FESTIVAL – La piazza di Civitanova Alta gremita per il tributo a Freddie Mercury con il philoshow che ha visto sul palco Carlo Massarini assieme alla direttrice artistica Lucrezia Ercoli. Stasera l’omaggio a Cesare Paciotti
«Il mio trucco si sta sciogliendo, ma il mio sorriso rimane». È tutto in questo verso il testamento artistico di Freddie Mercury racchiuso in The Show Must Go On, il brano che dà il titolo all’edizione 2026 di Popsophia e che ieri sera ha chiuso il secondo philoshow del festival davanti a una piazza della Libertà gremita. Un verso che è il senso profondo di quell’andare avanti e che in Freddie Mercury assumeva anche la componente tragica della fine della sua vita.
Lucrezia Ercoli e Carlo Massarini
È stato il racconto dei Queen il cuore della seconda giornata del festival di Civitanova Alta. Con il nuovo philoshow “The Show Must Go On. Filosofia dei Queen”, la direttrice artistica Lucrezia Ercoli, affiancata sul palco da Carlo Massarini e accompagnata dalle esecuzioni dal vivo della Factory alle prese con brani di grande intensità e difficoltà esecutiva, ha ricostruito non solo la storia della band britannica, ma soprattutto l’estetica della band e il suo rapporto con i fan.
Tra immagini d’archivio, brani come “I want to break free”, “Bohemian Rhapsody” “Somebody to love” la mitica “Barcelona” eseguita assieme al soprano Montserrat Caballé e le immancabili “The show must go on”, “We are the Champion” e “Who wants to live forever” il philoshow attraversa l’universo dei Queen: la teatralità del glam rock prima, l’estetica camp, l’opulenza barocca, la contaminazione continua tra rock, opera lirica, musical e pop. «Il camp – ricorda Ercoli citando Susan Sontag – è amore per l’artificio e per l’esagerazione. Non è travestimento, ma la costruzione di un’identità che nasce dalla performance». Un’estetica che Freddie Mercury porta all’estremo, trasformando ogni concerto in una celebrazione della libertà di essere.
Carlo Massarini accompagna il racconto musicale soffermandosi sul carattere rivoluzionario dei Queen. «Freddie diceva di voler essere il Nureyev della musica. I Queen hanno trasformato il rock in uno spettacolo grandioso, teatrale, volutamente eccessivo». Emblema di questa ricerca è Bohemian Rhapsody, sei minuti fuori da ogni schema, con oltre 180 sovraincisioni vocali, passaggi rock, metal, opera e richiami a Rossini che nessuno avrebbe immaginato potessero diventare un successo planetario.
Il percorso tocca poi l’incontro con Montserrat Caballé, simbolo dell’abbattimento definitivo delle barriere tra musica colta e popolare, fino ad arrivare all’ultimo videoclip di The Show Must Go On, girato quando Mercury conosce ormai il proprio destino. «Voglio aggiungere vita agli anni che mi restano, non anni alla vita», è il senso della sua ultima sfida e testamento di un artista che se sul palco ha saputo essere quasi uno “sciamano” capace di trainare le folle, un performer eccessivo e spregiudicato, al contrario, nel privato, era un uomo timido, che ha quasi per tutta la vita cercato di nascondere la sua origine Farsi: «lo conosciamo sul palco, ma non ci dà accesso al dietro le quinte e fino alla fine mantiene la dicotomia tra il corpo della persona, malato, fragile, e il corpo della star, carismatico e vitale – conclude Ercoli – perché comunque, lo spettacolo deve andare avanti».
Nel pomeriggio il festival aveva esplorato tre fenomeni musicali lontanissimi tra loro, accomunati dalla capacità di raccontare il proprio tempo e costruire nuovi immaginari collettivi. Alessandro Alfieri ha proposto una lettura sorprendente di Bad Bunny, accostandolo provocatoriamente a Bob Marley. Il cantante portoricano, ha spiegato, rappresenta una nuova fase della globalizzazione culturale che ha trasformato il reggaeton, nato come genere della fiesta a strumento di consapevolezza politica e culturale.
Con Taylor Swift, analizzata dalla giornalista Viola Stefanello, il discorso si è spostato sulla costruzione della celebrità contemporanea. Oltre sedici album, più di trecento canzoni e il tour più redditizio della storia della musica hanno fatto della cantante americana un fenomeno senza precedenti grazie anche alla capacità di trasformare la propria biografia in un racconto condiviso con milioni di persone, costruendo un’identità artistica che cresce insieme ai suoi fan.
A chiudere gli incontri è stato Davide Sisto, che ha dedicato il suo intervento a Ozzy Osbourne, scomparso un anno fa. Dietro l’immagine del “principe delle tenebre”, tra pipistrelli, provocazioni e leggenda nera, emerge il ritratto di un uomo profondamente fragile, convinto di essere fuori posto nel mondo, trovò proprio sul palco quella sicurezza che nella vita gli era sempre mancata. Con i Black Sabbath diede voce al disagio della classe operaia inglese, contrapponendo all’ottimismo della cultura hippie un suono cupo e disturbante destinato a cambiare la storia del rock.
Davide Sisto
Oggi il festival prosegue con l’ultima giornata dedicata al rapporto tra filosofia e territorio. Nel pomeriggio dalle 18 l’omaggio a Cesare Paciotti, protagonista già della prima edizione del 2011 con un incontro sulla filosofia della scarpa con Hermas e Lucrezia Ercoli, da Van Gogh a Sex and the city. Un appuntamento che è anche la chiusura del festival e celebrazione “amarcord” dei primi 15 anni di Popsophia. La chiusura sarà affidata al philoshow dedicato a Lucio Battisti, “A fari spenti”, il racconto di un artista che ha risolto la dicotomia fra persona e personaggi decidendo ad un certo punto, al massimo del successo, di spegnere i riflettori e abbandonare il palco. Su quello di Popsophia invece ci sarà Leo Turrini e la musica della Factory per un’ultima serata tutta da cantare.
Alessandro Alfieri
Viola Stefanello
Tra Moulin Rouge, Cats e Chicago: se Popsophia diventa musical
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Alberto Bignami
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