Deve fare la dialisi tre volte alla settimana ed è in attesa di un trapianto, ma il suo problema più grave è la casa. Maria Letizia Pietrangeli, 62 anni, è sotto sfratto nonostante la disabilità. Gli ufficiali giudiziari verranno ad assicurarsi che lasci la casa entro il 16 dicembre. Proprio a causa della malattia ha perso il lavoro e per questo non riesce più a pagare l’affitto: percepisce una pensione minima di 850 euro al mese che non le basta. “Sono in lista per una casa popolare da nove anni”, racconta.
Si è rivolta all’Unione degli inquilini, ma teme di non riuscire a trovare una soluzione prima di essere buttata fuori da casa e a quel punto non potrebbe neanche continuare a curarsi. “Ho lavorato per la provincia per più di dieci anni, ma la mia pensione è minima e non mi permette di comprare una casa né di pagare un affitto”, spiega. Ha una malattia autoimmune da quando era bambina e da quindici anni si deve sottoporre a dialisi.
Anche Manuela Messuri, 44 anni, un compagno e due figlie piccole, è nella stessa situazione dopo che il marito, un operaio edile, ha perso il lavoro. “Pagavamo 55o euro di affitto per una casa molto piccola ad Anagnina”, un quartiere della periferia sudorientale. “Stiamo tutti in una camera”, racconta. Da quando non riescono più a pagare rischiano lo sfratto. Messuri ha una bambina a cui è stata riconosciuta una disabilità grave, ma nonostante questo non ha avuto accesso all’edilizia popolare e si è rivolta allo sportello di Nonna Roma, un’associazione che aiuta le famiglie in difficoltà nella capitale. “Sono in graduatoria da cinque anni per una casa popolare”, racconta.
A Roma i casi come quello di Maria Letizia Pietrangeli e Manuela Messuri sono molti. Secondo i dati del ministero dell’interno pubblicati il 7 ottobre, in città ci sono quattro sfratti al giorno. Nel 2025 sono state in tutto 1.516 le famiglie della capitale e della provincia messe fuori di casa da un ufficiale giudiziario.
“I dati sugli sfratti relativi al 2025 evidenziano una diminuzione complessiva delle sentenze e delle esecuzioni, con una tendenza sostanzialmente omogenea in gran parte del territorio nazionale”, commenta Silvia Paoluzzi dell’Unione inquilini. Il 14 ottobre era a Bruxelles per incontrare insieme ad altri sindacati il commissario europeo con delega alla casa, Dan Jørgensen, che per la prima volta sta elaborando un piano europeo sulla questione.
“Le sentenze per morosità continuano a rappresentare la quota largamente prevalente del fenomeno. Rimane tuttavia il dato drammatico degli sfratti eseguiti con l’intervento della forza pubblica, che nella quasi totalità dei casi non sono accompagnati da alcuna soluzione abitativa alternativa per le famiglie coinvolte. Ci sono nuclei familiari costretti a dividersi per ricevere accoglienza in emergenza e i posti non sono sufficienti”, afferma Paoluzzi, secondo cui le persone che si rivolgono allo sportello dell’Unione inquilini perché non riescono a pagare l’affitto sono in aumento. Negli ultimi sei anni, i canoni di locazione a Roma sono saliti del 29,9 per cento, mentre i salari in Italia rimangono tra i più bassi d’Europa.
“Le persone arrivano a spendere il 50 o 60 per cento dello stipendio per la casa. Anche i nuclei familiari in cui ci sono due persone che lavorano non ce la fanno a pagare l’affitto”, spiega. Ma i sindacati degli inquilini non hanno molta forza contrattuale.
In Italia ci sono due canali per gli affitti: il canale del canone concordato e quello del canone libero introdotto dalla legge 431 del 1998. “Questo doppio binario ci toglie forza negoziale”, afferma Paoluzzi, sottolineando che si dovrebbe ridefinire il significato di social housing. In Italia infatti i progetti di edilizia sociale sono affidati spesso ai privati, che finiscono per sfruttare anche questo settore per la speculazione. “Dobbiamo intenderci su cosa significa social housing. Per noi significa nuovi progetti di edilizia pubblica”, conclude la sindacalista.
In via Principe Eugenio 106, all’Esquilino, un quartiere centrale di Roma, c’è un appartamento di proprietà dell’Ater, l’azienda regionale per la gestione dell’edilizia residenziale pubblica, che potrebbe tornare nella disponibilità di una famiglia senza casa. Invece è in vendita. Il 13 ottobre Alberto Campailla dell’associazione Nonna Roma ha preso un appuntamento per visitarlo con un agente immobiliare: la base d’asta è di circa 600mila euro per 140 metri quadrati a due passi da piazza Vittorio.
La visita in realtà era un pretesto per una manifestazione di attivisti e attiviste contro la dismissione degli immobili dell’azienda territoriale di edilizia residenziale (Ater). Quando sono entrati nell’appartamento in vendita hanno aperto uno striscione dalla finestra e lanciato fumogeni rossi. Per gli attivisti è inaccettabile che ci siano migliaia di famiglie in attesa di una casa popolare e altre sfrattate mentre una parte del patrimonio pubblico finisce all’asta.
“Al momento ci sono in graduatoria 16mila nuclei familiari che aspettano una casa popolare”, spiega Campailla poche ore dopo l’inizio della protesta, mentre gli attivisti sono ancora nella casa completamente da ristrutturare. “L’attesa per avere un alloggio può durare anche dieci o quindici anni”. Ogni anno a Roma si assegnano poche centinaia di abitazioni: “Una goccia nell’oceano”. Eppure, dal 16 al 20 ottobre, sul sito del notariato sono previste le aste per la vendita di trenta immobili dell’Ater. Secondo Nonna Roma, è ancora in corso un piano di vendita delle case di edilizia popolare, nonostante l’alta richiesta di case e l’insufficienza dei beni a disposizione.
(Facebook Nonna Roma)
Il paradosso, sottolinea Campailla, è diventato ancora più evidente dopo lo sgombero di Spin Time, l’occupazione abitativa che per tredici anni ha ospitato centinaia di persone. “A cento metri da qua c’è stato lo sgombero di Spin Time, dove sono state messe per strada quattrocento persone. Il comune sta cercando in tutti i modi di trovare una casa popolare per queste famiglie e ci vorrà tempo. Proprio nello stesso momento l’Ater, invece, le case le vende”.
Campailla racconta di aver parlato con un responsabile dell’azienda regionale durante la protesta. Secondo quanto gli è stato detto, nella maggior parte dei casi a interessarsi agli immobili sono delle società private, spesso straniere. Il timore è che queste abitazioni, anziché tornare a svolgere una funzione sociale, diventino strumenti di rendita o siano destinate agli affitti brevi turistici.
Intanto, a Roma gli sfratti continuano a colpire famiglie che non riescono più a sostenere il costo della loro abitazione. I numeri oscillano da un anno all’altro, ma il problema si intreccia con l’aumento degli affitti, i salari bassi e la crescita delle locazioni turistiche.
Non sono solo le persone in condizioni di povertà estrema a rischiare di perdere casa. “Prima ci occupavamo di chi viveva nelle case popolari o di chi, come dice la Caritas, era un equilibrista: un mese riusciva a pagare l’affitto, un mese rinunciava alle cure, un mese riusciva a fare la spesa”. Oggi, osserva Campailla, la difficoltà riguarda anche persone con stipendi ordinari, giovani coppie e lavoratori che non riescono a trovare un’abitazione compatibile con il loro reddito. Neppure un contratto a tempo indeterminato basta più.
La conseguenza è una progressiva espulsione degli abitanti dalla città. Se in passato le famiglie si spostavano dal centro verso le periferie, oggi sono costrette a cercare casa fuori Roma, a Guidonia, Tivoli, Ciampino o ai Castelli. “È un fenomeno di sostituzione sociale”, dice Campailla: non solo cambiano i quartieri, ma cambia la popolazione che può permettersi di abitarli.
Per l’attivista, una parte della risposta dovrebbe arrivare prima che lo sfratto diventi esecutivo. In Italia manca da anni un fondo nazionale adeguato per la morosità incolpevole, che consentirebbe ai comuni di aiutare chi non riesce a pagare l’affitto per una difficoltà economica sopraggiunta. “Sarebbe meglio aiutare le persone a conservare la casa”, insiste Campailla. “Il costo sociale di trovare un alloggio a una famiglia quando è già stata sfrattata è decisamente maggiore”.
Anche gli universitari protestano
Il 12 ottobre gli studenti dell’università Sapienza di Roma hanno piantato delle tende sotto la statua della Minerva, nel cuore della città universitaria. Nel frattempo l’Unione degli universitari (Udu) e altre sigle studentesche si accampavano di fronte al parlamento, nel centro di Roma, e incontravano alcuni rappresentanti delle istituzioni.
“Rivendichiamo il diritto alla casa, il diritto a un abitare che sia per noi dignitoso. Rifiutiamo la speculazione dei privati sugli studentati, che hanno prezzi inaccessibili “, afferma Marco Marino, studente e rappresentante di Piamo casa, coordinamento studentesco per il diritto all’abitare. Marino spiega che gli studenti hanno aperto uno sportello per capire quali sono i principali problemi abitativi di chi frequenta l’università e indirizzare le persone verso sindacati e istituzioni. “Si tratta anche di uscire da una condizione di isolamento e solitudine di fronte ai problemi materiali della maggior parte delle persone che frequentano l’università”, dice.
Da questa esigenza è partita la proposta del Forum sociale dell’abitare, una rete nata due anni fa che riunisce più di quattrocento organizzazioni tra movimenti, sindacati, associazioni e realtà del terzo settore. Hassan Bassi, tra i promotori dell’organizzazione, racconta che il Forum sta elaborando una proposta di legge nazionale e ha deciso di aprirla alla discussione nei territori a partire dal 14 ottobre. Una piattaforma online permetterà alle organizzazioni locali di commentare e integrare una prima bozza costruita intorno a dieci punti.
“Il primo tema è evitare la dismissione del patrimonio pubblico, anzi è allargare il patrimonio pubblico”, spiega Bassi. “È questa la chiave per cambiare il mercato immobiliare”. Tra gli obiettivi ci sono anche la regolazione degli affitti, una diversa fiscalità e il contrasto a una rigenerazione urbana che, secondo il Forum, spesso nasconde la gentrificazione: quartieri riqualificati e immobili valorizzati, mentre gli abitanti con redditi più bassi sono costretti ad andarsene.
Una delle proposte più concrete è stabilire un diritto di prelazione pubblica sugli immobili messi all’asta. “Quando si tratta di prime case, le istituzioni potrebbero intervenire per comprarle e tenere dentro gli inquilini, facendo in modo che possano recuperare i pagamenti arretrati del mutuo e dell’affitto se c’è una morosità incolpevole”, dice Bassi. Per le seconde case, invece, l’acquisto servirebbe ad ampliare il patrimonio pubblico.
Il Forum contesta un meccanismo in cui chi non riesce più a pagare un mutuo rischia di perdere la propria abitazione, mentre un fondo immobiliare può comprare l’immobile all’asta a un prezzo ribassato. “C’è un doppio guadagno sulle stesse mura”, osserva Bassi. “È un circolo vizioso allucinante in cui lo stato non interviene perché il mercato è il mercato”. La prelazione pubblica, nella proposta del Forum, servirebbe proprio a sottrarre almeno una parte delle abitazioni alla logica della rendita.
La crisi riguarda anche chi una casa ce l’ha. In Italia la proprietà immobiliare resta una delle principali forme di sicurezza familiare, spesso l’unico bene che si pensa di poter lasciare ai figli. Ma, osserva Bassi, questa centralità produce un cortocircuito: con redditi bassi e un sistema produttivo fragile, la casa diventa anche uno strumento per integrare il reddito attraverso gli affitti brevi, senza una regolamentazione sufficiente. “Salari sempre più bassi, però sfruttamento sempre più alto del bene immobiliare”, sintetizza.
Per questo il Forum guarda anche alla Spagna, dove le mobilitazioni contro gli sfratti hanno raggiunto dimensioni di massa. Bassi ritiene che in Italia non manchi molto a una protesta più ampia: il carovita e il costo delle abitazioni stanno coinvolgendo fasce sempre più estese della popolazione. La proprietà diffusa, che per molti rappresenta una sicurezza, può anche avere frenato in Italia la mobilitazione, ma questo cambierà a breve, secondo Bassi.
A Roma, intanto, Campailla chiede all’amministrazione comunale di intervenire sulle locazioni turistiche ponendo un tetto, finanziare la delibera capitolina 185 sul welfare abitativo che prevede un sostegno economico per le famiglie in emergenza abitativa, fermare le trasformazioni urbanistiche che favoriscono alberghi e studentati privati a scapito dell’edilizia accessibile. A livello nazionale, il Forum propone un piano per costruire nuove case popolari e una regolamentazione degli affitti che restituisca alle istituzioni un ruolo determinante di regolatore del mercato.
La domanda, in fondo, è chi possa ancora permettersi di vivere a Roma. Da una parte ci sono le famiglie che aspettano anche quindici anni per una casa popolare, quelle che rischiano lo sfratto e quelle costrette a trasferirsi fuori città. Dall’altra, immobili che diventano occasioni di investimento, mentre le istituzioni intervengono spesso solo quando l’emergenza è già esplosa. Per cambiare questa traiettoria, sostengono i movimenti, non basta trovare una sistemazione a chi resta in strada: bisogna fare in modo che perdere la casa non diventi il passaggio inevitabile di chi non riesce più a pagare il prezzo per vivere in città. “Da questo passaggio dipende in che città abiteremo domani”, conclude Campailla. ◆
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