11.13 – sabato 6 giugno 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
///
“QUARTO GRADO” GARLASCO: INTERVISTA ESCLUSIVA A MARCO POGGI
Di seguito, l’intervista esclusiva a Marco Poggi, in onda ieri sera, venerdì 5 giugno, a “Quarto Grado”, condotto da Gianluigi Nuzzi con Alessandra Viero su Retequattro.
Perché rompi il silenzio dopo 19 anni?
«Io non ho mai sopportato e forse neanche accettato tutta questa esposizione mediatica di quello che purtroppo è successo a Chiara. Da quest’ultimo anno, da questa riapertura, la mia figura è stata molto più coinvolta ed è stata un po’ più chiacchierata. Era da diverso tempo che pensavo di parlare, anche per fare finire tutte le relazioni, allusioni e questo alone di mistero che c’è sulla mia figura».
Sei diventato da un anno e mezzo, per una parte dell’opinione pubblica, il bersaglio numero uno nel giallo di tua sorella.
«Non è quello che pensavo ovviamente di dover affrontare diciotto anni dopo. Non so veramente come si sia arrivati a questo punto».
Qual è l’accusa che ti ha ferito di più?
«Ovviamente essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore è la cosa che difficilmente mi andrà più via. Ho imparato a conviverci».
Quando hai letto “in fondo potrebbe essere tornato dalla montagna a uccidere sua sorella”, come ha impattato dentro di te questa ipotesi?
«Non è stato facile».
Hai provato rabbia?
«Sì, certo. I sentimenti che ho provato di più in quest’ultimo anno sono rabbia e stanchezza».
C’è chi ti ha voluto chiuso in una clinica psichiatrica…
«È stato detto di tutto e di più, probabilmente il fatto di non aver mai rilasciato interviste può avere alimentato anche queste voci. C’è anche un minimo di colpa da parte mia».
In che senso “senso di colpa”?
«Nel senso che se forse avessi fatto interviste prima, tutte queste voci e teorie non sarebbero nate».
C’è qualcosa di vero sull’ultima versione emersa da alcuni audio che vorrebbero te, Andrea Sempio e Stefania Cappa coinvolti in un giro di droga che Chiara avrebbe scoperto?
«Sì, ho sentito anche questa cosa, ma si è detto di tutto in quest’anno, si è fatta qualsiasi ricostruzione».
Hai mai avuto problemi di droga? Consumo di cocaina?
«No, non l’ho neanche mai provata, per cui siamo nella fantasia che più fantasia non può essere. Se nessuno mette un freno, se nessuno toglie alle persone l’illusione che una determinata pista o ricostruzione non esiste, ci sarà sempre qualcuno che si inventerà la qualunque».
Da chi ti aspettavi che venisse tolta questa illusione?
«Ho sempre pensato che chi indagava potesse benissimo smorzare alcune piste, non solo la mia, ma anche tutte le altre su cui si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara».
Secondo te cosa avrebbe ferito di più Chiara in questo anno e mezzo?
«Direi anche in tutti questi 18 anni. Non credo che avrebbe mai voluto tutta questa esposizione mediatica, tutte queste insinuazioni sulla sua doppia vita o sulla sua vita privata. Sicuramente non le avrebbe volute».
Chi ti accusa sicuramente ti sta guardando. C’è qualcosa che vuoi dire?
«Arrivare a una fine un po’ di tutto. Adesso le indagini sono finite, penso che tutto il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso. Però credo che ora si possa interrompere».
Cosa intendi per “basta”? Stoppare un’eventuale inchiesta?
«No, assolutamente no. Questo deve andare avanti, è giusto che vada avanti, è giusto che ci siano i processi e che la stampa faccia cronaca e riporti come andranno le indagini. Non è giusto tutto il resto e quello spero possa finire».
Avete scoperto di essere stati intercettati alla chiusura delle indagini. Come avete reagito?
«Siamo rimasti un po’ dispiaciuti. Posso capire le intercettazioni nel mio caso, avrei trovato più strano il contrario. Dispiace che fossero coinvolti i miei, a loro si potevano evitare. In generale, di questa indagine, ci ha amareggiato essere tenuti sempre da parte, quasi come se non esistessimo. Anche il prelievo del DNA di nascosto, dalla spazzatura o con modalità strane come nel mio caso, non è una cosa che ti fa piacere, perché la morte di Chiara è qualcosa di nostro. Capiamo le questioni dell’indagine, ma essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato.
Sinceramente, mi aspettavo anche che all’apertura delle indagini, prima ancora che uscisse sui media, ci convocassero per dirci banalmente “So che siete convinti di altro. È stato condannato in via definitiva, però noi siamo convinti di un’altra cosa e abbiamo deciso di aprire questa indagine”. Non sarà scritto in nessun libro di diritto, di procedure però penso come segno di rispetto e umanità me lo aspettavo. Mi spiace che non ci sia mai stato neanche un colloquio di questo tipo».
Siete stati fortemente criticati, come se non accettaste l’ipotesi alternativa che Andrea Sempio possa essere l’assassino di Chiara. Da che cosa nasce questo convincimento che sia invece Alberto Stasi il colpevole? Come se non voleste cambiare idea.
«No, non è non voler cambiare idea. Il convincimento nasce dall’aver seguito un po’ tutti i processi e le discussioni in aula».
Eri a tutte le udienze?
«Sì, credo di averne forse saltata solo una. Tutte le prove, anche quelle nuove, che sono state discusse nei vari procedimenti, le perizie in contraddittorio e le sentenze che sono state emesse, ci hanno convinto in maniera definitiva. All’inizio del 2007 non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L’abbiamo difeso veramente tanto e anche quando era stato incarcerato, personalmente ero convinto che fosse innocente, convinto che stavano sbagliando. Quando è uscita la notizia della scarcerazione ero contento perché ero convinto che non c’entrasse nulla. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato, perché Chiara, in quel periodo lì, aveva lui come persona più vicina e che le dava più affetto.
Leggendo le motivazioni della scarcerazione ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie, di così tante cose che non tornano. C’erano dei passaggi sulla spiegazione del DNA di Chiara che fu trovato sui pedali che mi avevano lasciato un po’ stranito. Non è che perché viene aperta un’indagine, significa che abbiamo un convincimento diverso. Secondo me, sarebbe ancora più grave se lo cambiassimo solo perché era partita questa indagine. Questo vorrebbe dire che non abbiamo creduto alla condanna che c’era stata negli anni passati».
Gli elementi che ti sono stati esposti, anche l’ultima volta che sei stato sentito a SIT, non ti hanno convinto? Per questo non cambiate idea? Non ci sono delle prove nei confronti di Andrea Sempio?
«Non mi hanno convinto. Ho letto un po’ anche le varie memorie e le informative, non ho cambiato la mia idea. Ovviamente, vedremo. Non ci siamo mai nascosti, siamo convinti che Alberto Stasi è colpevole, e convinti che le ultime sentenze a cui siamo arrivati nei processi siano la verità. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità per tutti, non l’abbiamo mai preteso e non lo pretenderemo mai, quello che ci dispiace è che non ci sia rispetto».
Sei stato definito anche da una parte degli inquirenti “oppositivo”, ostile. Perché?
«Credo che si potevano, si dovevano usare parole diverse per esprimere il mio convincimento per cui la verità è stata già accertata e per cui credo veramente che Andrea Sempio sia estraneo. Non credo servissero parole provocatorie. Hanno deciso di definirmi così, lo accetto. Non è il messaggio sicuramente che volevo far passare».
Se ti fossi ricordato nell’ultimo anno di qualcosa che può incastrare Sempio e scagionare Stasi, l’avresti messo a disposizione degli inquirenti?
«Sì, assolutamente sì. La cosa che forse non è chiara e che viene mal interpretata è che, se potessimo mettere un punto a tutta la vicenda, saremmo veramente i primi a volerlo, perché non so se si può immaginare quanto siamo stanchi di rivivere tutto, di rimettere in discussione tutto, di fare sempre e ciclicamente gli stessi pensieri».
Vi opponete a una eventuale revisione nei confronti di Alberto Stasi per non restituire il risarcimento di 750.000 euro?
«Quella somma, come hanno già detto i miei genitori, è depositata a parte. Una parte è stata utilizzata per pagare le spese legali e consulenti di tutta la trafila dei processi che c’erano stati. La nostra vita va avanti con i nostri stipendi. Mi sono fatto una vita a parte, sono in affitto e lo pago con il mio stipendio».
Perché pensi che l’opinione pubblica in gran parte abbia assolto Alberto Stasi a furor di popolo?
«C’è stata una forte campagna mediatica di notizie false, indiscrezioni che poi si sono rivelate false, che hanno sostanzialmente indirizzato l’opinione pubblica. Non è facile vedere chi è stato, essere trasformato in un sicuro innocente, in una vittima. Quello ovviamente è difficile da accettare».
Avete mai ricevuto una lettera o una richiesta di aiuto privata da Alberto Stasi, che sta facendo la sua battaglia assolutamente legittima per dimostrare l’innocenza?
«No, non abbiamo mai avuto nessun contatto con lui, non ci ha mai scritto».
E questo come te lo sei spiegato? Ti sei fatto delle domande?
«Me le sono fatte, ma tengo per me quello che posso aver pensato e pensare. Perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie talmente schierate e le opinioni così polarizzate che non voglio alimentarle. Vorrei che i toni si abbassassero un po’».
Quando conosci Andrea Sempio?
«Ci siamo conosciuti a Garlasco, alle scuole medie, quando ho conosciuto un po’ tutto il resto del gruppo di amici che sono stati sentiti e coinvolti quest’anno».
Ti ricordi il momento in cui lui inizia a vestire di nero? C’è un periodo particolare della sua vita? Si è parlato -lo ha dichiarato lui stesso- di autolesionismo. Eri a conoscenza di tutto questo?
«No, non lo sapevo. Però queste sono cose sue, intime e personali, non voglio commentarle». Rimanete amici per molti anni, tanto è vero che a 19 anni, quando viene uccisa tua sorella, siete ancora in ottimi rapporti. «Eravamo ancora amici e lo siamo tutt’ora, perché anche se ci si vede meno poi le amicizie del passato rimangono».
Il 3 agosto 2007 eri in procinto di partire per la montagna con i tuoi genitori ma uscite insieme la sera per Garlasco?
«Non posso dire di ricordarmi questa cosa. È stata ricostruita dal fatto che quella sera stessa chiamiamo casa mia col suo cellulare per avvisare mia mamma che facevo tardi».
Ti ricordi se, quella sera, vi siete salutati con Andrea Sempio parlando della tua partenza?
«No, no, questo non mi ricordo».
Mentre eri in montagna, il 7 e l’8 agosto 2007, arrivano tre chiamate a casa tua, particolarmente sospette per gli inquirenti. In quei giorni ricevi chiamate da Sempio sul tuo cellulare?
«No, non ricordo onestamente di averle ricevute, ma non posso neanche escluderlo. Ho anche chiesto se volessero analizzare il mio cellulare dell’epoca, ma non l’hanno ritenuto utile».
Secondo la Procura di Pavia, Chiara è stata molestata telefonicamente da Andrea Sempio. Per il rapporto che avevate pensi che ti avrebbe mai cercato per parlartene?
«Penso proprio di sì, nel momento in cui è coinvolto un mio amico non vedo perché non abbia dovuto chiamarmi per dirmi: ‘Guarda, questo mi sta veramente dando fastidio, è un problema per me, prova a sentirlo tu’. Questo me lo sarei aspettato, come mi sarei aspettato che l’avesse detto a qualcuno delle persone che vedeva in quei giorni lì, come Alberto Stasi o mia cugina. Se veramente qualcuno l’avesse importunata, qualcun altro avrebbe dovuto saperlo».
Ti ricordi se in casa tua ci sono ma stati contemporaneamente Andrea Sempio e Chiara?
«No, onestamente non ho questo ricordo che si siano incrociati».
Si conoscevano?
«Si saranno incrociati, come lui ha detto, si saranno salutati, in tutti gli anni dell’adolescenza».
Te lo chiedo perché c’è chi parla di un movente a sfondo sessuale di Andrea Sempio nei confronti di Chiara e un odio maturato nel tempo. Cosa ne pensi?
«Sì, ho letto di questa ricostruzione. Faccio fatica a trovarci una logica perché non c’era nessun contatto, non ho nessun ricordo di Chiara con i miei amici. Non la incrociavamo neanche quando uscivamo, non li ricordo parlare con lei le volte in cui ci siamo incrociati in casa».
Andrea Sempio può essere stato da solo nella stanza di Chiara?
«Non posso escludere che io alcune volte sia andato in bagno, sia andato a prendere da bere o a far uscire il gatto e quindi lo abbia lasciato lì pochi minuti».
Perché frequentavate la stanza di Chiara?
«Per giocare ai videogiochi sul computer. Era un computer di famiglia, non era solo di Chiara, tutti usavamo quello».
Hai mai visto i presunti video intimi di tua sorella?
«No, non li ho mai visti. Sapevo solo della loro presunta esistenza da una chat su MSN che avevo letto anni prima, ma non li ho mai visti e non ho mai detto questa cosa né ai miei amici né ad altre persone».
Ne hai mai parlato con qualcuno?
«No, davvero non ho ricordo di aver mai detto niente di queste cose, anche perché sono cose private di mia sorella che non avrei mai messo in giro, nemmeno la voce».
Ricordi Andrea Sempio arrivare a casa tua in bici quell’estate?
«Non ho questo ricordo, mi hanno anche chiesto che bici avessero i miei amici ma non mi ricordo più onestamente».
Hai mai visto Andrea Sempio con scarpe ‘Frau’?
«No, non ho ricordo che avesse delle Frau. In realtà ho ricordo che avesse scarpe totalmente diverse, me lo ricordo sempre con gli stessi stivaletti».
Ricordi Alberto Stasi indossare scarpe ‘Frau’?
«No, l’ho visto talmente poche volte che non mi ricordo. L’ho incrociato solo le volte in cui veniva a prendere Chiara per uscire; quindi si, ho dei ricordi di lui che è entrato in casa per scambiare due parole o salutare i miei genitori, anche solo per farsi conoscere, però lui non era di casa ecco, assolutamente no».
Il 6 maggio, quando vieni sentito in procura a Pavia, ti viene mostrato il brogliaccio di alcune intercettazioni. Come hai reagito?
«La mia reazione a caldo è stata quella di incredulità e di non riuscire a trovare un nesso. Quel giorno sono uscito abbastanza confuso e anche con il pensiero di ascoltare questi audio e di capire qual è la spiegazione. Li ho sentiti in queste settimane e onestamente rimango dell’idea che mi sono fatto. Non ci vedo quell’interpretazione e non riesco proprio a sentire ed essere sicuro che vengano dette determinate parole. Non sono io che devo giudicare, quindi ci sarà qualcuno che lo farà. Aspettiamo di sentire quale sarà il giudizio finale».
Argomenti di interesse per gli investigatori, quando ti hanno sentito nelle tre volte in cui sei stato convocato in quest’ultimo anno e mezzo, sono stati i soliloqui di Andrea Sempio, ma anche la famosa impronta 33. Un’impronta per gli inquirenti riconducibile a Sempio, che si trova sul muro della scala che conduce alla cantina dove è stata trovata Chiara.
«In quest’ultimo interrogatorio mi hanno chiesto di descrivere, oltre ai luoghi principali in cui passavamo il tempo, che erano il salottino, la TV e camera di Chiara, quali erano le altre stanze che i miei amici potessero aver visto o in cui potessero essere passati. E tra queste, mi hanno chiesto anche della cantina. E sì, ho un po’ il ricordo che con gli amici siamo scesi alcune volte».
Perché scendevate? Quale poteva essere il motivo?
«La cantina era una sorta di magazzino e lì c’erano console vecchie, riviste di videogiochi e altre cose. Ho questo ricordo che è capitato che siamo scesi. Non so veramente dire chi c’era o chi no, perché è passato talmente tanto tempo che non lo so».
Quando hai parlato dei luoghi, ti era già stata mostrata l’impronta?
«No, mi è stata mostrata dopo».
Quindi tu spontaneamente parli per la prima volta, nel 2025, del fatto che frequentavi anche la scala e la cantina, prima di sapere che lì ci poteva essere un’impronta interessante per gli inquirenti?
«Sì, è la prima volta che mi chiedono di descrivere anche tutte le altre stanze o parti della casa in cui, magari, i miei amici possono essere stati anche solo di passaggio».
Dell’esistenza dell’impronta 33 sapevi già qualcosa?
«No, non avevo onestamente collegato o dato importanza».
Hai mai forzato la mano su un ricordo che possa scagionare Sempio?
«Assolutamente no. Mi hanno fatto prima la domanda sulle stanze e poi mi hanno mostrato questa ormai famosa impronta 33».
Quando l’hai vista, cosa hai pensato? Cosa ti hanno mostrato? Una fotografia, un video?
«Mi hanno mostrato una foto. Quella famosa foto che poi è uscita anche sui media lo stesso giorno».
E nel fartela vedere ti hanno detto che poteva essere o che era di Andrea Sempio?
«Che era di Andrea Sempio. Me l’hanno fatta vedere che era rossa e ricordo di essere uscito da quell’interrogatorio, quella SIT, che pensavo fosse sangue. Ovviamente è stato un po’ uno shock per come me l’hanno presentata e per il fatto che la reputavano di Andrea Sempio. Non ho più capito se mi avevano detto che era sangue o no. L’ho elaborato meglio dopo, quando sono tornato a casa.
Hai capito dopo che il rosso era il reagente della ninidrina. Un’impronta insanguinata sulla scala cambierebbe lo scenario?
«Sì».
Sei aperto all’ipotesi che degli elementi ti possano anche convincere o escludi a priori?
«A caldo, la risposta che avevo dato è che mi sembra impossibile che sia stato lui. È ovvio che un’impronta insanguinata diventi difficile da spiegare».
Se ti chiedessi di raccontare il tuo dramma, anche se fatichi a vestire i panni della vittima di questa storia, partiresti dal 13 agosto 2007 o dalla rabbia che hai provato nell’ultimo anno e mezzo?
«Per quanto possa esser stato difficile e devastante quest’ultimo anno e mezzo, niente può essere paragonato ai primi anni, dopo quel 13 agosto».
Quella del 13 agosto 2007 – in realtà per voi del 5 agosto del 2007 – era la prima vacanza in cui Chiara rimaneva da sola a casa a Garlasco per stare con il suo fidanzato. Ricordi la mattina della vostra partenza?
«No, onestamente no. Questo purtroppo è un ricordo che è sfumato completamente e mi spiace. Non mi ricordo l’ultimo saluto, non lo ricordo più».
Intervistando tuo papà Giuseppe, so che lui ha provato ancora dal cancelletto a dirle: “Dai Chiara, se hai cambiato idea vieni, sono le 6 della mattina, aspettiamo mezz’ora, facciamo una valigia e vieni con noi”.
«Non lo metto in dubbio che ci abbia provato e l’ha fatto veramente».
Voi siete partiti con un’altra famiglia di amici. Il 13 agosto dove eravate quando hanno cercato di darvi la notizia che a Garlasco era successo qualcosa di molto grave?
«Eravamo in montagna, ci eravamo divisi: io, mio papà e alcuni amici eravamo andati a fare una passeggiata un po’ lunga, mentre mia mamma e una nostra amica, che era la mamma di Alessandro Biasibetti, erano invece andate a fare un giro a San Vigilio, credo».
Ci sono le foto di voi in montagna, in alta quota, al rifugio quel giorno.
«L’abbiamo saputo inizialmente a un rifugio. Ci cercavano, cercavano la famiglia Biasibetti o noi, adesso non mi ricordo bene».
Perché hanno chiamato al rifugio e non sui vostri cellulari?
«Eravamo irraggiungibili perché probabilmente eravamo in alta quota. Lì, il padre di Biasibetti aveva parlato al telefono credo con i soccorritori, che gli avevano dato la notizia. Lui, anziché dirci che era venuta a mancare Chiara, ci aveva detto che non si era sentita bene mia mamma e che era in ospedale. Da lì, è arrivata una jeep del soccorso alpino a prenderci. Siamo scesi a valle e mio papà ha chiamato mia mamma per sapere come stava, in quel momento ho saputo quello che era successo. Poi siamo tornati a Garlasco».
Lo ricordi quel viaggio?
«Abbastanza, è stato un viaggio un po’ interminabile, con un lungo silenzio, mi ricordo questo».
Ce la fai a fermarti un secondo su quel ricordo?
«Sì, ma passiamo oltre».
Avevi già capito cos’era successo?
«Pensavamo a un incidente non domestico, a un ladro o qualcosa del genere».
Poi arrivate in caserma. Avete incontrato qualcuno?
«I miei genitori sono finiti subito dentro uno stanzino perché ovviamente avevano delle domande da fargli, io sono rimasto un attimo in attesa nella saletta. Mi ricordo semplicemente che nell’attesa ho visto passare Alberto, l’ho anche salutato ma forse non mi ha visto, non lo so. È stato un momento molto sfuggente, poi hanno sentito me e quando hanno finito, siamo andati a casa».
La casa era ormai sequestrata, quindi non siete andati in Via Pascoli.
«No, siamo andati a casa di mia nonna e da lì abbiamo vissuto per otto mesi circa».
La famosa casa di Gropello, dove sono state viste luci accese sospette, c’eravate voi.
«C’eravamo noi, si».
Voi, otto mesi dopo la morte di Chiara, rientrate in casa. Come siete riusciti a vivere in quella casa che è diventata la scena del crimine?
«Questa è una domanda che mi hanno fatto in tanti. I ricordi di Chiara erano lì e noi volevamo tornare dove potevamo rivivere e alimentare questi ricordi».
Una famiglia normale la vostra: tua mamma Rita dipendente comunale, tuo papà operaio specializzato in un’azienda, tu hai fatto ingegneria all’università durante tutta l’epoca dei processi -ricordiamolo, sono durati otto anni quelli a carico di Alberto Stasi tra assoluzioni e condanne-, come ricordi quel periodo?
«È stato un periodo in cui sei in un limbo, in attesa che finiscano tutti i processi, che si arrivi ad un verdetto e in attesa di conoscere la verità, siamo stati sostanzialmente in una fase di vita in cui i pensieri erano sempre su quello, e ci siamo tornati».
Tu pensi che sia stata lasciata in secondo piano la figura di tua sorella rispetto al giallo sulla sua morte?
«Quest’anno sicuramente sì. Spero veramente che possa finalmente essere lasciato un po’ in pace il suo ricordo, finire questo gioco che c’è nei confronti della sua morte e della sua vita. E io ne sono certo, non avrebbe voluto tutto questo. Spero che possa avere un po’ di tregua anche lei».
Secondo te chi l’ha uccisa? Perché solo chi l’ha uccisa sa con certezza di essere l’assassino. In ogni caso, cosa le ha tolto e cosa vi ha tolto?
«Ha tolto principalmente a lei, le ha tolto tutto. Ho rimpianti personali per non aver potuto vivere Chiara quando la differenza di età diventava meno evidente. Mi spiace non aver potuto trasformare il rapporto fratello-sorella anche in un rapporto di amicizia. Questo purtroppo non è stato possibile farlo».
Ti sei rivolto agli odiatori, ma in questi 19 anni ci sono dei “grazie” che hai nel cuore da dire alle persone che vi sono state vicine e che non smettono di farlo?
«Sì, sicuramente il grazie più banale va ai miei genitori per tutti questi anni, perché ci sono sempre stati, non sono mai crollati e sono stati fondamentali nel non far crollare anche me. Il grazie che forse è meno scontato è quello per gli avvocati, consulenti e soprattutto le loro famiglie, che ci sono rimaste vicino. Loro stessi hanno subito un sacco di attacchi personali, insulti e diffamazioni.
*
MEDIASET * VEDI PROGRAMMI TV IN DIRETTA VIDEO / STREAMING
(CLICCA QUI)
/
MEDIASET * RIVEDI PROGRAMMI TV ON DEMAND / STREAMING
(CLICCA QUI)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
admin
Source link







