TERMOLI. Nel acceso confronto che negli ultimi giorni ha accompagnato la presenza dell’Esercito Italiano al Termoli Comics & Games, tra critiche, prese di posizione politiche e repliche contrapposte, arriva una voce diversa. Non quella di un esponente di partito, né quella di un amministratore pubblico. A intervenire è un uomo che oltre trent’anni fa ha indossato una divisa in uno dei teatri più difficili del mondo e che oggi chiede semplicemente di essere ascoltato per ciò che ha vissuto.
È la testimonianza di Tonio Cuculo, paracadutista di leva del 9° scaglione 1992 e Casco Blu delle Nazioni Unite nella missione Unosom II in Somalia, dove ha operato dal 30 giugno al 13 ottobre 1993.
Un contributo che nasce dalla polemica sviluppatasi attorno alla partecipazione dell’Esercito alla manifestazione dedicata al mondo dei fumetti, dei videogiochi e della cultura pop, ma che prova ad allargare lo sguardo andando oltre le appartenenze ideologiche.
«Non voglio entrare nella polemica politica. Non mi interessa schierarmi né con la destra né con la sinistra», premette Cuculo. «Vorrei semplicemente offrire una riflessione da cittadino e da ex militare che, oltre trent’anni fa, ha vissuto una missione di pace ONU in Somalia».
Parole che arrivano in un momento in cui il dibattito cittadino si è acceso dopo le critiche rivolte alla presenza delle Forze Armate al Termoli Comics. Una discussione che ha diviso opinioni e sensibilità differenti, ma che per l’ex Casco Blu rischia di perdere di vista l’aspetto più importante: il significato profondo dell’esperienza militare vissuta in scenari di crisi internazionale.
Quando partì per la Somalia, Cuculo aveva poco più di vent’anni. Come molti ragazzi della sua generazione era animato da ideali semplici ma forti: il senso del dovere, il servizio verso il proprio Paese, la convinzione di poter contribuire a qualcosa di importante.
«Partii con entusiasmo e convinzione. Tornai con qualcosa di molto più importante: la consapevolezza».
È una frase che racchiude l’essenza della sua esperienza. Perché chi ha conosciuto la guerra da vicino, spiega, difficilmente la guarda con superficialità.
«Quando si parla di Esercito, spesso si finisce per parlare di guerra. È un’associazione immediata, quasi inevitabile. Eppure chi ha conosciuto davvero la guerra sa che non esiste nulla di affascinante in essa».
Nessuna retorica, nessuna glorificazione. Anzi. Il racconto che emerge dalle sue parole è quello di una realtà lontanissima dalle rappresentazioni cinematografiche o dai mondi virtuali che spesso accompagnano l’immaginario collettivo.
«La guerra non è quella dei film, dei videogiochi o dei racconti eroici. La guerra ha l’odore della paura, il rumore degli spari, il silenzio delle famiglie che aspettano notizie. Ha il volto dei civili che cercano soltanto di sopravvivere e quello dei giovani soldati che scoprono troppo presto quanto sia fragile la vita».
Sono immagini che restano impresse e che, a distanza di oltre tre decenni, continuano a guidare la sua riflessione sul valore della pace.
Proprio per questo, sostiene, gli appare riduttivo interpretare la presenza delle Forze Armate in una manifestazione pubblica come un tentativo di promuovere una cultura della guerra.
«Mi sorprende quando qualcuno pensa che mostrare ai giovani la realtà delle Forze Armate significhi promuovere la guerra. Nella mia esperienza è vero il contrario».
Secondo Cuculo, il confronto diretto con uomini e donne che hanno partecipato alle missioni internazionali può trasformarsi in un’importante occasione educativa.
Dietro una divisa, infatti, non ci sono soltanto addestramento e disciplina militare. Ci sono spesso storie di assistenza alle popolazioni civili, interventi umanitari, operazioni di soccorso, ricostruzione di infrastrutture e sostegno a comunità devastate dai conflitti.
«Chi incontra soldati che hanno operato nelle missioni internazionali ascolta spesso storie di aiuto alle popolazioni, di soccorsi umanitari, di ricostruzione, di sacrificio e di servizio. Storie che possono insegnare il valore della pace molto più di tante parole».
Un punto di vista maturato sul campo, osservando direttamente le conseguenze dei conflitti e comprendendo quanto sia fragile l’equilibrio che consente alle società di vivere in pace.
«La pace non si costruisce ignorando l’esistenza dei conflitti. Si costruisce comprendendone le conseguenze».
È forse questo il passaggio centrale della sua riflessione. Perché la pace, sostiene, non nasce dalla rimozione del problema ma dalla conoscenza della sua drammaticità.
Da qui anche la convinzione che la presenza delle Forze Armate in eventi aperti al pubblico possa rappresentare un’opportunità di dialogo, purché venga affrontata con equilibrio.
«Può essere un’opportunità di dialogo, a patto che non venga trasformata in propaganda da nessuna parte. Né in celebrazione militare, né in demonizzazione ideologica».
Un invito rivolto a tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche.
«I soldati non appartengono a una parte politica. Servono la Repubblica, qualunque sia il governo del momento. Tra loro ci sono uomini e donne con idee diverse, provenienze diverse e sensibilità diverse, uniti dal senso del dovere».
Per questo, secondo l’ex Casco Blu, il punto non dovrebbe essere stabilire se l’Esercito possa o meno partecipare a una manifestazione pubblica.
«La vera domanda non dovrebbe essere se l’Esercito debba o non debba essere presente a una manifestazione pubblica. La vera domanda dovrebbe essere cosa raccontiamo ai nostri giovani quando lo incontrano».
La risposta è altrettanto chiara.
«Se raccontiamo la guerra come avventura, stiamo sbagliando. Se raccontiamo la guerra come una tragedia da evitare, il sacrificio di chi l’ha vissuta può diventare una lezione preziosa».
Parole che arrivano da chi quella tragedia l’ha osservata da vicino e che oggi sente il dovere di condividere ciò che ha imparato.
«Da uomo che ha indossato una divisa e che ha visto con i propri occhi cosa accade quando la pace viene meno, posso dire una cosa con assoluta sincerità: chi conosce davvero la guerra non la desidera».
Una riflessione che prova a riportare il confronto su un terreno meno ideologico e più umano, nel quale l’esperienza personale diventa testimonianza e memoria.
Perché, conclude Cuculo, al di là delle appartenenze, delle bandiere e delle polemiche del momento, esiste un valore che dovrebbe unire tutti.
«La pace non appartiene alla destra o alla sinistra. La pace appartiene a tutti».
EB
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