#Finsubito news dalla rete – La verità che manca su David Rossi: in pochi credono all’ultima svolta


Tredici anni, sette mesi, quattordici giorni. Dopo tutto questo tempo, c’è ancora lo striscione sotto la finestra del terzo piano in vicolo Monte Pio: «Verità per David». L’ufficio di David Rossi è occupato da un «direttore d’area» che nessuno vuole nominare. Non si può parlare di quella stanza. Non è gradita neanche la presenza delle telecamere davanti all’ingresso della banca. Sono tempi delicati per il Monte del Paschi di Siena: mancano pochi giorni alla decisione sulla controffensiva da opporre alla offerta pubblica d’acquisto presentata da Intesa Sanpaolo. Così, enormi questioni finanziarie e il caso di un uomo volato giù dal terzo piano si incrociano di nuovo al tempo dell’ennesimo colpo di scena.

Le conclusioni della commissione parlamentare bis, quella presieduta dal deputato di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci, sostengono l’ipotesi dell’omicidio. Lo dicono due collaboratori di giustizia o aspiranti tali, Saverio Giampà e William Correa, seppure screditati e considerati inaffidabili da diverse procure. Doveva essere un avvertimento. Ma è finito male. Sarebbe stato l’ex presidente della banca Giuseppe Mussari, uno dei migliori amici di David Rossi, il mandante. Il tutto affidato a tre calcianti, ovvero tre energumeni di Firenze, per non scontentare la ’ndrangheta, che avrebbe avuto affari da 50 milioni di euro legati a sponsorizzazioni gestite dal Monte dei Paschi. Ovvio che di fronte a un’ipotesi del genere, anche la famiglia di David Rossi scelga la prudenza. «Data la delicatezza del momento, preferiamo che si esprima il nostro avvocato», dice la moglie Antonella Tognazzi.

Visto da vicino, il caso David Rossi è quanto di più simile ci sia al caso Garlasco. Ovvero il posto in cui tutto può essere sostenuto, finché l’audience darà ragione a questo tempo immemore. A metà luglio del 2022, la maxi perizia affidata al Ris dalla prima commissione parlamentare d’inchiesta, la commissione Zanettin, era arrivata a conclusioni diametralmente opposte: suicidio. La relazione dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo – sì, la stessa dell’inchiesta bis sulla morte di Chiara Poggi – aveva usato parole precise: «Suicidio con esitazione». Dopo essersi sporto dalla finestra del suo ufficio, David Rossi aveva cambiato idea. Dopo aver scritto tre diversi messaggi di commiato: «Ciao Toni, Amore, l’ultima che ho fatto è troppo grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane». Dopo aver annunciato il suicidio per mail anche all’amministratore delegato Fabrizio Viola, due giorni prima: «Help. Stasera mi ammazzo davvero». David Rossi, infine, si era calato dalla finestra tenendosi a una sbarra e con gli occhi rivolti verso il suo ufficio si era appeso. Ma all’ultimo istante prima di mollare la presa – sempre secondo la perizia Cattaneo – ha avuto un ripensamento. È in quel momento che dibattendosi per non cadere, si è procurato delle ferite. Altre se le era autoinflitte nei giorni precedenti. Nel libro scritto dalla figlia della moglie, Carolina Orlandi, lui stesso aveva spiegato quei tagli sui polsi: «È che quando uno arriva a quei momenti in cui perde la testa, per tornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore».

Stava soffrendo moltissimo. Finito sotto inchiesta assieme al presidente Mussari per l’affare Antonveneta da 9 miliardi, era convinto di essere intercettato. Scriveva messaggi a penna per comunicare dentro casa. Temeva l’arresto. Di sicuro stava per perdere il posto da responsabile della comunicazione della banca. Giorni di oppressione, di stress estremo. Fino a quel gesto: «Suicidio con esitazione». La stessa conclusione a cui era arrivata anche una psichiatra nominata dalla stessa famiglia di David Rossi, la specialista Liliana Lorettu: «Suicidio sul luogo di lavoro». La stessa conclusione dell’inchiesta giudiziaria.

In mezzo, però, sono successe molte cose. «Il caso Ior» ipotizzato da Report a novembre del 2014, ma smontato nei fatti con tanto di scuse dovute. Il caso dei festini ipotizzato dalle Iene a ottobre 2017, ovvero magistrati che non potevano indagare su David Rossi perché ricattabili, caso concluso a luglio di quest’anno con una condanna per diffamazione a carico delle Iene stesse. È così che siamo arrivati a oggi.

A Siena quasi nessuno crede alle novità di questi giorni. Davanti a Palazzo Salimbeni fanno certe facce che sanno di «ma va là». L’unico che ha il coraggio di esporsi, da anni, è il presidente della storica biblioteca comunale, lo scrittore Raffaele Ascheri. Se si vuole una versione senese della vicenda, e non televisiva, è con lui che si deve parlare. Ascheri sta per finire il suo nuovo libro sul caso David Rossi: «Storia di una bufala infame». Ma perché, se è una bufala, tutti cavalcano il dubbio dell’omicidio? «Per almeno tre interessi convergenti. Il primo è quello risarcitorio della famiglia, che stava trattando un accordo che poi è saltato e da quel momento ha cambiato versione sui fatti. Mi assumo la responsabilità di quanto sto dicendo». Il secondo? «Il dio audience. Lo show crime. Con una particolarità unica di questo caso: non esiste il contraddittorio. In televisione vanno avanti solo quelli che ipotizzano le cose più incredibili, in spregio della verità». Il terzo motivo? «L’attacco alla magistratura. Sappiamo che le commissioni parlamentari sono politiche. E qui, a Siena, non è passata inosservata la conferenza stampa sul caso David Rossi, organizzata proprio dalla commissione presieduta dall’onorevole Vinci, pochi giorni prima del referendum sulla giustizia». C’è tutto questo a Siena. Un gigantesco calderone dove ognuno può abbeverarsi e offrire da bere, nella buona e nella cattiva fede.


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