Soldi, religione, petrolio e faide. Sono queste le variabili in gioco in vista delle elezioni di metà mandato, le cosiddette “Midterm”, che si terranno negli Stati Uniti il prossimo 3 novembre, per rinnovare la totalità della Camera e un terzo del Senato. Un voto che, in un senso o nell’altro, avrà prevedibilmente un notevole impatto sul futuro della presidenza di Donald Trump. E dunque di tutto il mondo.
Cominciamo dai verdoni. La notizia è che fiumi di dollari stanno inondando da mesi la campagna elettorale. Un dato senza precedenti che ha portato a descrivere questa tornata come «la più cara nella storia del Midterm». Stando a Bloomberg News, si sarebbero già raccolti complessivamente 4,7 miliardi di dollari in finanziamenti elettorali. A livello di Comitati nazionali, i repubblicani hanno rastrellato 917 milioni e i dem 262. Ma la situazione si ribalta guardando alle campagne dei singoli candidati: qui è l’Asinello a essere attualmente in vantaggio. Già a metà aprile, il portale d’informazione politica The Hill riferiva come i candidati dem fossero decisamente avanti sugli avversari repubblicani in termini di fundraising (un esempio clamoroso è la raccolta di James Talarico, che ha vinto le primarie democratiche in Texas: per lui il record di più di 27 milioni raccolti nei primi quattro mesi del 2026).
E fin qui è denaro tracciato. Poi ci sono le quote del cosiddetto dark money, vale a dire i fondi di provenienza ignota. Che a loro volta stanno crescendo.
L’elezione più cara della storia e l’assalto dei colossi tech
Piuttosto interessanti si rivelano anche i dati relativi agli spot. Per la società di analisi di mercato AdImpact, la spesa in questo settore raggiungerà i 10,8 miliardi di dollari: il che equivarrebbe a un aumento di oltre il 20% rispetto alle Midterm del 2022. A tutto questo si aggiungano i comparti economico-finanziari maggiormente coinvolti nei finanziamenti. «Nuove indagini sui finanziamenti elettorali rivelano la crescita esponenziale di un eterogeneo gruppo di interessi finanziari, tra cui aziende di Intelligenza artificiale, criptovalute e scommesse sportive, che hanno accumulato collettivamente centinaia di milioni di dollari per influenzare le elezioni al Congresso di quest’anno» ha riferito il sito d’informazione Politico.
In questo quadro, cresce il ruolo dei multimiliardari che, neanche a dirlo, iniettano soldi per tutelare i propri interessi. Stando a quanto riferito da Bloomberg News, il cofondatore di Google Sergey Brin avrebbe versato oltre 60 milioni di dollari in California per cercare di opporsi all’imposta patrimoniale attualmente in discussione nello Stato. La stessa motivazione sarebbe dietro ai milioni sborsati dal cofondatore di Ripple, Chris Larsen. Tutto questo, mentre il governatore dem dell’Illinois, JB Pritzker, ha donato 10 milioni a un comitato in sostegno della sua vice, Juliana Stratton, che è al momento candidata a un seggio al Senato.
Nella classifica dei multimiliardari scesi in campo, al primo posto figura George Soros, che ha finora versato 102,6 milioni a favore di varie entità di area dem. Non è del resto un mistero che il fondatore della Open Society sia storicamente un finanziatore dell’Asinello e di cause progressiste soprattutto in materia di immigrazione e di riforma della Giustizia. Il suo obiettivo è sempre stato quello di ottenere influenza politica e di opporsi all’agenda del Partito repubblicano (prima con George W. Bush e poi con Trump).
La mappa dei super donatori tra Silicon Valley e Super Pac
Al secondo posto, c’è invece Elon Musk che, nonostante una lite con l’attuale presidente americano l’anno scorso, si è rappacificato con lui, rimanendo in zona repubblicana. Il ceo di Tesla ha finora versato un totale di 84,4 milioni: dal suo punto di vista, è innanzitutto impellente preservare i legami di SpaceX con il Pentagono e, al contempo, mantenere uno stretto rapporto con JD Vance in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.
In terza posizione troviamo poi Jeff Yass, fondatore di Susquehanna International Group (azienda di trading quantitativo e tecnologia), che ha sborsato quasi 82 milioni, di cui 16 indirizzati a Maga Inc.: il Super Pac che sostiene Trump (a differenza dei Political action committees – o Pac – tradizionali, i Super Pac non hanno limiti sulle donazioni che possono ricevere da singoli o organizzazioni).
A Maga Inc. sono inoltre arrivati 25 milioni dal cofondatore di OpenAI, Greg Brockman, e da sua moglie Anna, i quali, in vista delle Midterm, hanno finora messo in campo 50 milioni di dollari. Brockman, come altre figure legate al settore dell’alta tecnologia, puntano a favorire l’approvazione di leggi che promuovano il comparto dell’Intelligenza artificiale. Del resto, assai interessato all’Ia è anche Marc Andreessen: venture capitalist con alle spalle donazioni bipartisan, che ha finora versato sei milioni di dollari a Maga Inc. Non a caso, proprio Andreessen ha contribuito a fondare Leading the Future: un Super Pac che quest’anno sta iniettando finanziamenti elettorali per tutelare il settore dell’Ia. Secondo Axios, nel primo trimestre del 2026, Leading the Future avrebbe già dirottato 13 milioni di dollari a vari comitati interessati alla propria causa.
L’incognita dei cattolici e lo shock del caro energia
Ma i soldi non sono tutto. La seconda variabile che influenzerà le Midterm quest’anno riguarda il voto cattolico, che negli Stati Uniti risulta storicamente cruciale. Secondo il New York Times, i cattolici, a novembre, potrebbero rivelarsi l’ago della bilancia nelle campagne per Camera e Senato in Michigan, Ohio, Wisconsin, Arizona e Texas meridionale. Sotto questo aspetto, non è al momento chiaro quale sarà l’impatto delle recenti critiche di Trump a Leone XIV. Da una parte, a inizio maggio, il presidente americano ha inviato il segretario di Stato, Marco Rubio, in Vaticano per smorzare le tensioni. Dall’altra, bisognerà capire se gli attriti tra la Casa Bianca e la Conferenza episcopale statunitense influenzeranno l’elettorato cattolico: un elettorato che – ricordiamolo – Trump aveva nettamente vinto alle presidenziali del 2024. Da questo punto di vista, è vero che le polemiche del presidente americano con Leone – un papa assai popolare negli Stati Uniti – potrebbero danneggiare i repubblicani a novembre. Ma è altrettanto vero che l’ala woke del Partito democratico continua a rendere l’Asinello inviso a una parte consistente dell’elettorato cattolico.
Una terza variabile che incombe sul voto di novembre riguarda poi la guerra in Iran, o meglio: i suoi effetti sull’economia americana. Secondo Nbc News, da quando il conflitto è iniziato a fine febbraio, il prezzo della benzina, negli Stati Uniti, è aumentato del 50%: il che rappresenta potenzialmente un problema assai rilevante per il Partito repubblicano, soprattutto alla luce del fatto che, come è già stato chiarito dallo scorso autunno, le Midterm di quest’anno si giocheranno principalmente sulla delicata questione del carovita. Trump ha quindi urgenza di chiudere al più presto la crisi di Hormuz e di far abbassare il costo dell’energia. Non è del resto un mistero che la benzina rappresenti attualmente il principale tallone d’Achille del Partito repubblicano. Lo scorso 8 maggio, la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle intenzioni di voto generico per il Congresso dava i democratici avanti del 5,6%: un vantaggio non insormontabile ma che rappresenta comunque un campanello d’allarme per il Partito repubblicano.
Le faide democratiche e la guerra dei distretti in Virginia
Dall’altra parte, neanche l’Asinello può permettersi di dormire sonni tranquilli. A inizio maggio, il portale giornalistico Axios ha riferito di notevoli tensioni intestine a causa del fatto che il Democratic congressional campaign committee ha dato degli endorsement a candidati ancora impegnati nel processo delle primarie: una circostanza che ha irritato significativamente vari deputati dem. A questo si aggiungano le storiche spaccature, in seno all’Asinello, tra una corrente centrista e una di estrema sinistra. Infine, ma non meno importante, sempre Axios ha riportato che le probabilità repubblicane di mantenere il controllo della Camera siano aumentate, dopo che la Corte Suprema della Virginia ha bocciato, a inizio maggio, un progetto dei democratici volto a ridisegnare i distretti elettorali dello Stato: un progetto su cui l’Asinello aveva puntato molto, tanto da spendere oltre 62 milioni di dollari per sostenerlo in occasione di un referendum tenutosi ad aprile.
Insomma, al netto delle incertezze e delle difficoltà in cui attualmente versa il Partito repubblicano, la (ricchissima) partita delle Midterm resta aperta.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Stefano Graziosi
Source link



