#Finsubito news dalla rete – A 17 anni entra alla Fiat Mirafiori e respira amianto. Muore di tumore, la moglie combatte dieci anni contro l’INAIL e vince


Suo marito è morto otto anni fa. Lei, invece, ha continuato a combattere. Contro l’INAIL, contro le risposte negative, contro una burocrazia che per anni non ha riconosciuto quello che oggi un tribunale ha accertato: quell’uomo si era ammalato di mesotelioma per l’amianto respirato durante il lavoro. Lui non ha fatto in tempo a vedere riconosciuto il proprio diritto. Sua moglie sì. Ci sono voluti dieci anni, contando anche quelli in cui il marito era ancora in vita. E una determinazione che nessuna sentenza potrà mai ripagare.

La storia comincia molto prima. Il 1° giugno 1958, per la precisione. Un ragazzo di 17 anni varca i cancelli dello stabilimento FIAT di Mirafiori, a Torino. È uno dei tanti giovani che in quegli anni entrano in fabbrica per guadagnarsi da vivere e costruirsi un futuro. Torino è la capitale dell’automobile, le fabbriche danno lavoro a migliaia di persone e la FIAT rappresenta, per intere generazioni, la possibilità di avere uno stipendio, una famiglia, una vita.

Lui finisce nelle fonderie, tra ghisa, metalli pesanti, polveri e materiali pericolosi. Ci resterà per oltre undici anni, fino al dicembre del 1969. Non può sapere che quella esperienza lavorativa, insieme alle successive esposizioni all’amianto, contribuirà a provocare una malattia che si manifesterà quasi sessant’anni dopo. Non può sapere che un giorno sua moglie dovrà rivolgersi a un giudice per dimostrare quello che oggi sappiamo: l’amianto può uccidere anche a distanza di decenni.

È una delle tragedie più crudeli dell’amianto. Si entra in fabbrica da ragazzi e ci si ammala da pensionati. Quando il lavoro è finito, quando i figli sono cresciuti, quando si dovrebbe finalmente avere il tempo di godersi la vita. La fabbrica è ormai un ricordo. Le fibre respirate durante il lavoro, invece, possono essere ancora lì, nell’organismo.

Per l’ex operaio di Mirafiori la malattia arriva nel 2016. Ha 69 anni. Prima i problemi respiratori, poi gli accertamenti, i ricoveri, gli esami. A marzo viene riscontrato un versamento pleurico, un accumulo di liquido attorno ai polmoni. Ad aprile arriva la diagnosi che cambia tutto: mesotelioma pleurico maligno.

È un tumore aggressivo che colpisce la membrana che riveste i polmoni ed è strettamente associato all’esposizione all’amianto. Può rimanere nascosto per decenni prima di manifestarsi. E quando si manifesta, spesso la situazione è già grave.

Comincia così un’altra vita. Non più quella delle fabbriche, del lavoro, dei camion e delle merci da trasportare. Una vita fatta di ospedali, visite specialistiche, terapie oncologiche, ricoveri. La documentazione sanitaria ricostruita nel processo racconta il peggioramento progressivo delle sue condizioni, fino alle cure ricevute presso il centro oncologico di Rionero in Vulture, in Basilicata.

L’uomo, però, non si limita a curarsi. Vuole anche che venga riconosciuta l’origine professionale della sua malattia. Nell’aprile del 2016 presenta una domanda all’INAIL. Chiede che il mesotelioma sia riconosciuto come conseguenza dell’esposizione all’amianto durante gli anni di lavoro.

La risposta è no.

Per l’Istituto la documentazione presentata non è sufficiente. Il lavoratore presenta opposizione. Cerca di dimostrare che cosa aveva fatto, dove aveva lavorato, quali materiali aveva maneggiato. Ma il riconoscimento non arriva.

Nel frattempo la malattia va avanti. I mesi passano. Le condizioni peggiorano. Il 21 giugno 2018, dopo oltre due anni dalla diagnosi, l’uomo muore. Ha 73 anni.

Muore senza aver ottenuto quello che aveva chiesto.

Ed è qui che la storia cambia protagonista.

Perché a quel punto ci sarebbe anche un modo per chiudere tutto. Accettare la risposta dell’INAIL, mettere via le carte, lasciare perdere. Dopo una malattia così e dopo la perdita di un marito, affrontare anche una battaglia giudiziaria significa aggiungere altri anni di attese, di documenti, di perizie, di spese e di incertezze.

Ma sua moglie non lascia perdere.

La donna, oggi residente nel Potentino, presenta una nuova domanda all’INAIL. Chiede il riconoscimento della rendita ai superstiti e delle altre prestazioni previste per i familiari delle vittime di malattie professionali. In sostanza, chiede che venga riconosciuto dopo la morte quello che il marito aveva cercato di ottenere quando era ancora vivo.

Arriva un altro no.

L’Istituto continua a ritenere insufficienti gli elementi prodotti per dimostrare l’esposizione professionale all’amianto. La vedova, invece, continua a sostenere che il mesotelioma del marito sia stato provocato proprio da quel lavoro cominciato quando era ancora un ragazzo.

Nel giugno del 2021, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, decide di rivolgersi al Tribunale di Potenza.

È trascorso un decennio dall’inizio della vicenda soltanto se si guarda al percorso che va dalla prima domanda del marito, nel 2016, alla sentenza del 2026. Per la donna, invece, significa soprattutto continuare una battaglia che l’uomo non può più combattere. E affrontare un processo nel quale bisogna ricostruire una storia lavorativa cominciata quasi settant’anni prima.

Non è semplice. Perché i luoghi cambiano, le aziende si trasformano, i documenti possono essere difficili da recuperare e molti di quelli che lavoravano nelle stesse fabbriche non ci sono più. Bisogna tornare al 1958, alle fonderie di Mirafiori, ai reparti, alle mansioni, alle sostanze utilizzate. Bisogna ricostruire i successivi impieghi e dimostrare che l’uomo è stato esposto all’amianto in misura rilevante.

E bisogna anche spiegare perché un tumore diagnosticato nel 2016 possa essere la conseguenza di un lavoro svolto molti decenni prima.

La ricostruzione giudiziaria comincia proprio dalla FIAT di Torino. L’uomo vi aveva lavorato dal 1° giugno 1958 al 31 dicembre 1969, come operaio addetto al reparto fonderie. Secondo quanto accertato nel processo, si trattava di un ambiente nel quale era presente una dispersione di fibre di amianto.

Ma l’esposizione non si era fermata a Mirafiori.

Dal gennaio del 1970 al giugno del 1974 l’operaio aveva lavorato come autista per una società di trasporti e logistica di Bari. Tra le sue attività c’era anche il trasporto di materiali contenenti amianto prodotti dalla Fibronit, azienda il cui nome è legato a una delle pagine più drammatiche della storia industriale italiana.

L’uomo si occupava della movimentazione delle lastre, del loro trasporto da uno stabilimento all’altro, del carico e dello scarico. Operazioni durante le quali potevano liberarsi nell’aria fibre cancerogene, soprattutto in assenza di adeguate protezioni.

Successivamente aveva continuato a lavorare presso la cementifera S.A.M.I. di Bari, ancora come autista e addetto al carico e allo scarico di materiali contenenti amianto. La sua attività lavorativa era proseguita per molti anni, fino alla pensione, nel 2006.

In tutto, secondo gli accertamenti accolti dal Tribunale, 16 anni e 7 mesi di esposizione professionale all’amianto.

Sedici anni e sette mesi. Una quantità di tempo che sulla carta si riassume in una riga, ma che nella vita di un uomo significa migliaia di giornate di lavoro. Migliaia di volte in cui si entra in fabbrica, si caricano materiali, si fanno le proprie mansioni e poi si torna a casa. Senza sapere che ciò che si è respirato potrebbe presentare il conto decenni dopo.

Durante il processo vengono ascoltati i testimoni, esaminati i documenti e disposta una consulenza tecnica d’ufficio. Le testimonianze confermano l’esposizione professionale, mentre la valutazione medico-legale ricostruisce il rapporto tra quella esposizione e la malattia.

Il consulente nominato dal giudice conclude che il mesotelioma pleurico ha origine professionale. Non si tratta, quindi, soltanto di un lavoratore che si è ammalato dopo essere stato esposto all’amianto. Secondo la ricostruzione accolta dal Tribunale, quell’esposizione ha avuto un ruolo causale nella malattia che ne ha provocato la morte.

Ed è questo il punto centrale della vicenda.

Il giudice del lavoro Rosalba De Bonis, nella sentenza numero 461 del 2026, pubblicata il 4 giugno, accoglie il ricorso della vedova. Riconosce l’esposizione professionale all’amianto, accerta il nesso causale con il mesotelioma e condanna l’INAIL a corrispondere le prestazioni dovute.

La sentenza ricostruisce anche un principio fondamentale in materia di malattie professionali. Non sempre è possibile dimostrare il rapporto tra una sostanza e una patologia con la certezza assoluta che si potrebbe pretendere in altri contesti. Occorre valutare la documentazione, le conoscenze scientifiche, la storia lavorativa e tutti gli elementi disponibili secondo criteri di ragionevole certezza e di elevata probabilità.

Nel caso dell’ex operaio FIAT, il Tribunale ritiene che quella prova sia stata raggiunta. E riconosce che, nel periodo lavorativo esaminato, l’uomo era stato esposto a fibre di amianto in concentrazioni superiori ai valori limite indicati dalla normativa prevenzionistica.

La conclusione è netta: il mesotelioma che lo ha ucciso nel giugno del 2018 è una malattia di origine professionale.

L’INAIL viene condannato a riconoscere le prestazioni maturate dal lavoratore quando era ancora in vita, a partire dal luglio 2016 e fino alla morte, e quelle spettanti alla moglie dal giugno 2018. Tra queste ci sono la rendita ai superstiti, l’assegno funerario, le prestazioni aggiuntive del Fondo Vittime dell’Amianto, gli arretrati e gli accessori previsti dalla legge.

Secondo i calcoli dell’Osservatorio Nazionale Amianto, gli arretrati ammonterebbero a circa 150 mila euro, mentre alla vedova spetterebbe una rendita di circa 1.500 euro al mese, oltre alle maggiorazioni previste dalla normativa. Si tratta di importi stimati dall’associazione, non delle cifre complessive liquidate direttamente nella sentenza.

La decisione, secondo quanto comunicato dall’ONA, è diventata definitiva.

E così, dopo dieci anni dalla prima domanda presentata dal marito, la donna ottiene finalmente il riconoscimento che aveva cercato.

Dieci anni.

Una parola facile da scrivere. Molto meno facile da vivere. Soprattutto quando, nel mezzo, c’è la morte della persona con cui quella battaglia era cominciata.

A commentare la decisione è Ezio Bonanni, l’avvocato che ha assistito la vedova e che da anni si occupa delle vittime dell’amianto.

«La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Una sentenza che restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla sua memoria», dichiara.

Poi aggiunge: «È inaccettabile che al dolore per la perdita si aggiunga il peso di anni trascorsi a dimostrare ciò che avrebbe dovuto essere riconosciuto molto prima. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare».

Parole che riportano la vicenda a una questione molto più grande della singola sentenza.

Perché l’amianto continua a uccidere anche se in Italia è stato messo al bando nel 1992. Per decenni era stato utilizzato dappertutto: fabbriche, cantieri, edifici, impianti industriali, mezzi di trasporto. Costava poco, resisteva al calore, isolava. Era considerato un materiale prezioso. Poi si è scoperto, o meglio si è dovuto fare i conti con il fatto, che quelle fibre potevano provocare malattie gravissime.

E il problema è che l’amianto non rispetta il calendario. Non smette di fare danni perché una fabbrica chiude, perché un lavoratore cambia mestiere o perché arriva la pensione. Il mesotelioma può manifestarsi anche quaranta o cinquant’anni dopo l’esposizione.

Per questo ancora oggi ci sono persone che si ammalano per lavori svolti quando erano giovani. E ci sono famiglie costrette a ricostruire davanti a un tribunale quello che è successo in fabbriche nelle quali i loro cari avevano lavorato mezzo secolo prima.

La vicenda dell’operaio di Mirafiori racconta proprio questo. Un ragazzo entra alla FIAT nel 1958. Lavora nelle fonderie, poi nel settore dei trasporti, movimenta materiali contenenti amianto, continua a lavorare fino alla pensione. Nel 2016 scopre di avere un mesotelioma. Chiede all’INAIL di riconoscere la malattia professionale. Riceve una risposta negativa. Due anni dopo muore.

Sua moglie riprende quelle carte. Presenta una nuova domanda. Riceve un altro rifiuto. Va in tribunale. Aspetta cinque anni per la sentenza. E alla fine ottiene ragione.

Dal primo ingresso in fabbrica alla decisione del giudice sono trascorsi 68 anni.

È difficile trovare un’immagine più efficace per raccontare quanto possa essere lunga la strada che separa un lavoratore dall’accertamento delle conseguenze del proprio lavoro.

E c’è un aspetto di questa storia che merita di essere sottolineato. La sentenza riconosce prestazioni economiche importanti. Gli arretrati, la rendita, le maggiorazioni. Soldi che spettano alla famiglia e che l’INAIL dovrà corrispondere secondo quanto stabilito dal giudice.

Ma non possono restituire alla donna gli otto anni trascorsi senza suo marito. Non possono cancellare la malattia, i ricoveri, le terapie. Non possono cambiare il fatto che quell’uomo è morto senza sapere che un tribunale, un giorno, avrebbe riconosciuto la sua ragione.

Certo, si potrebbe osservare che i processi richiedono accertamenti, che i documenti vanno verificati, che una malattia professionale deve essere dimostrata. È tutto vero. Ma è altrettanto vero che questa donna ha dovuto arrivare davanti a un giudice per ottenere ciò che le era stato negato. E che nel frattempo sono passati anni.

Alla fine, la giustizia è arrivata.

Lui è morto nel 2018. La sentenza è arrivata nel 2026.

L’INAIL dovrà pagare, secondo quanto stabilito dal Tribunale di Potenza. Sua moglie potrà finalmente vedere riconosciuto il diritto per il quale aveva combattuto così a lungo.

Ma il particolare che più colpisce non è la cifra degli arretrati e neppure quella della rendita mensile.

È che l’uomo che aveva cominciato quella battaglia non c’è più. E la donna che l’ha portata fino in fondo ha dovuto vincerla anche per lui.

L’Osservatorio Nazionale Amianto offre alle vittime dell’amianto e ai loro familiari un servizio di consulenza legale e medica gratuita attraverso il numero verde 800 034 294 e il sito www.osservatorioamianto.it.

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