Veneriamo i libri anche se non li leggiamo (e se li leggiamo non li capiamo)


Come si scrivono i libri? Come si leggono i libri? Come si conservano i libri? Come ci si posiziona dalla parte giusta rispetto ai libri? Ma soprattutto: a cosa servono i libri?

Ogni volta che si parla, tra gente che riceve libri in omaggio dalle case editrici, delle porcherie che ci arrivano e per le quali non abbiamo spazio in casa, io dico che butto nella raccolta della carta, e sempre sempre sempre c’è almeno un commensale che mi guarda inorridito: ma non puoi portarli alla biblioteca del carcere?

Certo che potrei, potrei tutto, anche avere un altro carattere, anche essere una persona diversa; invece sono una che – se li impila nell’ingresso dicendo «poi questi libri li porto in biblioteca», o al book crossing, o in una libreria dell’usato, o a casa di un amico con una passione per le porcherie che le case editrici ritengono mi interessino – sa che poi quei libri restano a prender polvere e spazio per anni.

Quello che inorridisce per il cassonetto è lo stesso tipo d’umano che non fa le orecchie alle pagine, che sottolinea a matita, che dice «era meglio il libro» quando esce dal cinema. È uno che di solito a cinquant’anni si ricorda non solo il voto di laurea ma pure quello di maturità, convinto che dicano qualcosa di lui (qualcosa di buono, di lui), come qualcosa di lusinghiero di lui dice il suo feticismo dell’oggetto-libro.

A questa figura suggerisco di metter via il telefono su cui sta spolliciando questo articolo e rifugiarsi subito in un volume della Pléiade: soffrirà di meno.

Mai avrei pensato di vedere una convergenza tra il ceto medio complessato e Elon Musk, una convergenza non sulle automobili elettriche ma sui libri. Nella guerra dei bottoni tra Musk e i suoi rivali dell’industria della tecnoscemenza, Musk ha fatto sapere che quelli di Anthropic sono cattivi perché, per scannerizzare i libri con cui nutrire i cervelloni elettronici, strappano le pagine. Anche da preziosissime prime edizioni, puntesclamativo.

Ma perché dovrebbero comprare delle costose prime edizioni, chessò, dei “Promessi sposi”, invece che una qualunque ristampa economica? Essendo abbastanza patita di uno dei pochi romanzi in cui l’edizione fa la differenza, giacché l’autore ha passato la vita a cambiarlo, ho negli anni sgranato molte volte gli occhi.

Trovo una edizione Einaudi di “Fratelli d’Italia”, e mentre sto per pagarla mi accorgo che c’è una dedica di Arbasino a un qualche suo amico. Tu hai in casa un Arbasino fuori catalogo nonché autografato e lo vendi per due euro a una libreria dell’usato? Ogni volta qualcuno mi spiega che è perché sta morendo l’ultima generazione per cui i libri erano rilevanti: i figli si ritrovano con intere biblioteche e non perdono tempo a selezionare, chiamano qualcuno che porti via tutto. Non tutti hanno per figlio quell’insospettabile bibliofilo di Elon Musk, uno che finge di non sapere che l’obsolescenza dei libri è insorta già da un po’.

Ieri Sellerio ha deciso di scostare la tenda di Oz. L’ha fatto con un post su Facebook in cui annuncia che un libro pubblicato dalla casa editrice, “Max, Mischa e l’Offensiva del Tet”, nella settimana d’uscita, la scorsa, ha venduto mille e seicento copie. Per la precisione sono 1571, e sono meno di quante ne ha vendute “L’Odissea”, ma bastano a farne il quarantunesimo libro più venduto in Italia. Il quarantasettesimo è “La vegetariana”, e non certo per il Nobel: perché è in edizione economica, e in questo periodo, se compri le edizioni economiche, Adelphi ti regala le sportine di stoffa.

Ieri un’amica sfoggiava quella rossa di Shirley Jackson, e io sono quasi morta d’invidia, e volevo comprare due Adelphi a caso purché accompagnati da sportina. Andavano bene anche due che non mi piacessero, tanto avevo appena arrubbato la più bella stroncatura del mondo. Riferisce Borges nelle sue lezioni di letteratura inglese che Oscar Wilde diceva d’un altro autore che «come scrittore, ha acquisito la padronanza di tutto, tranne che della lingua; come romanziere, sa fare tutto, tranne raccontare una storia». Peccato che “Professor Borges” sia sì un Adelphi, ma non in edizione economica, e quindi non valga la borsina: non si possono avere tutti gli accessori, o le citazioni citabili o le sportine.

Uno dei Luminari Culturali con cui litigo più spesso a proposito dell’editoria dice che comunque ogni settimana si vendono due milioni di libri, e io ogni volta gli rispondo che significa che un italiano su trenta compra un libro, e mi pare un po’ poco per definire popolare l’industria. Ma poi il punto non è se li comprino: è se si siano disabituati a leggerli. Se li comprano per le sportine di stoffa non è come quando compravano i quotidiani per le videocassette allegate? Non sono consumi residuali d’un settore che va a morire?

Il libro più venduto della scorsa settimana, il trionfatore del premio Furgone di Bisceglie, è primo con 11mila cinquecentosessantanove copie. Provate a immaginare un paese in cui i biscotti più popolari vendessero in una settimana meno di dodicimila confezioni, e ditemi se a quel punto i fabbricanti di biscotti non prenderebbero in considerazione l’idea di riconvertire gli stabilimenti: sarebbe evidente che l’epoca dei biscotti è finita. Ma Luminare Culturale dice che l’industria dei biscotti è fiorente, e Luminare Culturale è un uomo d’onore.

Cinquant’anni fa, nella primavera del 1976, mentre Alberto Arbasino faceva uscire qui la terza edizione di “Fratelli d’Italia”, quella Einaudi, a New York Nora Ephron si sposava con Carl Bernstein e in contemporanea faceva uscire “Crazy Salad”, una raccolta delle sue rubriche per Esquire («Ho dovuto infilare il matrimonio tra le interviste per il libro», diceva al suo ricevimento di nozze).

“Crazy Salad” in Italia non era mai stato tradotto, lo pubblicherà a fine agosto Sur, ed è se possibile un’operazione più tesa a demolire l’editoria dall’interno di quanto lo sia la mossa di Sellerio di svelare al pubblico quanto sono irrilevanti i numeri d’un libro considerato di successo.

Hanno preso una rappresentante del ceto medio complessato e, giuro, le hanno fatto inquadrare i pezzi della Ephron – sull’avere le tette piccole e aver comprato per tutta la giovinezza reggiseni imbottiti, o sul non essere mai stata gnocca ed essere quindi avvantaggiata dal non temere di sfiorire – come fossero invettive contro il patriarcato.

Mentre guardavo allibita i pezzi introdotti ognuno dalla delirante contestualizzazione, mentre leggevo questa poracrista del ceto medio complessato che spiega alle lettrici del 2026 che un pezzo spiritosissimo del 1976 sulle fantasie sessuali «è estremamente difficile da digerire: non perché antifemminista, ma perché parla delle fantasie di dominio come un fatto culturale inscalfibile», pensavo con nostalgia ai noialtri di sei o sette anni fa, che ci indignavamo per i trigger warning – cioè: per l’ipotesi d’un pubblico considerato così imbecille da aver bisogno di essere avvisato se il prodotto culturale conteneva qualcosa con cui non era d’accordo – e non sapevamo che sarebbero arrivate le pre-emptive apologies: scusate se lo pubblichiamo.

Ma, soprattutto, pensavo a Christopher Nolan (o Jep Gambardella, o come volete chiamarlo): è chiaro che Sur ha assorbito la lezione della sua “Odissea” e ha deciso che l’unico modo di vendere un libro spiritosissimo di cinquant’anni prima al pubblico stolido di cinquant’anni dopo era privarlo di ogni umorismo. Era trattare Nora Ephron come fosse Michela Murgia.

E io non è che non capisca che questo secolo vuole Gianluca Gotto (sessantamila copie in cinque settimane, e senza doversi sacrificare a viaggiare sul turpe furgone di Bisceglie), mica Luciano De Crescenzo, non è che non capisca che l’ironia è considerata un difetto, un limite, uno sfregio al prendersisulserismo del ceto medio complessato.

Però, allora, visto che quelle che hanno fatto del senso dell’umorismo un mestiere non le lasciano riposare in pace ma le fanno riscrivere alle istitutrici di Instagram, c’è da sperare in Anthropic. Che faccia fuori tutte le copie esistenti, e ponga fine alle nostre sofferenze.


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