Carlo Cimbri interviene direttamente nella battaglia per MPS e prova soprattutto a disinnescare le critiche sul possibile “spezzatino” del Monte dopo l’Opas di Intesa Sanpaolo.

Il presidente di Unipol chiarisce che l’obiettivo non sarebbe acquistare ciò che resta della banca senese, ma costruire attorno a MPS un nuovo grande polo bancario-assicurativo, preservandone marchio e sede storica e preparando, in una seconda fase, l’aggregazione con BPER.

Un progetto con cui Cimbri cerca di dare una precisa prospettiva industriale al futuro del Monte e, allo stesso tempo, di rispondere alle resistenze politiche e territoriali sollevate dall’operazione.

Cimbri: «Non compriamo uno spezzatino». E svela il vero progetto

Le dichiarazioni di Carlo Cimbri hanno soprattutto un obiettivo: dimostrare che l’operazione promossa da Intesa Sanpaolo non porterebbe alla progressiva scomparsa del Monte dei Paschi, ma alla nascita di un nuovo grande polo bancario-assicurativo italiano.

Lo schema delineato dal presidente di Unipol è molto più ambizioso di quanto apparisse inizialmente.

Intesa acquisirebbe MPS, manterrebbe circa 625 delle 1.300 filiali e successivamente cederebbe a Unipol la banca restante, insieme al marchio, alla sede di Rocca Salimbeni, a gran parte dei dipendenti e a una rete nazionale di sportelli.

Quella, secondo Cimbri, sarebbe però soltanto la prima fase. Unipol svilupperebbe inizialmente le sinergie bancassicurative e successivamente proporrebbe l’aggregazione tra MPS e BPER, di cui Unipol possiede circa il 30%.

Il risultato sarebbe un gruppo con oltre 250 miliardi di attivi, quasi 3.000 filiali, circa 230 miliardi di depositi, 200 miliardi di finanziamenti, più di 30.000 dipendenti e otto milioni di clienti. MPS diventerebbe la capofila e manterrebbe sede e marchio a Siena.

Cimbri mette anche sul tavolo una tempistica molto precisa: chiusura dell’offerta Intesa entro fine 2026, passaggio di MPS a Unipol nel 2027 e coinvolgimento di BPER nel 2028.

È una risposta piuttosto evidente alle critiche politiche: non uno smantellamento di MPS, sostiene in sostanza Cimbri, ma una sua trasformazione nel fulcro del secondo grande polo bancario italiano.

Lo “spezzatino” però non scompare completamente

La comunicazione è efficace, ma non elimina completamente il problema.

Prima della ricostruzione immaginata da Cimbri, MPS verrebbe effettivamente divisa: una parte importante della rete passerebbe a Intesa e la restante banca finirebbe a Unipol.

Il fatto che successivamente quest’ultima venga aggregata a BPER può fornire una logica industriale all’intera operazione, ma non modifica la sequenza iniziale.

Anzi, emerge un elemento interessante: il numero definitivo delle filiali che Intesa conserverebbe non è ancora necessariamente quello indicato da Cimbri, perché l’Antitrust potrebbe imporre ulteriori modifiche.

La partita politica si sposta quindi su una domanda diversa: è preferibile conservare una MPS autonoma che prova a costruire il proprio polo attraverso Banca Generali e Banco BPM, oppure accettare la ristrutturazione Intesa-Unipol sapendo che alla fine nascerebbe comunque un grande concorrente nazionale imperniato su MPS-BPER?

È su questo terreno che Cimbri sta cercando di spostare il dibattito.

Ma Generali regala a Lovaglio una carta importante

Contemporaneamente arriva però una notizia che rafforza la strategia difensiva di Luigi Lovaglio.

Assicurazioni Generali non ha approvato l’offerta di MPS su Banca Generali, e questo va sottolineato.

Ha però confermato di avere avviato un processo per valutarne le “implicazioni commerciali, economiche e di valore”, aprendo contemporaneamente alla possibilità di una collaborazione industriale in alcune aree strategiche.

La differenza è sostanziale.

Il progetto Banca Generali passa da proposta ostile o comunque non concordata a operazione sulla quale il principale azionista della target accetta almeno di sedersi al tavolo e fare i conti.

Per Lovaglio è già un risultato.

Il punto decisivo sarà naturalmente il prezzo e, soprattutto, ciò che Generali potrebbe ottenere industrialmente dalla nuova configurazione.

Se il Leone arrivasse alla conclusione che l’operazione preserva sufficientemente la distribuzione dei propri prodotti, crea valore e costruisce una partnership interessante con MPS, uno dei pilastri del piano alternativo a Intesa diventerebbe molto più credibile.

Il 26 ottobre diventa una data cruciale

A questo punto l’assemblea straordinaria di MPS del 26 ottobre acquista ancora maggiore importanza. Sarà necessario ottenere la maggioranza qualificata richiesta per dare via libera all’operazione Banca Generali.

Ed è qui che entrano in gioco i grandi investitori istituzionali.

L’eventuale sostegno dei fondi internazionali sarebbe determinante, ma è corretto per ora non dare per acquisito l’appoggio di BlackRock o di altri grandi gestori: finché non emergeranno indicazioni ufficiali o posizioni di voto verificabili, si tratta di uno scenario possibile, non di un fatto.

La questione per questi investitori sarà molto pragmatica: quale delle due strade crea più valore per l’azionista MPS?

Da una parte c’è Intesa, con un’offerta sostenuta da un gruppo molto più grande, sinergie potenzialmente elevate e ora anche un progetto piuttosto dettagliato per ciò che rimarrebbe di MPS.

Dall’altra Lovaglio propone di mantenere l’autonomia di Siena e trasformarla attraverso Banca Generali e, successivamente, Banco BPM in un nuovo polo finanziario.

La mossa di Generali rende più difficile la partita di Intesa

È probabilmente questa la conseguenza più interessante delle ultime ore.

Cimbri ha rafforzato la narrativa industriale dell’offerta Intesa, perché per la prima volta descrive chiaramente cosa dovrebbe accadere a MPS dopo l’operazione. Ma contemporaneamente Generali ha contribuito a rendere meno teorica la contromossa di Lovaglio.

Fino a ieri Intesa poteva sostenere che il proprio fosse un progetto industriale definito mentre quello di MPS fosse, come sostiene Cimbri, una risposta “creativa” costruita per difendere lo status quo. Se Generali entrasse davvero in una trattativa industriale, questo argomento perderebbe almeno parte della propria forza.

E c’è un ulteriore aspetto. L’extra-dividendo prospettato agli azionisti MPS, attraverso la distribuzione di una parte della partecipazione in Generali acquisita con Mediobanca, aumenta il valore immediatamente percepibile del piano Lovaglio. Non basta naturalmente da solo a dimostrare che il progetto sia superiore all’offerta Intesa, ma rende il confronto economico molto più complesso.

La battaglia per MPS sta quindi entrando in una seconda fase. Non è più soltanto Intesa contro Lovaglio. Dietro le due alternative stanno progressivamente prendendo posizione Unipol-BPER da una parte e Generali, almeno come possibile interlocutore industriale, dall’altra.

Ed è proprio questa evoluzione a rendere il voto di ottobre potenzialmente decisivo: gli azionisti non saranno chiamati semplicemente a scegliere tra vendere o non vendere MPS, ma tra due progetti radicalmente diversi per ridisegnare una parte importante del sistema bancario italiano.

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