Dieci anni dalla Brexit e niente da festeggiare. Starmer verso l’addio



Sono passati dieci anni e per gli inglesi non c’è niente da festeggiare. Sì, dieci anni esatti dal referendum che portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Un passaggio politico, uno strappo storico, un disastro economico, soprattutto se si guardano i numeri dell’economia. E una cosa gli studi macronomici e i bilanci delle famiglie lo dicono con chiarezza: senza la Brexit l’economia non sarebbe in crisi come lo è ora.

Il quadro

Un nuovo studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita dell’economia britannica nell’ultimo decennio, rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione Europea. Meno catastrofico del previsto, dicono gli esperti, ma ugualmente significativo: in questi anni, le imprese britanniche si sono trovate impreparate di fronte alle incertezze post-referendum e sono state ulteriormente penalizzate dall’aumento delle barriere commerciali. Il contesto geopolitico non ha certo aiutato il Paese affetto da una crescita lenta, un indebitamento pubblico record e una disoccupazione che raggiunge quasi i livelli della pandemia.

Non a caso, il primo ministro laburista Keir Starmer ha cercato di rimettere in piedi accordi economici con Bruxelles e a luglio ci sarà un ulteriore vertice per discuterli. Chi rappresenterà il governo britannico, però, è ancora tutto da vedere, visti gli ultimi sviluppi a Downing Street.

Oltre a ben descrivere lo scenario economico, i numeri vengono di nuovo in aiuto per ridisegnare il quadro politico di questa decade: sei primi ministri che potrebbero presto diventare 7, altrettanti cancellieri dello scacchiere, 8 ministri degli Esteri. Un via e vai di nomi e volti che hanno reso al mondo l’immagine di un Paese ingovernabile. Colpa della crisi economica? Per Paul Sinclair, consigliere dell’ex primo ministro laburista Gordon Brown e opinionista di esperienza, non è necessariamente così. Sinclair attribuisce questa instabilità anche e soprattutto a una leadership inadatta: «Quando Brown divenne primo ministro, in sei settimane aveva pronto un bilancio. Rachel Reeves ce ne ha messe 16 mentre sui giornali circolavano notizie di ogni tipo», spiega al Messaggero. Quelli che si sono susseguiti in questo ultimo decennio, al contrario di Margaret Thatcher o Tony Blair che in tempi di crisi avevano dimostrato di saper guidare il Paese, sono invece leader che mancano di «visione», di un «vero piano».

E lo stesso vale per Andy Burnham, l’ex sindaco di Manchester che potrebbe sostituire Starmer, il cui annuncio di un piano per un passaggio di leadership “ordinato” dovrebbe essere imminente. L’alternativa è una sfida interna al partito laburista che getterebbe il Paese nel caos. «Mi chiedo quale sia l’agenda di Burnham», rincara Sinclair: gli servono investimenti e ci vuole «una vittoria immediata» sul piano economico, ma «nel clima geopolitico attuale non so proprio dove potrebbe trovarla».

Dietro ai numeri, però, c’è come sempre un Paese reale. Quello dei neolaureati che fino a qualche anno fa avrebbero trovato subito un impiego e un terreno fertile per fare carriera mentre oggi aspettano e aspettano e aspettano, «lavorando nei supermercati Waitrose», come ci racconta la britannica Laura, parrucchiera a domicilio e impiegata negli stessi negozi. La staticità del mercato del lavoro rende increduli anche manager e lavoratori qualificati di ambo i sessi nei vari settori, che fanno fatica a cambiare azienda o non riescono a reimmettersi nel mercato del lavoro dopo un periodo di maternità.

Il dinamismo di un tempo, l’attrattiva che spingeva gli imprenditori a fare business qui sembrano affievoliti. «Il Regno Unito non è quello che conoscevamo – ci racconta Stefano Potortì, imprenditore italiano da 23 anni a Londra – si veniva per fare impresa con tassazione conveniente, burocrazia snella e un approccio meritocratico in cui lo Stato di dava la possibilità di crescere pagando le tasse onestamente». Ora, invece, le tasse sono aumentate e le misure prese a sfavore dell’impresa soprattutto da ultimo governo che manca di una visione chiara hanno tagliato le gambe alle piccole e medie imprese, «che sono il tessuto produttivo più importante del Paese». Non si veniva qui per il cibo o per il clima, scherza Potortì, che opera nel settore della formazione e guarda ad altri mercati, come la Spagna, dove «ha appena comprato delle scuole di lingua».

La comunità italiana

Gli italiani venivano a Londra anche per sognare. Come Alessandra Gonnella, arrivata 19enne nel 2014 per lavorare nel mondo del cinema. Appena possibile è diventata cittadina britannica e ha fondato una sua compagnia di produzione, la Nervosa Pictures, oltre a insegnare in diverse università del Regno. Le capita di essere mentore di laureati italiani ed europei e sente la differenza con nostalgia «perché loro non possono rimanere qui senza un visto lavorativo che è molto costoso» e «non possono costruirsi una carriera come ho fatto io», racconta. Tuttavia, confessa, «Londra è sempre e comunque una grande fonte ispirazione: qui vengono da tutto il mondo e continueranno a farlo che siano di passaggio o stabilmente».

La comunità italiana, però, è resiliente, come ci conferma il console Domenico Bellantone che sta per lasciare la capitale dopo quattro anni. «In questi anni ho percepito in essa una combinazione di realismo e fiducia: la consapevolezza che un’epoca sia cambiata, ma anche l’orgoglio di una collettività dinamica, ben integrata e che contribuisce in modo significativo alla società britannica. Credo che il “sogno londinese” non sia scomparso ma che sia solo cambiato il modo di realizzarlo: il Regno Unito continua ad essere un Paese di opportunità per chi ha talento, determinazione e spirito di iniziativa».


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