Un aggravio sul carrello della spesa di 420 milioni di euro nei prossimi tre mesi, pari a 70 euro in più a famiglia. È questa la triste prospettiva che attende milioni di italiani al rientro in città dopo le ferie, stando a una stima provvisoria elaborata dal Codacons.
In media, una famiglia con due figli spende circa 2.315 euro a trimestre per l’acquisto dei beni alimentari. Ipotizzando un incremento generalizzato dei listini alimentari del 3%, si tratterebbe di un extra di circa 70 euro a nucleo. Nel complesso, un incremento di cibi e bevande di tale portata determinerebbe un maggiore esborso a carico delle famiglie italiane di 420 milioni di euro nel trimestre. «Occorrerà capire come evolverà la situazione internazionale nelle prossime settimane», sottolinea Gianluca Di Ascenzo, presidente di Codacons. «Ma l’escalation dei prezzi dei carburanti e dell’energia registrata nell’ultimo mese di agosto fa temere un rialzo dei listini dei prodotti trasportati, e in primis gli alimentari, che si prolungherà per tutto l’autunno. Aumenti che si aggiungono ai costi diretti per i rifornimenti di carburante alla pompa, con una costante erosione del potere d’acquisto delle famiglie che porta anche una riduzione dei consumi».
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A luglio, i prezzi dei beni alimentari non hanno vissuto una fiammata. Anzi, i non lavorati hanno rallentato la corsa. Ma i lavorati hanno iniziato a registrare un rincaro.
Un confronto dei prezzi al consumo nell’Osservatorio di prezzi e tariffe del Mimit, in una decina di città italiane, mostra che nel mese di luglio la città più cara per il pane fresco è Venezia, quella più esosa per il parmigiano Reggiano è Milano. Per la carne fresca di bovino, si tocca il massimo a Bologna, per il prosciutto crudo Firenze. L’insalata lattuga verde costa di più a Palermo mentre le alici fresche di pescata risultano più salate a Genova. Perfino, un chilo di pomodori da sugo (ovvero un prodotto di stagione), possono sfilare dal portafoglio fino a quattro euro a Torino, più di cinque a Milano e Venezia.
In attesa dei dati ufficiali dell’andamento dei prezzi ad agosto, però, la “stangata” autunnale sulla tavola sembra probabile. A pesare, infatti, non c’è solo la situazione geopolitica.
Fra i fattori che contribuiscono a spingere i prezzi verso l’alto, c’è il clima. Le previsioni meteo profilano l’arrivo di un super “El Niño”, con ricadute tutte da calcolare. Secondo le ultime stime di Bruxelles, il picco di questo evento caratterizzerà soprattutto l’autunno. Gli impatti rimangono molto incerti e le perturbazioni del mercato globale potrebbero propagarsi lungo le catene di approvvigionamento, scrive il rapporto. Dove si teme un calo?
Pur rimanendo vicina alla media quinquennale, in Europa si profila una contrazione della produzione cerealicola. Parimenti, si stima una diminuzione della produzione di olio d’oliva, di alcuni comparti zootecnici (ruminanti) e dello zucchero.
Le stesse previsioni europee, inoltre, segnalano una forte pressione sui margini degli agricoltori dovuta all’aumento dei costi di produzione, in particolare quello dei fertilizzanti la cui accessibilità in termini di prezzi è tornata a livelli paragonabili al 2022 (ovvero allo scoppio della guerra russo-ucraina). Circa il 30% dei fertilizzanti azotati, il 70% di quelli fosfatici e il 40% di quelli potassici necessari alla nostra agricoltura sono importati. E il gas naturale rappresenta circa il 70% dei costi di produzione dei fertilizzanti azotati.
Il quadro per l’Italia, del resto, è già insicuro, vista l’estate problematica. Coldiretti quantifica, su dati Effis, che all’inizio di questo mese oltre il 60% della nostra penisola era interessato da condizioni di siccità. Stando a un bilancio preliminare, il caldo record accompagnato da grandine e incendi ha prodotto più di tre miliardi di euro di danni all’agricoltura.
Le filiere più colpite sono mais, riso, pascoli, soia, oltre a ortaggi, uva, olive e frutta mentre la produzione di latte nelle stalle è calata del 20%.
Sotto pressione, ci sono il Nord e il bacino del Po. In Piemonte, le riserve idriche sono inferiori del 30% alla norma e faticano riso, mais, ortofrutta e pascoli. In Lombardia, si registrano perdite del mais fino al 70%. E il mais resta fondamentale per l’alimentazione degli animali, già colpiti dallo stress delle alte temperature (nell’ordine del 15-20% di produzione di latte in meno). Anche Veneto ed Emilia-Romagna affrontano maggiori costi di irrigazione e problemi per pomodoro, soia, barbabietole e foraggi. Nel Centro-Sud, invece, sono penalizzati ortaggi, frutta, oliveti e vigneti.
La situazione si è, per così dire, avvitata: la siccità aumenta il fabbisogno di irrigazione proprio quando il carburante è più costoso. Sempre Coldiretti ha segnalato che il gasolio utilizzato per l’irrigazione è passato da circa 0,85 euro a litro all’inizio dell’anno a circa 1,21 euro a litro oggi.
Quale il borsino dei rincari possibili nei prossimi tre mesi? Il termometro indica latte e formaggi, carne e uova. E ancora, la passata (il pomodoro da industria è indicato fra le colture a rischio nella regione padana). Altro nodo, l’ortofrutta. In diverse zone d’Italia, si segnalano fenomeni di cascola di frutti e olive con perdite potenziali del 20-30%. In Toscana, alcune produzioni orticole registrano già circa il 20% in meno, gli oliveti in Liguria vanno perfino oltre questa soglia.
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ANNA MARIA ANGELONE
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