Pochi e poco valorizzati, i giovani in Italia sono in pianta stabile al capitolo emergenze, anche se spesso più nella forma che nella sostanza. Bene, ma non benissimo per Giovanni Azzone, presidente di Fondazione Cariplo e Acri, che da anni applica il suo approccio da ingegnere alla sussidiarietà e in particolare al contributo che le Fondazioni possono dare a un’Italia a corto di idee oltre che di fondi. «Finché i giovani vengono considerati un’emergenza non saranno mai al centro di quegli interventi articolati e strutturali che possono davvero metterli al centro e metterli in gioco, responsabilizzandoli per il futuro loro e del loro Paese», ragiona Azzone, anticipando ad Avvenire che proprio ai giovani sarà dedicata un’attenzione particolare durante la Giornata mondiale del risparmio che sarà celebrata a Roma il 30 ottobre.
Presidente, cosa c’entrano i giovani con il risparmio?
Nel dibattito corrente molto poco. Ma è uno dei tanti equivoci che circondano i giovani e soprattutto chi ne parla: il risparmio, e in generale l’ottimizzazione delle risorse finanziarie ma non solo, rappresentano una leva fondamentale per costruire il futuro a partire dal presente. Quindi è un tema che può e deve stare a cuore anzitutto alle giovani generazioni. Vanno supportate nel capirlo e nel mettersi in moto offrendo loro risposte concrete.
Che cosa intendete fare?
Non posso entrare nei dettagli, ma anticipo che il nostro obiettivo è inquadrare il tema del risparmio in un’ottica di formazione civica: accompagnare gli studenti a comprendere come le competenze economico-finanziarie di base possano influenzare le scelte individuali nel corso della vita.
L’Italia può ancora essere un Paese capace di attrarli? In molti si dicono inascoltati, in molti scappano: il Cnel ha stimato che in 630mila se ne sono andati solo tra il 2011 e il 2024.
Il fenomeno è articolato, e in ogni caso ci conferma che il tema è chiave: investire oggi sui giovani significa porre le basi per la tenuta futura del Paese.
Ma le emergenze sono tante.
È ben chiaro a me e alle Fondazioni nel loro insieme, che infatti destinano circa un terzo dei propri interventi (in totale 1,42 miliardi nel 2025, ndr) al welfare, un capitolo in cui troviamo tutte le fragilità. È fondamentale valorizzare al massimo le risorse disponibili e a maggior ragione in una fase di crescente complessità, conciliando l’attenzione per le emergenze del momento con la necessità di prevenirne altre in futuro. E i giovani, in quest’ottica, sono una leva fondamentale.
Come legge, in generale, il passaggio socio-economico che stiamo vivendo?
Vedo in particolare due linee di tendenza che mi preoccupano. Da un lato c’è quella demografica a cui abbiamo già accennato e che è molto pericolosa: in una società che invecchia le fragilità si accentuano. E poi c’è l’IA, che con gli effetti sul mercato del lavoro può impattare pesantemente sulla coesione sociale, polarizzando la società tra lavoratori poverissimi e ricchissimi, che spesso sono gli iperspecializzati.
Così dovrebbe ragionare anche la politica? Qui la coperta è ancora più corta: basta pensare al rebus della prossima Legge di Bilancio.
La difficoltà per la politica è dare il giusto peso specifico alle fragilità su cui si può, o meglio si deve, costruire e non solo tamponare.
L’impoverimento e l’emarginazione sono spesso l’esito di processi strutturali: c’è modo di fermarli o almeno di orientarli?
L’esperienza maturata dalle Fondazioni in questi anni ci dice che se ci si concentra gli effetti si vedono. Penso ad esempio agli interventi coordinati sui Neet, sulla povertà educativa, sulle misure alternative alla detenzione: l’impatto c’è, e si vede.
Contano più le risorse o le buone progettualità?
Entrambe. Senza nulla da investire si è poco credibili, ma le risorse da sole non bastano. Le Fondazioni sanno esercitare al meglio il loro ruolo di pivot quando riescono a esprimere un contributo sia finanziario che strategico.
Come fatto notare in alcuni interventi usciti su Avvenire, l’attività delle Fondazioni è concentrata per lo più al Nord. Si può, e come, bilanciare?
Ho letto con interesse. Anzitutto va ricordato che le Fondazioni nascono da una precisa storia passata, e cioè da casse che hanno accumulato risorse finalizzate allo sviluppo dei territori in cui sono nate. Ma siamo ben consapevoli che nessuna comunità, per quanto ampia, si può sviluppare da sola. È per questo che al Sud, dove è allocato poco meno del 5% dei patrimoni riconducibili alle Fondazioni, considerando anche i programmi nazionali, viene erogato il 10% del totale, e in futuro non si può escludere di fare anche di più. Anche qui come ovunque la chiave è in strumenti efficaci di intervento, che sappiano davvero legarsi ai bisogni specifici di ogni singolo territorio; con questo spirito è nata e opera la Fondazione con il Sud, dove “con” non è un dettaglio.
Un anno fa veniva firmato l’addendum al protocollo Acri-Mef. Come procede l’adeguamento degli statuti?
C’è tempo fino a fine ottobre, e posso anticipare che tutti gli enti centreranno l’obiettivo. Ma più di questo aspetto formale conta la sostanza: la revisione delle regole era ispirata dalla necessità di allargare gli spazi di manovra delle Fondazioni, per poter ragionare in una logica di medio-lungo periodo sia dal punto di vista della gestione degli investimenti che della programmazione strategica.
Il sistema si sta evolvendo?
Sì, vista la velocità delle trasformazioni che ci circondano è una corsa contro il tempo per tutti e anche per le fondazioni: ma siamo un ecosistema reattivo.
Vale anche per le partite finanziarie in cui sono ancora coinvolte, talvolta in un ruolo chiave?
Ci stiamo anche qui evolvendo in coerenza con un mondo che lo sta facendo in modo rapido e multiforme. Non a caso, se penso alle partecipazioni azionarie degli enti, il panorama è variegato: alcune Fondazioni sono completamente uscite dalle banche conferitarie, altre restano come soci stabili, altre stanno rientrando. Quello che più conta è che in generale il patrimonio è diversificato, e nella sua nuova formulazione il protocollo Acri-Mef ci dà la possibilità di agire con flessibilità, pur senza esporci a rischi eccessivi.
Cariplo è azionista rilevante di Intesa Sanpaolo: qual è il suo giudizio sull’operazione Mps?
Dobbiamo ragionare in un’ottica europea, e quindi pensare alla necessità di soggetti che si muovano su dimensioni più ampie di quelle attuali: l’iniziativa di Intesa Sanpaolo va in questa direzione e ne siamo soddisfatti, pur in un contesto che deve mantenere la sua biodiversità.
Nei primi sei mesi 2026 le prime cinque banche italiane hanno contabilizzato il record di oltre 15 miliardi di profitti: è ragionevole chiedere contributi extra, come intende fare il Governo?
Il tema è in evoluzione e sui numeri presentati dal Governo non ho titolo per pronunciarmi. Ma in generale sentir parlare di extra profitti mi dà problemi da due punti di vista. Sul piano teorico, insegno ai miei studenti che il ruolo degli azionisti è mettere capitale di rischio in cambio di guadagni che non sono predefiniti: parlare di “extra” è fuori da ogni logica. Dal punto di vista pratico, penso alle Fondazioni e ai loro interventi sul territorio per 1,5 miliardi di euro l’anno: di questi, circa un quarto va a soggetti pubblici. A cui si aggiungono altri 500 milioni di carico fiscale. In totale, fa circa un miliardo di euro di contributi allo Stato e ai suoi enti decentrati: ridurre i dividendi significa inevitabilmente comprimere questi flussi. Mi chiedo se ne siamo tutti consapevoli.
Un cenno su Milano: l’anno prossimo si eleggerà il prossimo sindaco, carica a cui paiono ambire in molti. I tanti candidati potenziali sono una buona o cattiva notizia?
Questo fermento mi piace. Ma anche qui il tempo passa, ed è ora di capire quali candidature siano reali e soprattutto quali siano i progetti collegati. Cariplo, come tutte le fondazioni, lavora con le istituzioni e conoscerne gli indirizzi per tempo è fondamentale.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link






