di Giuseppe Gagliano –
La Cina rafforza la propria presenza economica e strategica in Egitto, trasformando il Canale di Suez e le infrastrutture egiziane in uno dei principali punti di collegamento tra la Nuova Via della Seta, il Mediterraneo, il Mar Rosso e l’Africa. La visita di Xi Jinping al Cairo, nel settantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, conferma una convergenza fondata soprattutto su interessi economici e geopolitici.
Pechino ha bisogno della posizione geografica egiziana per proteggere commerci e approvvigionamenti, mentre il presidente Abdel Fattah al-Sisi guarda agli investimenti cinesi come a uno strumento per sostenere lo sviluppo infrastrutturale e attirare capitali in un’economia sottoposta a forti pressioni.
Le relazioni risalgono al 1956, quando l’Egitto di Gamal Abdel Nasser riconobbe la Repubblica Popolare Cinese. Settant’anni dopo, il valore strategico del Paese rimane sostanzialmente immutato: l’Egitto controlla il Canale di Suez e costituisce un punto di collegamento tra Mediterraneo, Mar Rosso, Medio Oriente e continente africano.
Il salto di qualità è arrivato nel 2014 con il partenariato strategico globale. Da allora Pechino ha cercato di integrare la Belt and Road Initiative con i programmi di sviluppo egiziani, partecipando alla costruzione di zone industriali, infrastrutture e parte della nuova capitale amministrativa.
La zona economica di Ain Sokhna, nei pressi di Suez, rappresenta uno dei principali poli di questa strategia. Le imprese cinesi possono utilizzare l’Egitto come piattaforma produttiva e logistica per raggiungere più facilmente i mercati africani, mediorientali ed europei, mentre il Cairo punta a ottenere investimenti industriali e non soltanto ricavi derivanti dal transito delle merci.
Le imprese cinesi hanno assunto un ruolo importante anche nella nuova capitale amministrativa, partecipando alla costruzione del distretto finanziario e della Torre Iconica. Questi progetti rappresentano uno dei simboli della modernizzazione promossa da al-Sisi, ma evidenziano anche il problema della sostenibilità economica delle grandi infrastrutture.
La costruzione di nuove città e distretti direzionali può favorire investimenti e attività economiche, ma soltanto se accompagnata dalla crescita della produzione, dell’occupazione e delle esportazioni. In caso contrario, il peso finanziario delle opere rischia di aggravare le difficoltà di un Paese già caratterizzato da un elevato fabbisogno di capitali esteri.
Nei primi sei mesi del 2026 gli scambi tra Cina ed Egitto avrebbero superato gli 11 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 20 per cento. Il dato nasconde tuttavia un forte squilibrio: le importazioni egiziane dalla Cina risultano enormemente superiori alle esportazioni verso il mercato cinese.
Pechino rappresenta quindi un partner commerciale fondamentale per il Cairo, ma il rapporto rimane asimmetrico. Per l’Egitto la sfida consiste nel trasformare gli investimenti cinesi in capacità produttiva nazionale, evitando che la relazione si limiti all’importazione di beni, tecnologie e capitali.
La crisi del Mar Rosso e le tensioni mediorientali hanno ulteriormente aumentato l’importanza strategica del rapporto. L’Egitto ha subito una forte contrazione delle entrate del Canale di Suez a causa della riduzione dei traffici, mentre la Cina, tra i maggiori importatori mondiali di energia, ha interesse a mantenere aperte e sicure le rotte che collegano il Golfo Persico ai mercati asiatici.
La posizione diplomatica presentata da Xi per il Medio Oriente insiste sulla sovranità degli Stati, sulla sicurezza condivisa, sullo sviluppo economico e sul rifiuto delle interferenze esterne. Dietro questi principi emerge una strategia differente da quella tradizionalmente seguita dagli Stati Uniti.
Pechino non sembra intenzionata, almeno nel breve periodo, a sostituire Washington come principale garante militare del Medio Oriente. Preferisce aumentare la propria influenza attraverso commercio, infrastrutture, tecnologia, investimenti e iniziative diplomatiche.
Il modello permette alla Cina di costruire rapporti contemporaneamente con Paesi rivali senza assumere gli stessi impegni militari degli Stati Uniti. In cambio degli investimenti, Pechino ottiene accesso ai mercati e maggiore influenza lungo alcune delle principali arterie del commercio mondiale.
Suez assume quindi un’importanza che supera largamente il rapporto bilaterale. Per la Cina il canale costituisce uno dei punti essenziali delle comunicazioni commerciali tra Asia ed Europa e la sua stabilità rappresenta un interesse strategico diretto.
La cooperazione sino-egiziana sta inoltre assumendo una dimensione militare. L’esercitazione aerea congiunta “Aquile delle civiltà 2026” ha mostrato la capacità cinese di schierare assetti a grande distanza dal proprio territorio e di operare insieme a una forza armata dotata prevalentemente di sistemi di provenienza occidentale.
Per Pechino queste esercitazioni consentono di sperimentare trasferimenti a lunga distanza, sostegno logistico e cooperazione operativa. Per il Cairo rappresentano invece uno strumento di diversificazione delle proprie relazioni militari.
L’Egitto continua infatti a mantenere una stretta cooperazione con gli Stati Uniti e a ricevere un’importante assistenza militare americana. L’apertura alla Cina non significa quindi la nascita di un’alleanza militare alternativa, ma aumenta le possibilità del Cairo di negoziare con Washington disponendo di ulteriori interlocutori.
L’ingresso dell’Egitto nei Brics rafforza questa politica senza comportare necessariamente un allontanamento dagli Stati Uniti. Al-Sisi mantiene rapporti con Washington, Pechino, Mosca e le monarchie del Golfo, cercando di utilizzare la competizione tra le potenze per ampliare lo spazio di manovra egiziano.
Per gli Stati Uniti, la crescente presenza cinese in Egitto rappresenta comunque un elemento da osservare con attenzione. Washington considera il controllo delle rotte del Mediterraneo orientale e del Mar Rosso, la sicurezza di Suez e la cooperazione militare con il Cairo componenti importanti della propria strategia regionale.
La questione decisiva sarà quindi la capacità dell’Egitto di trasformare il rapporto con Pechino in uno strumento di sviluppo senza sostituire una dipendenza con un’altra.
Se gli investimenti cinesi contribuiranno alla crescita industriale, all’occupazione e alle esportazioni, il Cairo potrà consolidare il proprio ruolo di piattaforma produttiva tra Asia, Africa ed Europa. Se invece le grandi opere produrranno rendimenti insufficienti mentre aumentano debito e necessità di finanziamenti esterni, l’asimmetria con Pechino diventerà più evidente.
Cina ed Egitto si avvicinano quindi soprattutto per interessi convergenti. Il Cairo offre posizione geografica, accesso a Suez e influenza nel mondo arabo e africano. Pechino dispone di capitali, capacità industriale e di un mercato di dimensioni globali.
Il futuro della relazione dipenderà dalla capacità egiziana di utilizzare questa convergenza per costruire una base produttiva più solida. Suez rimane il centro della partita: non soltanto una via d’acqua, ma uno dei luoghi nei quali la competizione economica e strategica tra Cina e Stati Uniti incontra le ambizioni dell’Egitto di tornare a essere una potenza centrale del Mediterraneo e del Medio Oriente.
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