A Trondheim perfino una valigia pesante può mettersi a correre da sola. Il vento la trascina lungo il marciapiede, ma intanto ha ripulito il cielo e davanti alla stazione il canale scintilla fra le barche, il ponte e una fila di case rosse, gialle e verdi. È venerdì pomeriggio e lungo le strade si incontrano gruppi di ragazzi che escono insieme, entrano nei caffè o si fermano a bere qualcosa. Il primo incontro con Trondheim è dunque un’esplosione inattesa di luce, movimento e allegria.

Quella in cui siamo è la maggiore città universitaria della Norvegia e i suoi oltre quarantamila studenti escono dai campus e danno forma alla vita del centro. Si incontrano nei locali, nei piccoli spazi culturali e lungo le strade fiancheggiate da edifici bassi. Le vie larghissime mantengono intorno alle persone una grande sensazione di spazio; vi si affacciano opere d’arte, vetrine curiose, un caffè dal nome giocoso e negozi di chincaglieria nei quali si vendono gli oggetti più strani. Soltanto dopo questa prima impressione giovane e contemporanea si comincia a scoprire che sotto la città vivace di oggi esistono più di mille anni di storia, due re vichinghi, un santo scomparso e una delle grandi cattedrali del Nord Europa.


Il quartiere cambia mestiere

Il rapporto di Trondheim con l’acqua si racconta in due quartieri vicini e molto diversi. A Bakklandet ci sono le case e i vecchi magazzini di legno affacciati sul Nidelva, memoria della città mercantile. Poco più avanti, a Solsiden, gli edifici in mattoni, i bacini, una grande gru e alcune strutture industriali ricordano invece il cantiere navale che un tempo occupava tutta la zona ed era fra i maggiori della Norvegia.

Il cantiere ha chiuso negli Anni Ottanta e Trondheim ha conservato quella parte della propria storia trasformandola in uno dei luoghi più frequentati della città, con un centro commerciale, ristoranti, caffè e lunghe file di tavolini disposti intorno ai vecchi bacini. Il nome Solsiden significa “il lato del sole” e nelle giornate limpide sembra particolarmente appropriato: appena il tempo lo consente, le terrazze si animano e il quartiere torna a essere un luogo di lavoro, anche se oggi l’attività principale consiste nel bere qualcosa guardando le barche.


Da qui il potere arrivava fino alla Groenlandia

Trondheim deve però la propria importanza soprattutto a due uomini che, tanto per rendere le cose semplici, si chiamavano entrambi Olav. Olav Tryggvason fondò la città nel 997 e oggi la sua statua domina Torvet, la grande piazza centrale. Olav Haraldsson, morto nella battaglia di Stiklestad nel 1030, divenne invece il santo patrono della Norvegia. Sopra il luogo della sua sepoltura cominciò a sorgere, quarant’anni più tardi, la cattedrale di Nidaros.

Arrivando davanti alla chiesa, la prima impressione è che sia enorme rispetto alle dimensioni raccolte del centro. Le torri, la facciata ricoperta di statue e la massa scura della pietra sembrano appartenere a una capitale molto più grande. In realtà è la città contemporanea a nascondere, dietro il proprio aspetto tranquillo, l’importanza raggiunta dall’antica Nidaros. Tra il 1030 e il 1217 fu capitale della Norvegia e la cattedrale, iniziata nel 1070, divenne una delle maggiori destinazioni di pellegrinaggio dell’Europa settentrionale.

Accanto sorgeva il Palazzo Arcivescovile, sede di un potere vastissimo. La provincia ecclesiastica di Nidaros comprendeva la Norvegia a nord del Dovre, ma anche l’Islanda, le Fær Øer, la Groenlandia, le Orcadi e l’Isola di Man. Da tutti questi territori arrivavano tributi e decime. Le dimensioni della cattedrale corrispondevano dunque al ruolo di un centro religioso e politico che estendeva la propria influenza su una parte enorme del Nord Atlantico.

La pace sotto le guglie

Il luogo più sorprendente si trova però all’aperto. Davanti e intorno alla cattedrale si estende il Domkirkegården, il cimitero che, per una volta, riesce quasi a sottrarle la scena.

Per la prima volta, davanti a un cimitero, l’espressione «riposare in pace» assume una forma reale. La luce attraversa gli alberi, le foglie si muovono sopra le tombe, piccoli cuori rossi pendono dai rami e il verde dei prati si stende ai piedi della grande cattedrale medievale. Tutto trasmette una bellezza serena e una pace profonda, esattamente quella evocata da quelle parole.


Corone da favola

Alle spalle della chiesa, nelle sale voltate del Palazzo Arcivescovile, il potere dei re norvegesi assume invece una forma assai più concreta. Qui sono conservate le insegne reali: le corone del re e della regina, gli scettri, i globi, la spada di Stato, il corno per l’unzione e la piccola corona del principe ereditario.

La corona del re, commissionata da Carlo XIV Giovanni per la propria incoronazione nel 1818, è realizzata in oro a venti carati ed è ricoperta di perle e gemme colorate. Le pietre sono talmente grandi da sembrare quasi la fantasiosa idea infantile di come dovrebbe essere una corona, più che oggetti che qualcuno abbia indossato davvero. E invece quelle insegne sono state usate nelle incoronazioni e nelle successive cerimonie di consacrazione dei sovrani norvegesi, celebrate proprio a Nidaros.


La vecchia caserma espone il presente

La presenza imponente del passato convive con la grande attenzione dedicata da Trondheim al presente. In rapporto alle sue dimensioni, la città possiede un numero sorprendente di musei, gallerie e spazi indipendenti dedicati all’arte. K.U.K., sigla di Kjøpmannsgata Ung Kunst, mette a disposizione dieci gallerie per artisti giovani e già affermati; la Kunsthall Trondheim, ricavata nella vecchia caserma dei pompieri, porta in città esposizioni internazionali di arte contemporanea; il Trondheim Kunstmuseum affianca le opere della propria collezione a mostre che interrogano la storia e i temi della società attuale. Molti di questi spazi artistici sono gratuiti e invitano chiunque a entrare.

A questi si aggiungono le piccole gallerie incontrate camminando, la street art e le esposizioni che affrontano questioni politiche, sociali e ambientali con un linguaggio molto contemporaneo. È una vitalità culturale strettamente legata alla presenza dell’università e alla popolazione giovane, ma capace di coinvolgere tutta la città. L’arte si diffonde nelle strade, negli edifici recuperati e persino negli spazi normalmente destinati ad altre funzioni.


Il gelato si mangia col cappotto

Tutto questo movimento convive con una grande capacità di rilassarsi. La domenica i negozi abbassano le serrande e la vita del centro si sposta all’aperto. Appena compare il sole, famiglie, studenti, bambini e gruppi di amici escono a passeggiare nelle vie intorno a Torvet.

Ai tavolini si sta con il cappotto addosso e si rimane volentieri all’aperto, perché ogni raggio merita di essere goduto. Si formano code davanti ai caffè, alle pasticcerie e ai posti dove comprare un gelato o qualcosa da mangiare; poi si passeggia lentamente, si chiacchiera nella piazza o ci si siede al sole. Sopra le strade volano i gabbiani, rumorosi come sempre, stagliati contro un cielo terso. Nei luoghi in cui il sole è prezioso, la sua comparsa diventa una specie di festa collettiva da godere anche con le temperature ancora fresche.

Semafori accesi per nessuno

La stessa città offre un’immagine completamente diversa quando viene attraversata al mattino molto presto. Il cielo è già chiaro e le strade sono vuote. Automobili e pedoni devono ancora arrivare, mentre i semafori continuano diligentemente a passare dal rosso al verde e poi di nuovo al rosso, fedeli al proprio compito davanti a incroci completamente deserti.

I locali sono chiusi, le sedie accatastate, le vetrine ancora spente. Nella città vuota si distinguono meglio le strade ampie, le case basse, il disegno ordinato del centro e il percorso dell’acqua. Trondheim è in attesa che cominci la giornata.

Camminando verso la stazione, la città appare forse ancora più bella. È già completamente visibile, illuminata da un giorno iniziato molto prima dei suoi abitanti, e per qualche minuto si offre interamente a chi la attraversa. Dopo essersi mostrata allegra, giovane e animata, Trondheim regala così la sua ultima sorpresa: è ancora più bella quando nelle sue strade non c’è ancora nessuno.



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 Marina Palumbo

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