della distribuzione, ma il funzionamento stesso dell’economia. Se una parte crescente della ricchezza prodotta si concentra in poche mani, mentre i redditi da lavoro ristagnano, chi acquisterà i beni e i servizi che le imprese producono? Finora, soprattutto negli Stati Uniti, il sostegno ai consumi è arrivato anche dall’espansione del credito, dall’indebitamento e dai trasferimenti pubblici. Ma si tratta di meccanismi che potrebbero rivelarsi insufficienti di fronte alle trasformazioni annunciate dall’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale e il futuro del lavoro

Per molti anni il rallentamento della produttività è stato uno dei principali ostacoli alla crescita delle economie avanzate. Dopo la forte espansione del secondo dopoguerra, il ritmo degli incrementi produttivi si è progressivamente ridotto, con una temporanea accelerazione negli Stati Uniti legata alla rivoluzione informatica e alla digitalizzazione. La crisi finanziaria del 2007-2008 ha segnato un nuovo rallentamento. In Europa, e soprattutto in Italia, la stagnazione della produttività è diventata un problema strutturale.

Oggi l’intelligenza artificiale potrebbe cambiare questo scenario. Le stime sull’entità dei guadagni di produttività restano diverse, ma l’ipotesi che le nuove tecnologie possano imprimere un’accelerazione significativa alla crescita è sempre più concreta. L’IA generativa, in particolare, non si limita ad automatizzare attività esistenti o a ridurre i costi: può contribuire direttamente alla produzione di nuove conoscenze e innovazioni.

Ma chi ne trarrà beneficio? È questa la domanda che attraversa la lecture di Visco, che mette a confronto le interpretazioni del progresso tecnologico di due premi Nobel dell’Economia. Da un lato quella di Philippe Aghion, secondo cui l’automazione, sostituendo alcune mansioni, può favorire la nascita di nuove attività e occupazioni complementari alle tecnologie. Dall’altro quella di Daron Acemoglu, che sottolinea come la direzione dell’innovazione non sia predeterminata: le tecnologie possono essere sviluppate per sostituire il lavoro umano oppure per aumentarne le capacità e la produttività. Le prime evidenze empiriche, ancora limitate, suggeriscono che l’intelligenza artificiale possa migliorare la produttività di chi è già occupato, ma anche rendere più difficile l’ingresso nel mercato del lavoro. E le conseguenze potrebbero riguardare non soltanto le mansioni ripetitive, ma anche molte professioni cognitive e qualificate.

“L’intelligenza artificiale può sostituire molti lavori anche di natura evoluta, cognitiva, che facevano gli esseri umani”, osserva Visco. Il problema è capire che cosa accadrà alle retribuzioni di chi continuerà a lavorare. Le nuove tecnologie potranno valorizzare alcune competenze specialistiche, ma chi perderà il proprio impiego cercherà inevitabilmente altre opportunità, aumentando la concorrenza anche nei settori meno qualificati e contribuendo a comprimere i salari. Potrebbe così formarsi una sorta di riserva di lavoratori cognitivi, persone con competenze e qualifiche che non trovano più un impiego corrispondente alla propria formazione. E il rischio è che il disaccoppiamento tra produttività e salari si accentui ulteriormente: l’economia diventa più efficiente, ma una parte crescente della popolazione non partecipa ai benefici dell’innovazione.

Chi possiede il capitale dell’innovazione

È qui che il problema della produttività si trasforma in una questione politica. Se i redditi da lavoro non crescono abbastanza, come garantire una distribuzione della ricchezza capace di sostenere la domanda? E quale ruolo possono avere le istituzioni?

Lo chiediamo a Visco, interrogandolo anche sulle responsabilità delle banche centrali. “Poco o niente”, risponde a proposito della possibilità di intervenire direttamente sulla distribuzione. Ma le autorità monetarie hanno il compito di garantire la stabilità finanziaria e non possono ignorare la straordinaria concentrazione del valore nei mercati azionari. Le cosiddette Magnifiche Sette, i grandi gruppi tecnologici americani, rappresentano ormai una quota vicina al 40% della capitalizzazione del mercato azionario statunitense. Una concentrazione che solleva interrogativi sul potere di mercato delle imprese e sui rischi di eventuali bolle speculative. Il punto decisivo, però, è un altro: “Bisogna capire se incentivare una diversa forma proprietaria di queste grandissime imprese, con fondi sovrani”, spiega Visco. “Se i redditi da lavoro cadono, bisogna che crescano i redditi da capitale delle persone, e non solo di coloro che sono nell’industria dove si generano queste grandissime innovazioni”.

La questione rimanda a una riflessione che ha radici lontane nella storia dell’economia. Già James Meade, economista britannico allievo di Keynes, aveva posto il problema della distribuzione della proprietà del capitale in una società nella quale il progresso tecnologico avrebbe potuto ridurre il peso del lavoro nella produzione. Oggi quella domanda torna con forza, perché il valore economico è sempre più legato ad attività immateriali, altamente produttive e concentrate nelle mani di poche imprese. Non basta quindi interrogarsi su come redistribuire il reddito attraverso il sistema fiscale e i trasferimenti pubblici. Occorre anche chiedersi chi possiede le risorse che generano ricchezza e come sia possibile allargare la partecipazione ai loro rendimenti. È la distinzione tra politiche redistributive, che intervengono dopo la produzione della ricchezza, e politiche partecipative, che cercano di modificarne alla radice le modalità di distribuzione.

Tassare i profitti o condividere la proprietà?

Il dibattito non è solo teorico. In California il prossimo 3 novembre si terrà un referendum su una proposta di tassazione straordinaria dei patrimoni miliardari, che imporrebbe un’imposta patrimoniale una tantum del 5% ai residenti nello Stato con un patrimonio netto superiore a 1 miliardo di dollari. Misure di questo tipo possono rappresentare una risposta? “Dipende da come vengono fatte”, osserva Visco, ricordando come anche alcuni protagonisti dell’industria tecnologica abbiano riconosciuto la necessità di redistribuire una parte dei benefici dell’innovazione. Sam Altman, alla guida di OpenAI, aveva già proposto nel 2021 di tassare le imprese e i terreni su cui si sviluppano le nuove infrastrutture tecnologiche, per finanziare forme di dividendo sociale. Ma il tema, insiste Visco, è più ampio della tassazione: “Il problema è la proprietà”. E riguarda anche il ruolo che il settore pubblico può assumere nello sviluppo delle tecnologie, soprattutto in Europa, dove la frammentazione dei mercati e la difficoltà di mobilitare grandi capitali hanno contribuito ad ampliare il divario con Stati Uniti e Cina.

In questa prospettiva si collocano proposte diverse, accomunate dall’idea che l’innovazione non debba essere lasciata esclusivamente all’iniziativa di pochi grandi operatori privati. Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica 2021, ha rilanciato l’ipotesi di un centro europeo pubblico di ricerca sull’intelligenza artificiale, sul modello del CERN. Philippe Aghion, premio Nobel per l’Economia 2025, ha invece proposto agenzie pubbliche per l’innovazione capaci di orientare strategicamente gli investimenti, sul modello della DARPA statunitense, coinvolgendo imprese e università. L’obiettivo non è soltanto recuperare il ritardo tecnologico europeo, ma anche creare le condizioni perché i benefici della ricerca e dell’innovazione siano più ampiamente condivisi. Dalle infrastrutture pubbliche di calcolo agli archivi di dati condivisi, fino ai fondi sovrani europei e alle forme di partecipazione collettiva ai rendimenti del capitale tecnologico, le ipotesi in discussione rispondono a una stessa esigenza: evitare che una capacità produttiva sempre più elevata si accompagni a una concentrazione sempre maggiore della ricchezza.

Due sfide per il futuro

La questione, quindi, non è semplicemente prevedere quanti posti di lavoro saranno sostituiti dall’intelligenza artificiale o quanto aumenterà la produttività, ma capire se le istituzioni economiche e sociali saranno capaci di governare una trasformazione che coinvolge contemporaneamente il lavoro, le competenze, la proprietà, la distribuzione del reddito e i consumi. Nella parte conclusiva della sua lecture, Visco riconduce a un unico interrogativo le riflessioni di economisti appartenenti a tradizioni differenti, da Keynes a Meade, fino a Luigi Pasinetti: come mantenere una domanda di beni e servizi sufficientemente ampia in un’economia nella quale una quota crescente del valore prodotto deriva da un capitale immateriale sempre più concentrato? La questione non riguarda solo gli economisti, né si esaurisce nei rischi legati all’uso improprio dell’intelligenza artificiale, alla disinformazione o alla perdita di controllo su sistemi tecnologici sempre più potenti. In gioco c’è il rapporto tra sviluppo tecnologico, libertà umana e organizzazione della società, e insieme la capacità delle democrazie di conciliare innovazione, crescita e partecipazione diffusa ai benefici del progresso.

Visco individua due sfide fondamentali: la diffusione delle competenze e quella dei rendimenti generati dall’innovazione. La prima riguarda la formazione, la capacità di comprendere e utilizzare le nuove tecnologie, ma anche di interpretare criticamente le trasformazioni che producono. La seconda chiama in causa le scelte collettive sulla distribuzione della ricchezza e sulle forme di partecipazione alla proprietà del capitale. Due questioni strettamente legate, che riportano il discorso al punto di partenza. Perché un’economia può diventare molto più produttiva senza che la società nel suo insieme diventi necessariamente più prospera. E la sfida posta dall’intelligenza artificiale non è soltanto produrre di più, ma fare in modo che il progresso tecnologico si traduca in un miglioramento sufficientemente diffuso delle condizioni di vita. Una questione economica, certo, ma anche una scelta sul modello di società che si vuole costruire.


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