SIENA Follow the money. L’espressione investigativa, spesso abusata, per indicare l’attività di ricerca e monmitoraggio dei flussi di denaro è la chiave che potrebbe aprire la cassaforte che contiene i segreti della morte di David Rossi: l’ex capo della comunicazione di Mps morto nel 2013 a Siena. Ieri, la perizia che ha confermato un dato ormai inconfuabile: il manager è stato ucciso e non si è suicidato. «Gran parte delle lesioni di David Rossi sono state procurate da un meccanismo di aggressione che lui ha subito. Al netto delle lesioni dell’impatto del corpo al suolo, altre sono incompatibili con la precipitazione. Ad esempio la frattura capitello radiale sinistro, emersa da una tac, è compatibile con meccanismo indiretto di leva esercitata da una terza persona che agisce sull’arto superiore sinistro. Dunque tutto è molto compatibile con un fatto aggressivo», dice Marco Nigrisoli, consulente tecnico nominato dalla commissione parlamentare di inchiesta che lavora per fare luce sul caso.
Le sponsorizzazioni e la ‘Ndrangheta
La pista battuta dalla commissione, per stessa ammissione del suo presidente, Gianluca Vinci intervenuto nel corso del programma “Lo Stato delle Cose” condotto da Massimo Giletti, porta a milioni di denari ed alla ‘ndrangheta. «David Rossi gestiva 50 milioni di euro destinati al finanziamento di attività sprotive, stiamo indagando in quella direzione». Considerata la crisi, il Monte dei Paschi di Siena aveva tagliato di 10 milioni di euro il budget destinato a quel tipo di attività. I riflettori puntano alla «‘ndrina emiliana ed a soggetti catanzeresi che potrebbero avere aiutato e coadiuvato…». Siena-Mantova-Viadana è una pista concreta. Sul taglio di Mps ai denari destinati alle sponsorizzazioni interviene anche Catia Silva, capo della segreteria della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi. «Nel 2009 ho denunciato il clan Grande Aracri – esordisce nell’intervista rilasciata all’inviato della trasmissione in onda su Rai Tre. «La parte mantovana è un ingrediente della storia. Un giorno, mentre tornavo a casa ho visto due persone nascote nella siepe, dopo una settimana li rivedo vicino ad un muretto. Ho ricevuto due telefonate anonime, dall’altra parte del telefono una voce metallica mi diceva “E’ suicidio”. In quel frangente avevamo ascoltato dei testimoni di Mantova». La sequela di minacce nei confronti di Catia Silva sarebbe proseguita. «Hanno bussato alla porta e detto “devi morire”». Questo è accaduto dopo la perizia dei Ris di Roma che avevano certificato come la morte di Rossi fosse avvenuta per omicidio e non a seguito di suicidio. Silva come il presidente della commissione parlamentare Vinci, è convinta della necessità di approndire la pista delle sponsorizzazioni. «Molti milioni destinati alle sponsorizzazioni sportive si bloccano dopo la crisi di Mps che chiude i rubinetti. Le attività mafiose hanno usato le sponsorizzazioni per ripulire il denaro sporco…».
Quella notte nell’ufficio di Rossi
«Quella sera – racconta Robbi Manghi, l’altro consulente tecnico nominato dalla commissione – non è successo nulla che Rossi si sia procurato da solo prima della precipitazione, evento procurato da terzi dopo un’aggressione: questo è un dato certo». Manghi ha spiegato che Rossi è stato afferrato «da persone con notevole forza delle mani”, lo dimostrano le ferite da “trascinamento e strisciamento». Inoltre «tutte le lesioni addominali nella parte terza dell’addome sono state create da terzi, da un pugno o una ginocchiata o comunque un colpo assestato». Sono un «segno del forte trauma contusivo» anche le «lesioni a zigomi dovute a percosse» e «le lesioni da trascinamento alla coscia». Sono state repertate «tracce ematiche sulla camicia e macchie di unto tipiche dei pomelli alla base delle finestre, forse dovute ad azioni di trascinamento sulla parte inferiore dell’addome. Non mortali ma compatibili con l’aggressione».
Altro elemento analizzato nel corso dell’audizione odierna, nell’aula del III piano di Palazzo San Macuto, riguarda l’analisi dei biglietti rinvenuti nel cestino presente nell’ufficio del manager. «In merito alla paternità autografa dei tre biglietti sono state riscontrate irregolarità e anomalie sulla dinamica spontanea e autentica della caligrafia utilizzata per la redazione dei biglietti». I consulenti sottolineano la necessità di «comprendere quale sia il piano di appoggio utilizzato per la redazione dei biglietti». Gli esperti analizzando il fascicolo fotografico redatto degli uomini della Scientifica riferiscono sulla sequenza temporale degli oggetti finiti nel cestino, tra i più superficiali vengono rinvenuti proprio i frammenti di carta. «Manoscritti e fazzolettini intrisi di sangue sono statio gettati presumibilmente il medesimo giorno», vista l’attività di David Rossi – infatti – il cestino sarebbe stato svuotato quotidianamente, ed è dunque da escludere che il contenuto rinvenuto al momento dell’attività investigativa possa essere riferito a giorni precedenti la morte. Questa l’ipotesi.
Nel corso dell’odierna escussione, i due consulenti hanno ribadito come «nessun elemento psicopatologico o comportamentale» sia «sufficiente a delineare un gesto suicidario strutturato, pianificato e organizzato». Robbi Manghi ed Edoardo Genovese, hanno ricordato come nei giorni precedenti la morte, «non sarebbero emerge patologie psichiatriche, quadri depressivi maggiori, isolamento sociale o una brusca interruzione delle relazioni e dei progetti personali e professionali». I tagli ai polsi rinvenuti sono stati ricondotti a una «condotta autolesiva non suicidaria» e «l’ipotesi di una morte per suicidio appare tecnicamente e scientificamente insostenibile e priva di riscontri oggettivamente cristallizzati». (f.benincasa@corrierecal.it)
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