Portolano avverte: “Prevenire è sempre più efficace che reagire”. La Difesa ridisegna le missioni italiane nel mondo


Un’audizione nel cuore della nuova instabilità globale

Davanti alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato, il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha tracciato una mappa severa e realistica della sicurezza italiana nel 2026. L’audizione informale, trasmessa tramite la web tv della Camera dei Deputati e svolta con la partecipazione anche da remoto di deputati e senatori, si è inserita nell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri sulla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026, insieme alla relazione analitica sulle missioni in corso e sugli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e stabilizzazione, come deliberato dal Consiglio dei ministri il 14 maggio 2026.

A presiedere i lavori erano presenti, tra gli altri, il presidente Maurizio Gasparri e il presidente Giulio Tremonti. In apertura è stato rivolto un ringraziamento al generale Portolano e al vertice della Difesa per lo sforzo continuo sostenuto nelle missioni internazionali e per gli eventuali ulteriori impegni che la cronaca lascia intravedere, con un riferimento esplicito alla vicenda di Hormuz, destinata a entrare nell’esame del Parlamento quando ne matureranno le condizioni.

Portolano ha scelto una linea chiara: non ripetere la disamina geopolitica già svolta dal ministro della Difesa Guido Crosetto, ma spiegare che cosa significhi, per lo strumento militare italiano, operare in uno scenario dove le crisi non sono più isolate, né lontane. Il cuore del suo messaggio è stato netto: la sicurezza nazionale passa ormai dalla capacità di essere presenti, flessibili, credibili e pronti nei quadranti dove le tensioni possono colpire direttamente gli interessi italiani.

Le tre direttrici di pressione che stringono il Mediterraneo

La cornice indicata dal capo di Stato Maggiore della Difesa si articola lungo tre direttrici di pressione. La prima arriva da sud-est, attraversando Golfo Persico, Medio Oriente e Mar Rosso. La seconda sale da sud, lungo la fascia saheliana e il Nord Africa. La terza proviene da nord-est, coinvolgendo i Balcani occidentali e il fianco orientale della NATO.

Non sono linee separate. Per Portolano generano effetti convergenti sul Mediterraneo allargato, trasformato nella vera profondità strategica dell’Italia e dell’Europa. La crisi tra Israele, Iran e Stati Uniti ha dimostrato, secondo il generale, quanto siano interconnessi il Golfo Persico, il Mar Rosso e il Mediterraneo orientale. Teheran è stata descritta come un attore regionale capace di incidere contemporaneamente sugli equilibri del Golfo e del Medio Oriente, sulla libertà di navigazione e sulle dinamiche di sicurezza che toccano direttamente anche il Mediterraneo allargato.

In questa geografia, lo stretto di Hormuz resta uno dei punti più sensibili dell’economia globale. Ma Portolano ha avvertito che il problema non si ferma lì: l’accesso al Mediterraneo orientale passa anche attraverso Bab el-Mandeb e Suez. L’eventuale inibizione anche non contemporanea di questi choke points avrebbe effetti non solo sull’approvvigionamento energetico, ma anche sul traffico mercantile dei container, lasciando il Mediterraneo accessibile dal solo stretto di Gibilterra.

Lo scenario delineato è quello di una crisi sistemica capace di colpire l’economia e le catene logistiche globali, penalizzando in modo particolare l’Italia e gli altri Paesi rivieraschi del Mediterraneo, con conseguenze più ampie degli shock energetici delle guerre del Golfo.

Bab el-Mandeb, Suez e i cavi del Mar Rosso: la guerra passa anche dalle infrastrutture

Il generale ha insistito su un dato strategico spesso sottovalutato: attraverso Bab el-Mandeb passa poco meno del 15% del traffico commerciale marittimo e circa il 10% del traffico energetico globale. Ma quello stretto è soprattutto la porta d’ingresso al Canale di Suez, dove transita circa il 40% dell’interscambio commerciale dell’Italia.

La sicurezza marittima, però, non riguarda solo navi e rotte energetiche. I fondali del Mar Rosso ospitano 15 delle principali dorsali digitali del cablaggio globale, rese vulnerabili dalla concentrazione imposta dai choke points. È il punto in cui commercio, energia, dati e difesa si saldano in un’unica vulnerabilità strategica.

Nel Medio Oriente, Portolano ha richiamato la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria, che ha aperto una prospettiva di stabilizzazione complessa e non breve, con possibili effetti anche sull’Iraq. Ha poi citato i recenti sviluppi in Libano e le operazioni condotte dalle forze israeliane, confermando la fragilità di un’area che da anni rappresenta uno dei principali scenari di crisi per la comunità internazionale.

In questo contesto, la presenza italiana è stata indicata come un fattore di stabilizzazione, dialogo e rassicurazione. Le tensioni nell’area hanno richiesto il rafforzamento della postura operativa di alcuni contingenti e l’impiego di assetti navali e di difesa aerea, destinati a contribuire alla sicurezza dei partner regionali della NATO e alla tutela della libertà di navigazione. Gli eventi che hanno interessato le basi britanniche a Cipro e la base statunitense di Incirlik, nel sud della Turchia, hanno confermato una realtà ormai evidente: si è fortemente ridotta la distanza geografica tra il luogo in cui nasce una crisi e le aree in cui se ne manifestano gli effetti.

Il Sahel non è più “profondo”: è la prima linea avanzata

La seconda direttrice, quella meridionale, riguarda la fascia saheliana e il Nord Africa. Portolano ha descritto il Sahel come uno spazio in cui si sovrappongono cambiamento climatico, instabilità interna, terrorismo, traffici illeciti, influenza di attori esterni, povertà diffusa e pressione demografica. Il risultato è un’instabilità che si propaga lungo l’asse afro-mediterraneo.

Gli sviluppi in Mali, Niger e Burkina Faso non introducono dinamiche nuove, ma confermano per il capo di Stato Maggiore la validità della postura italiana: mantenere presenza, cooperazione, capacità di lettura anticipata e relazioni operative con i partner locali.

Il passaggio più politico dell’intervento è arrivato quando Portolano ha contestato la definizione NATO della fascia saheliana come deep flank, il fianco profondo del Sud dell’Alleanza. Per il generale, il Sahel non è affatto uno spazio remoto: non è “così deep”, ha detto, ma una prima linea avanzata, una vera frontiera strategica della sicurezza nazionale ed europea.

Da qui il richiamo alla necessità di non leggere la pressione da sud solo in chiave securitaria. Non basta proiettare presenza militare o contenere minacce già emerse. Serve costruire condizioni minime di fiducia e di capacità, in sinergia con il sistema Paese, con le linee del governo, con il Piano Mattei, con le organizzazioni internazionali, le autorità locali e i partner.

Balcani e fianco est: la fragilità che può riaccendersi

Sul versante orientale, i Balcani occidentali restano per l’Italia un’area di interesse prioritario. Le tensioni tra Belgrado e Pristina, la fragilità istituzionale della Bosnia-Erzegovina e le iniziative periodiche che mettono in discussione il funzionamento delle istituzioni centrali richiedono, secondo Portolano, una presenza internazionale credibile.

Non si tratta di nuove crisi, ma di fragilità strutturali. Ed è proprio per questo che ogni ipotesi di riduzione del personale della KFOR in Kosovo va valutata con estrema prudenza. Il generale ha spiegato che sono in corso riflessioni presso il comando supremo alleato in Europa sulla possibile riduzione degli assetti della KFOR attraverso il mancato ripianamento del contingente statunitense in deflusso. In accordo con il ministro Crosetto, Portolano ha interessato il comandante supremo dell’Alleanza, sottolineando l’opportunità che ogni decisione sia preceduta da un’attenta valutazione politica e militare della situazione nel teatro.

L’Italia, ha ricordato, ha accumulato una lunga esperienza nella missione e una piena consapevolezza della precarietà degli equilibri nell’area. Il rischio è mettere in discussione quasi trent’anni di sforzi militari e diplomatici. Una riduzione non accompagnata da uno strategic assessment accurato potrebbe esporre il teatro a un rapido deterioramento delle condizioni di sicurezza, alimentare la percezione di minaccia da parte della Serbia di fronte all’evoluzione della Kosovo Security Force e aprire spazi di influenza ad attori esterni, in particolare la Russia.

Portolano ha collegato direttamente KFOR alla missione EUFOR Althea in Bosnia-Erzegovina, ricordando la complessità del Paese, le divisioni tra Repubblica Srpska, bosniaci e croati, il riferimento agli accordi di Dayton e le pressioni esterne che coinvolgono l’area, anche attraverso l’influenza serba e russa.

Sul fianco orientale della NATO, il generale ha ribadito che, a oltre quattro anni dall’inizio dell’aggressione russa, la guerra in Ucraina resta il principale fattore di instabilità del continente. La distinzione tra fronte e retrovia si è assottigliata, lasciando il posto a uno spazio operativo poroso, nel quale la distanza geografica non garantisce più sicurezza. Ne deriva la necessità di proteggere infrastrutture critiche e rafforzare la resilienza nazionale.

La delibera missioni 2026: quaranta operazioni e oltre ventiduemila militari coinvolti

La delibera missioni 2026 è il perno operativo dell’impianto illustrato da Portolano. Non solo uno strumento autorizzativo per l’impiego delle Forze armate nei teatri internazionali, ma un vero architrave della capacità del Paese di trasformare valutazioni politiche e strategiche in opzioni operative concrete.

Il documento prevede la proroga delle missioni e operazioni già in essere, con l’avvio di due nuove missioni bilaterali, rispettivamente in Iraq e in Somalia. Nel complesso autorizza la partecipazione della Difesa a 40 missioni e operazioni internazionali: 26 sotto l’egida di organizzazioni internazionali, di cui 4 in ambito Nazioni Unite, 9 in ambito NATO, 13 in ambito Unione Europea, e 14 su base bilaterale o nell’ambito di coalizioni multinazionali.

La consistenza media prevista è di 7.459 unità, con un contingente massimo autorizzato di 11.642 militari. Ma Portolano ha precisato che questi numeri rappresentano solo il personale contemporaneamente impiegabile nei teatri operativi. Il personale complessivamente coinvolto nei cicli di approntamento, impiego, sostegno, avvicendamento e rigenerazione supera infatti i 22.000 militari.

La delibera è stata concepita per garantire maggiore interoperabilità tra missioni presenti nella stessa area geografica e disponibilità di forze ad alta e altissima prontezza, utili sia in caso di crisi o emergenze sia per rispondere alle esigenze dei dispositivi di reazione rapida della NATO, tra cui la Reaction Force, di cui l’Italia deterrà il comando fino al 2028. Per il 2026, la scheda d’impianto missioni prevede una forza composta da 6.521 unità, 1.024 mezzi terrestri, 5 mezzi navali e 29 mezzi aerei.

Mediterraneo, Nord Africa e Tunisia: il dispositivo italiano tra sicurezza e cooperazione

Nel Mediterraneo, l’obiettivo strategico è garantire sicurezza attraverso una presenza militare nei diversi domini, capace di assicurare superiorità informativa, deterrenza e protezione delle infrastrutture critiche. In questo quadro rientra l’operazione nazionale Mediterraneo Sicuro, che assicura presenza, sorveglianza e raccolta informativa dal Mediterraneo centrale a quello orientale.

Accanto a essa si colloca l’operazione dell’Unione Europea Irini, nella quale l’Italia mantiene un ruolo di comando, oltre alla partecipazione alle attività NATO, tra cui Sea Guardian e le Standing Naval Forces. Resta prioritario anche il rapporto con il Nord Africa, in particolare con la Libia, attraverso la missione MIASIT, e con la Tunisia, anche nella prospettiva dell’avvio della missione bilaterale MIBIT.

Nel dibattito parlamentare, l’onorevole Lo Perfido ha sottolineato l’importanza della missione in Tunisia come segnale di disponibilità italiana verso un Paese che intende cooperare per una maggiore stabilità. L’onorevole Lomuti, per il Movimento 5 Stelle, ha invece chiesto quale sia il livello di garanzia del rispetto del diritto internazionale da parte del governo tunisino, richiamando il parallelo con la missione a sostegno della Guardia costiera libica.

Kosovo, Bosnia e NATO: l’Italia tiene il punto

Nei Balcani occidentali, l’Italia continua a garantire un contributo qualificato. A Pristina, nella missione EULEX, ricopre il ruolo di Head of Mission. In Bosnia-Erzegovina, nella missione EUFOR Althea, detiene attualmente il comando dell’operazione. In Kosovo, la partecipazione alla KFOR resta centrale per la deterrenza e la prevenzione di escalation interetniche: l’Italia esprime il vice comandante e, in prospettiva 2026, la figura del comandante.

Il tema è stato al centro delle domande dell’onorevole Alfieri, che ha chiesto quali riflessioni siano in corso in ambito NATO di fronte al rischio di un disimpegno americano, e come mantenere la presenza italiana in Kosovo e in Bosnia. Portolano ha risposto rivendicando la necessità di prudenza, ricordando il coinvolgimento italiano nella missione sin dal 1999 e anche la propria esperienza personale come primo comandante entrato in Kosovo in quel periodo.

La lettera inviata al generale Grinkovic, comandante supremo della NATO, d’intesa con il ministro Crosetto, ha avuto proprio lo scopo di richiamare l’attenzione sugli effetti militari e politici di una possibile riduzione della missione. Per Portolano, il rischio non è soltanto operativo, ma strategico: una riduzione del ruolo della KFOR potrebbe incidere sull’equilibrio complessivo dell’area balcanica.

Il fianco est della NATO e l’Ucraina: Bulgaria, Lettonia, Ungheria e difesa aerea

Sul fianco orientale, l’Italia conferma la partecipazione alle iniziative di deterrenza e difesa collettiva della NATO, razionalizzando la contribuzione nazionale nel quadrante sudorientale secondo il NATO Force Model e la famiglia dei piani regionali, in particolare il Regional Plan South East.

La priorità sarà l’innalzamento a livello brigata del dispositivo delle Forward Land Forces in Bulgaria, di cui l’Italia è Framework Nation, mantenendo un contributo significativo ai Battle Groups in Lettonia e Ungheria. A questo si aggiunge il contributo degli assetti aerei nazionali alle attività di air policing della NATO e alle misure di assurance per rafforzare la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza.

Nel quadrante rientra anche il sostegno nazionale all’Ucraina, che prosegue secondo gli indirizzi del governo attraverso supporto capacitivo, attività addestrative e contributi di staff presso il quartier generale della missione NSATU, la NATO Security Assistance and Training for Ukraine, presso la European Union Military Assistance Mission for Ukraine e presso l’Operational Headquarters della Multinational Force for Ukraine, inserita nella Coalition of the Willing come elemento di pianificazione del costrutto di sicurezza europeo a favore di Kiev.

Portolano ha inoltre segnalato la recente esigenza di contribuire alla difesa aerea dell’alleato turco con lo schieramento di una batteria contraerea SAMP/T e a quella rumena con assetti aerei: in particolare, sono stati schierati 4 Eurofighter.

L’onorevole Rosato ha richiamato una comunicazione arrivata durante l’audizione, secondo cui il G7 avrebbe definito prioritario l’incremento delle risorse militari da destinare all’Ucraina, chiedendo quali opzioni l’Italia sia in grado di mettere in campo. La domanda è rimasta dentro il quadro più ampio del sostegno già descritto dal generale.

Medio Oriente e Hormuz: la missione possibile resta legata al Parlamento

Il capitolo Hormuz è stato tra i più sensibili dell’audizione. Portolano ha spiegato che l’Italia è inserita da tempo in una sorta di coalizione di volenterosi attualmente guidata da Regno Unito e Francia. Esiste una pianificazione prudenziale, ma ogni eventuale missione è subordinata a un quadro di stabilità nell’area, a un accordo di pace tra le parti e soprattutto all’approvazione del Parlamento.

L’ipotesi italiana prevedrebbe l’impiego di due cacciamine preposizionati a Gibuti, un’unità di scorta e un’unità di supporto logistico, coordinate con le componenti marittime della Coalition of the Willing. Portolano ha sottolineato la necessità di un forte coordinamento con le operazioni dell’Unione Europea già esistenti nell’area, in particolare Atalanta e Aspides, e con la componente italiana della Difesa schierata nei Paesi rivieraschi del Golfo.

Nella fase più acuta del conflitto tra USA, Israele e Iran, la Difesa ha operato su due assi: da un lato l’alleggerimento e la rimodulazione della presenza italiana in Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrain, oltre al preposizionamento di assetti navali specialistici per eventuali attività di sminamento nello stretto di Hormuz; dall’altro la fornitura di aiuti difensivi a favore dei Paesi colpiti dagli attacchi iraniani, in particolare Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain, che hanno chiesto supporto a Paesi amici, Italia compresa, per accrescere le capacità di difesa aerea e contrasto ai droni.

L’onorevole Lomuti ha chiesto quali siano i rischi della missione, le regole d’ingaggio e se sia necessaria una copertura di intelligence statunitense o se l’Europa possa agire da sola. L’onorevole Alfieri ha domandato se, in caso di consolidamento di una tregua, si ragioni a un mandato ONU o a un formato di coalizione di volenterosi. Portolano ha chiarito che, fino al passaggio parlamentare, la missione resta potenziale.

Iraq, Libano e territori palestinesi: tra NATO, UNIFIL e sostegno alle forze locali

La nuova missione bilaterale in Iraq conferma il valore strategico del rapporto con Baghdad. La NATO Mission Iraq, nella quale l’Italia esprimerà il Chief of Staff da luglio 2026, è attualmente rilocata presso il comando NATO di Napoli e resta uno strumento fondamentale per il rafforzamento delle istituzioni di sicurezza irachene. L’Italia ha inoltre offerto la candidatura a ricoprire la posizione di comandante della missione nel 2027.

Il Libano è stato definito da Portolano un prioritario interesse nazionale. Il Paese attraversa una fase complessa sia per la decisione delle Nazioni Unite di terminare la missione UNIFIL a fine 2026, sia per le ricadute del conflitto Israele-Hezbollah. L’Italia continuerà a svolgere un ruolo di primo piano attraverso UNIFIL finché sarà attiva, attraverso la missione bilaterale MIBIL e attraverso la Military Technical Committee for Lebanon a guida italiana, contribuendo alla stabilità del Paese e al rafforzamento delle forze armate libanesi.

Rispondendo alle domande dell’onorevole Alfieri e della senatrice Pucciarelli, Portolano ha spiegato che la fine di UNIFIL farebbe venir meno capacità delicate: il monitoraggio e la deconfliction lungo la Blue Line, la Reserve Force, le capacità Counter Rocket Artillery Missiles, Counter UAS, Counter IED, intelligence, surveillance and reconnaissance, oltre alla Maritime Task Force, unica componente marittima di una missione ONU, incaricata del controllo delle acque territoriali e del contrasto ai traffici illeciti che alimentano le milizie nell’area, con riferimento a Hezbollah.

Per il generale, un eventuale assetto post-UNIFIL dovrebbe mantenere queste capacità sotto un “ombrello” di copertura, possibilmente con una risoluzione delle Nazioni Unite, dando un ruolo prioritario a una missione internazionale già esistente a supporto delle forze armate libanesi. Centrale sarebbe anche il coordinamento con l’Unione Europea, soprattutto per il finanziamento destinato all’incremento delle capacità libanesi, e con UNSCOL, lo United Nations Special Coordinator for Lebanon, legato all’implementazione politica della risoluzione 1701.

Nei territori palestinesi, prosegue l’impegno italiano su due direttrici: quella umanitaria, tramite l’operazione Levante, e quella di supporto alle forze di sicurezza palestinesi attraverso la missione bilaterale MIADIT, inserita nell’iniziativa dell’Office for Security Coordinator presso la Giordania, e attraverso EUBAM Rafah, a ridosso della Striscia di Gaza.

Niger, Burkina Faso e Golfo di Guinea: l’Italia resta dove l’Occidente arretra

Nel Sahel e nel Golfo di Guinea, l’effetto strategico perseguito è la stabilizzazione attraverso cooperazione, supporto capacitivo e presenza mirata. La missione MISIN in Niger conserva per Portolano un valore particolare, perché consente di mantenere una presenza qualificata in un’area segnata da crescente instabilità e da una progressiva riduzione della presenza occidentale.

A una domanda dell’onorevole Alfieri sulla sicurezza della missione dopo un recente attentato all’aeroporto di Niamey, Portolano ha risposto che le attività sono condotte sulla base di valutazioni costanti sull’ambiente di sicurezza e sui rischi per il personale. Il rischio zero, ha ricordato, non esiste in nessuna missione, ma la Difesa ritiene che la missione debba continuare, anche per il forte interesse del Niger nel contrasto a Daesh, ai gruppi terroristici, ai traffici illegali e ai flussi illeciti.

La presenza italiana è di circa 400-450 militari, apprezzati non solo dalle autorità nigerine, ma anche dalla componente turca presente nell’area. Portolano ha spiegato che diversi Paesi europei guardano con interesse alla capacità italiana di mantenere una posizione forte in un Paese dove la presenza occidentale è ormai molto ridotta. Un possibile sviluppo ulteriore potrebbe essere l’incremento della presenza in aree distanti da Niamey, per contribuire alla situational awareness e condividere, se necessario, informazioni di intelligence e sorveglianza con i nigerini sul controllo dei flussi di persone, armi e stupefacenti lungo il corridoio nord del Niger, verso il Fezzan e poi verso le coste del Mediterraneo.

Resta inoltre prevista, in continuità con le precedenti deliberazioni del Parlamento, una missione bilaterale in Burkina Faso, orientata al rafforzamento delle capacità locali di difesa e sicurezza e subordinata alle necessarie condizioni politiche e di sicurezza.

Nel Golfo di Guinea, l’impegno italiano si concentra sulla sicurezza marittima, il contrasto ai traffici illeciti e il rafforzamento della cooperazione con i Paesi costieri, anche attraverso il contributo alla Security and Defence Initiative Gulf of Guinea dell’Unione Europea, con lo schieramento di specifici training team.

Somalia, Gibuti e Oceano Indiano: la nuova missione chiesta da Mogadiscio

La nuova missione bilaterale in Somalia è stata presentata come un’iniziativa avviata in risposta a una specifica richiesta delle autorità somale. È un ulteriore tassello del rapporto di cooperazione sviluppato negli anni tra i due Paesi e si concentra, in modo complementare, sui piani annuali coordinati con le forze armate somale, sui gap capacitivi individuati e sulle iniziative multilaterali già esistenti, come EUTM Somalia ed EUCAP Somalia.

Gli sforzi saranno rivolti all’incremento dell’interoperabilità e della standardizzazione delle procedure tra Forze armate italiane e somale, al supporto alla situational awareness, allo sviluppo di capacità nella cyber security, al sostegno alla sicurezza regionale e all’addestramento per un possibile futuro impiego delle forze armate somale in iniziative securitarie regionali.

Portolano ha sottolineato che l’iniziativa, fortemente auspicata dalla Somalia, mira allo sviluppo di progettualità di medio-lungo periodo, costruendo capacità sostenibili per consolidare la piena autonomia del Paese nella sicurezza e rafforzarne il ruolo di contributore alla stabilità regionale.

Nella replica, il generale ha ricordato di aver incontrato per due volte nell’anno il capo di Stato Maggiore somalo, che ha chiesto un aumento delle attività di cooperazione bilaterale, anche per bilanciare la forte presenza turca nell’area. L’Italia si limiterebbe a capacità addestrative e di capacity building, integrando gli effetti delle missioni europee.

Sul piano marittimo, restano centrali la sicurezza dei choke points, in particolare Bab el-Mandeb, e le direttrici che collegano il Mediterraneo all’Oceano Indiano. L’Italia mantiene un ruolo di primo piano nelle operazioni dell’Unione Europea Atalanta e Aspides, mentre proseguono le attività di supporto attraverso la base militare italiana di supporto a Gibuti. Portolano ha sintetizzato con una formula efficace la logica dell’impegno antipirateria: la pirateria non nasce in mare, opera in mare; per contrastarla davvero occorre intervenire anche a terra, rafforzando le capacità somale.

Il nodo delle risorse: meno fondi, più missioni, più rischio operativo

Accanto alla mappa strategica, Portolano ha posto con forza il tema finanziario. La partecipazione italiana alle missioni internazionali è sostenuta dal fondo istituito dalla legge 145 del 2016, programmato su base triennale per un importo complessivo di circa 1,5 miliardi di euro, ripartito tra tutti i dicasteri interessati. Ma il fondo risente di una strutturale ipodotazione rispetto alle reali esigenze sul campo.

Per il 2026, il quadro esigenziale complessivo della Difesa è stimato in circa 1,8 miliardi di euro, mentre la disponibilità effettivamente assentita al dicastero si attesta a 1,339 miliardi. Il dato certifica un decremento del 6% rispetto all’impianto Difesa del 2025, pari a circa 1,4 miliardi, con una contrazione di circa 89 milioni di euro.

Questa riduzione, associata al persistente ipofinanziamento del settore esercizio, ha imposto una rimodulazione complessiva dei dispositivi per salvaguardare il perseguimento degli obiettivi strategici. Il settore esercizio, ha ribadito Portolano, incide direttamente su efficienza, disponibilità, standard di sicurezza, livello addestrativo e sostenibilità d’impiego di mezzi, sistemi e infrastrutture. Sono presupposti indispensabili per permettere al personale di operare con efficacia, sicurezza e prontezza nei diversi scenari.

Il tema ha attraversato quasi tutti gli interventi parlamentari. Il presidente Mulé ha parlato di una criticità ormai strutturale e ha richiamato l’esigenza di non interpretare il rafforzamento delle risorse come uno sforzo bellicistico o di riarmo, ma come garanzia delle precondizioni di sicurezza previste anche dagli articoli 52 e 11 della Costituzione. Rosato ha chiesto di esplicitare meglio i rischi legati alla diminuzione delle risorse, in particolare su manutenzione e gestione ordinaria. Pucciarelli ha ricordato che dal 2016 il mondo è cambiato e che le esigenze operative sono aumentate. Il presidente Cesa, presiedendo la delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare NATO, ha richiamato il fatto che l’Italia è tra i principali contributori in termini di risorse umane nelle missioni sotto egida NATO e ha rivolto un appello trasversale al Parlamento: sostenere le missioni significa destinare risorse concrete.

La responsabilità italiana: presenza, credibilità e capacità di prevenire

Nella chiusura del suo intervento, Portolano ha ricondotto le missioni internazionali a una dimensione che va oltre il dato militare. Sono un capitolo della politica di sicurezza nazionale, ma anche una delle forme attraverso cui l’Italia misura la propria capacità di agire con responsabilità, continuità e credibilità nel contesto internazionale.

La delibera missioni 2026, nella lettura del capo di Stato Maggiore della Difesa, permette di rendere lo strumento militare più aderente alla realtà attuale: una realtà in cui prevenire è sempre più efficace che reagire e in cui disporre di opzioni tempestive ed efficaci può fare la differenza nella tutela degli interessi nazionali.

Portolano ha richiamato l’immagine dei militari, dei mezzi e delle capacità che pochi giorni prima, durante la Festa della Repubblica, avevano sfilato lungo via dei Fori Imperiali. Ma ha avvertito che quella era soltanto la parte più visibile di uno sforzo molto più ampio. Dietro ogni uniforme ci sono addestramento, manutenzione e supporto. Dietro ogni dispositivo operativo ci sono pianificazione, logistica e preparazione. Dietro ogni mezzo ci sono attività continue che rendono possibile la presenza dell’Italia nei teatri internazionali.

La responsabilità delle Forze armate, ha concluso, resta quella di servire l’Italia, contribuire alla sicurezza collettiva, proteggere gli interessi nazionali e onorare gli impegni internazionali assunti dal Paese con professionalità, disciplina e senso del dovere.

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 Giovanni Rinaldi

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