La supply chain delle materie prime critiche si trova a vivere una fase estremamente delicata: deve affrontare contemporaneamente un contesto di instabilità politica, incertezza economica e concentrazione delle forniture. A inquadrare il momento storico è Confindustria attraverso la ricerca “Materie prime critiche e resilienza delle supply chains”, uno studio che analizza in maniera lucida lo scenario internazionale che attende l’industria italiana nei prossimi cinque anni.
Lo scenario
Secondo la ricerca di Confindustria, le recenti crisi (dalla pandemia ai conflitti geopolitici) hanno evidenziato la profonda dipendenza di molte economie da fornitori esteri per input essenziali. Ciò determina la trasformazione di un tema economico in una questione di sicurezza strategica. Le supply chain, un tempo ottimizzate secondo criteri di costi ed efficienza, sono risultate vulnerabili agli shock improvvisi della contemporaneità e alle possibilità che le relazioni commerciali siano utilizzate come leva politica.
Alle tensioni geopolitiche si affianca la volatilità dei mercati e un ritorno a politiche protezionistiche che portano all’aumento dei costi e riducono la prevedibilità degli scambi. Le forniture di materie prime essenziali appaiono concentrate geograficamente in pochi Paesi chiave e in aggiunta risulta complesso sostituire in modo rapido materie prime e beni intermedi. Gli shock prodotti tendono quindi a propagarsi lungo la filiera produttiva con effetti amplificati.
La manifattura italiana
L’analisi pubblicata da Confindustria analizza in modo particolare le dipendenze critiche della manifattura italiana. Focalizzando l’attenzione sulle materie prime, semilavorati e beni capitali, emergono ben 364 prodotti per cui il nostro Paese risulta dipendente da forniture extra-UE per un valore complessivo di circa 26 miliardi di euro.
Possiamo riassumere in questo modo i punti chiave legati alla composizione di queste dipendenze. I prodotti energetici pesano per il 35% dell’import critico, seguiti dai semilavorati metallurgici (10%). L’aspetto più critico riguarda i semilavorati elettronici, le apparecchiature elettriche e i semilavorati del comparto mobili e altra manifattura, tutti fortemente dipendenti dalla Cina. A questi dati si aggiungono le dipendenze dal Qatar per i prodotti petroliferi, dalla Russia per metallurgia ed energia, e dal Brasile per carta e legno.
Le Materie Prime Critiche e il progetto CASCADE
Le istituzioni europee hanno intensificato gli sforzi per individuare i settori e le filiere strategiche più esposte a dipendenze da fornitori extra-UE e, allo stesso tempo, per sviluppare politiche industriali orientate a rafforzare la resilienza delle supply chain.
Le Materie Prime Critiche (CRM) hanno un ruolo fondamentale in questo scenario: si tratta di risorse chiave per numerosi comparti strategici, ma caratterizzate da un’elevata dipendenza dalle importazioni ed esposte quindi a rischi significativi di approvvigionamento. Nonostante questo ruolo centrale, l’analisi si è finora rivolta ad una dimensione macroscopica lasciando in secondo piano la comprensione di come le imprese possano affrontare in modo concreto la vulnerabilità della supply chain.
Da queste premesse prende l’avvio il progetto CASCADE, un’iniziativa di ricerca finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del bando PRIN-PNRR e condotta dal gruppo interuniversitario Re4It (Università di Bologna, Università di Bergamo, Università dell’Aquila e Politecnico di Milano) in collaborazione con il Centro Studi Confindustria.
Il progetto CASCADE mira a indagare in modo sistematico le vulnerabilità legate alle materie prime critiche nelle principali filiere strategiche italiane, offrendo una valutazione prospettica su un orizzonte di cinque anni. L’analisi si basa su uno studio Delphi che ha coinvolto 45 esperti del settore con l’obiettivo di costruire una visione condivisa dei rischi emergenti. Per ciascuna materia prima critica, il progetto approfondisce il livello atteso di criticità delle forniture, gli effetti sulle supply chain, le possibili strategie di mitigazione a disposizione delle imprese e gli ostacoli che possono limitarne l’effettiva adozione.
I quattro materiali chiave presi in considerazione dallo studio sono: alluminio, rame, terre rare e titanio. Si tratta di elementi essenziali per sostenere la transizione ecologica e digitale, nonché per rafforzare l’autonomia strategica dell’industria nazionale ed europea, con un focus su alcune filiere chiave del sistema produttivo italiano, tra cui aerospazio, difesa e sicurezza, macchinari per il packaging farmaceutico e cosmetico, automazione industriale, mobilità ed energie rinnovabili.
Cosa accadrà nei prossimi cinque anni?
Confindustria delinea un quadro quinquennale in riferimento alle quattro materie prime strategiche prese in esame.
Per l’alluminio, la vulnerabilità è essenzialmente di natura economica: la principale preoccupazione riguarda l’aumento e la volatilità dei prezzi, mentre disponibilità e tempi di consegna non mostrano segnali di peggioramento significativo. Il riciclo, pur non costituendo una leva risolutiva, appare relativamente stabile. Si tratta dunque di un rischio gestibile, ma decisamente costoso.
Per quanto riguarda il rame le pressioni si distribuiscono su una duplice matrice: da un lato ci sono pressioni economiche e dall’altro problemi operativi con maggiori difficoltà di reperimento e crescente competizione globale per l’accesso al materiale.
Il titanio ha un rischio operativo: secondo Confindustria le criticità che dobbiamo attenderci verteranno sulla disponibilità, reperimento e tempi di consegna del materiale.
Sono le terre rare a rappresentare il profilo più critico: costi, disponibilità ridotta e difficoltà di reperimento tenderanno a peggiorare. Il profilo di vulnerabilità è il più sistemico: le terre rare sono un nodo assai difficile per la manifattura italiana per concentrazione geografica circoscritta e limitata sostituibilità.
La carenza di Materie Prime Critiche impatterà in modo diverso su diversi settori industriali chiave. Per quanto riguarda l’alluminio, gli impatti maggiori si registreranno sul settore aerospaziale e nell’ingegneria elettrica e termica. La scarsità di rame risulterà critica nel comparto dell’elettrificazione, ma anche nelle applicazioni elettriche ed elettroniche.
Il titanio avrà un impatto sui settori strategici come aerospazio e difesa, mostrando quindi una forte rilevanza anche dal punto di vista geopolitico. La minore disponibilità di terre rare segnerà in modo particolare il settore tecnologico e le applicazioni avanzate come batterie, laser e materiali ad alte prestazioni.
Le proposte del progetto CASCADE per una gestione strategica delle CRM
Il progetto CASCADE mette in luce come le dipendenze critiche non siano un fenomeno temporaneo, ma una caratteristica strutturale della fase attuale dell’economia globale. Come menzionato nel report, non siamo di fronte ad un processo di deglobalizzazione, ma a “a una fase di frammentazione selettiva e di riconfigurazione delle catene globali del valore”.
In questo contesto, il CRMA (Critical Raw Materials Act) rappresenta certamente un passo avanti, ma non è sufficiente se non accompagnato da un più forte coordinamento delle politiche a livello europeo. Serve un approccio multilivello che integri in modo coerente politiche commerciali, industriali e di cooperazione internazionale, così da affrontare in maniera efficace le sfide legate alle materie prime critiche. A livello nazionale è necessario adottare un comportamento diverso: favorire l’integrazione verticale, supportare il rafforzamento dimensionale degli operatori e fornire strumenti di risk management.
Infine, è necessario che i governi affrontino il tema della sostenibilità in rapporto alla sicurezza degli approvvigionamenti. L’analisi evidenzia che queste due dimensioni non procedono necessariamente nella stessa direzione: alcune misure ambientali possono infatti accentuare le criticità nel breve periodo, pur contribuendo a miglioramenti strutturali nel medio e lungo termine.
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Raffaella Capritti
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