Chiara Abramo, quando l’arte ascolta la strada



L’arte urbana come un tassello di un mosaico più ampio, capace di stimolare riflessioni attraverso un’esperienza che necessariamente deve essere collettiva, a partire dal rapporto tra l’artista e la comunità. Non è una nuova avanguardia, ma il manifesto ideale che guida – anche quando si trova sospesa tra cielo e terra, di fronte a una “tela” grande quanto un palazzo – Chiara Abramo. Catanese, anni 36, nell’ultimo lustro si è affermata come una delle più talentuose (e richieste) street artist del panorama siciliano (e non solo). Non ci arriva per sottrazione, ma per accumulo: sommando mestieri e formazioni diverse. Dopo l’Istituto d’Arte di via Crociferi – l’ex collegio dei Gesuiti di Catania – si iscrive a Viterbo in Tecnologie per la conservazione dei beni culturali, pensando di fare la restauratrice. Il primo cantiere, però, le basta per capire che quel mondo, pur affascinante, “un po’ l’annoia”: le manca lo spazio per comunicare il proprio mondo. Completa il percorso con una specialistica in archeologia e storia dell’arte. Anni che, dice, le sono rimasti addosso soprattutto come metodo. “Ho lavorato tra l’altro su un’opera di Raffaello, l’ho toccata con le mie mani: è stata un’esperienza di studio importante che mi ha formato a livello visivo – racconta Abramo -. Quello che mi è rimasto, soprattutto, è l’approccio allo studio, alla ricerca bibliografica: una componente accademica che ancora oggi mi permette di accostarmi ai luoghi in un certo modo”.

Dalla restaurazione alla street art: il percorso artistico

Un approccio, a un tempo, estetico ed etico che riverbera anche nel suo primo “amore” professionale, il tatuaggio. “Quando tatui, ascolti storie e devi reinterpretarle, ed è proprio questo che mi piaceva – e mi piace tuttora – di quel mestiere”. Un mondo di pelle e di inchiostro che, però, ben presto deve abbandonare: il destino la porta a misurarsi su superfici nettamente più grandi. Nel 2014 è a Roma, dove nel 2019 viene selezionata per il progetto europeo “Space Tor Pignattara” e per “Youhood” a Melilla, l’enclave spagnola in Marocco: da lì non smette più di dipingere muri. Rientrata a Catania, ad oggi ha firmato una ventina di opere tra Sicilia, il resto d’Italia, Marocco e Portogallo. Il suo impegno nell’arte si è trasformato anche in attivismo con l’associazione etnea “Fermento Urbano”.

Il rapporto tra arte urbana, comunità e rigenerazione

Restauratrice, tatuatrice, street artist. Chi è Chiara Abramo?
“Io credo che dipingere su un supporto come una tela, un muro o una tavola di legno, alla fine si possa sintetizzare nello stesso approccio. Quando studiavo, ho capito subito che non mi piaceva l’idea di fare quadri solo per esporli in una galleria. Volevo ascoltare storie e reinterpretarle. L’arte di strada è la forma che, attualmente, mi permette di immergermi nel mondo e vivere esperienze profonde”.

Come funziona in pratica il tuo lavoro su un muro?
“Preparo un bozzetto e poi un render sulla foto della facciata. Ma per arrivare al bozzetto c’è un percorso importante, di ricerca, di comprensione del luogo, di ascolto attivo delle persone che lo vivono e lo frequentano. E poi di design vero e proprio, perché devo valutare come il progetto si adatta alla superficie, al contesto, e come si vede dai diversi punti di vista”.

Il rapporto con la committenza – enti pubblici o privati – quanto condiziona il risultato?
“È un continuo confronto: non arrivo e dipingo quello che mi pare, questo è chiaro. L’arte pubblica deve essere sempre, in qualche modo, un’esperienza collettiva, e deve tenere conto di tante cose – pareri, punti di vista, storie diverse – anche se non riuscirai mai a mettere tutti d’accordo, perché è complesso. A volte l’idea parte da me, altre volte dal committente o dall’amministrazione, e si ragiona insieme. Cerco sempre di fare quello che è giusto per quello spazio, per quel luogo”.

C’è una narrazione sempre più diffusa secondo cui la street art serve a riqualificare, a rendere più belli i luoghi degradati. Sei d’accordo?
“Sì e no. La rigenerazione urbana richiede tante valutazioni, va considerata a 360 gradi: se c’è un quartiere degradato, di certo non è un dipinto a renderlo bello e a cambiare le cose. Però in qualche modo cambia il rapporto delle persone con quello spazio, può essere uno spunto per prendersene cura, un qualcosa con cui interagire, uno spunto per riflettere su certe tematiche. L’arte urbana resta un tassello di un mosaico più ampio”.

Esiste secondo te il rischio che, agli occhi di qualche amministrazione, la street art diventi solo il make-up per nascondere i problemi?
“Assolutamente sì. Mi dispiace quando mi si chiede di intervenire su superfici che presentano già delle problematiche: è un peccato, sia perché il mio lavoro ha una durabilità diversa, sia perché quel contesto evidentemente ha anche altri bisogni”.

D’altra parte, le opere sono esposte agli agenti atmosferici: non ti dispiace pensare che un tuo lavoro possa scomparire nel tempo?
“In realtà no. Accolgo il fatto che l’arte urbana possa essere un po’ effimera. Forse fa parte della sua stessa natura, della sua capacità di essere impermanente. Dipende anche dal contesto e dalla committenza: una commissione istituzionale richiede più cura sotto questo aspetto, ed è bene che si mantenga più nel tempo. Uso vernici ad acqua – i quarzi che si usano normalmente per le facciate – e cerco di usare il minimo di acqua anche per lavare i pennelli, per inquinare il meno possibile”.

Le opere di Chiara Abramo tra Paternò, Mascalucia e Racalmuto

A Paternò recentemente hai realizzato la facciata di un palazzo di quattro piani sul tema degli eroi dell’antimafia. Come è nato questo progetto?
“Il tema era ‘le strade da seguire’ e, appunto, trattandosi di un intervento davanti l’ospedale, ho scelto di interpretare il tema della lotta alla mafia da una prospettiva diversa: a Paternò la mafia incide fortemente sul lavoro agricolo, quindi ho voluto rappresentare il concetto di “cura” e di assenza del fenomeno mafioso, sintetizzandoli con la domanda del titolo: Quale futuro lasciamo ai nostri figli? Ho raffigurato le mani di un ragazzino che stringono un cuore anatomico fatto di terra (da cui nascono fichi d’India e ficus ) e una matita in tasca, simbolo di conoscenza e sapere”.

Un esempio di come in questo caso ti sei potuta esprimere liberamente nonostante un soggetto commissionato…
“Di fronte a un tema commissionato, la libertà espressiva nasce anche dal metodo. Preferisco non riprodurre semplicemente riferimenti preesistenti, ma dedicare del tempo allo studio e all’elaborazione concettuale: è solo reinventando le immagini che si riesce a dare un’anima originale all’opera e un senso profondo al messaggio”.

Sulla facciata della Villa comunale di Mascalucia hai affrontato il tema rurale, uno dei tuoi soggetti ricorrenti.
“Ho rappresentato una contadina che è, di fatto, il volto della terra stessa – un’allegoria contemporanea – che tiene in braccio un gallo: simbolo non solo del risveglio del nuovo giorno, ma anche metafora del risveglio della coscienza. Ha generato diverse interpretazioni, anche un po’ di polemica locale, ma è anche questa la funzione dell’arte urbana. Lo vedo come il primo tassello di una narrazione più lunga: Mascalucia e il territorio pedemontano erano un’area rurale di vigneti e agrumeti, oggi diventata più residenziale, con antichi mestieri – il maniscalco, la tessitrice – di cui ci si dimentica. L’idea è ragionare sul patrimonio materiale e immateriale del nostro territorio, e insieme sulla cura che ognuno di noi dovrebbe avere nei confronti del nostro ecosistema”.

A Racalmuto, il paese di Sciascia, hai realizzato un intervento diverso.
“Lì c’è un bellissimo progetto portato avanti dall’associazione Vicoli Vivi, che punta a far scoprire il quartiere dietro il castello, fatto di piccole case e stradine di cui si stanno prendendo cura. Mi sono ispirata al paesaggio raccontato da Sciascia: in un primo intervento ho rappresentato un albero di noce e uno di limone, con gocce di pioggia sullo sfondo, proprio per via del grosso problema dell’acqua che c’era – e c’è tuttora – nell’Agrigentino. Da lì è nata una storia, e l’opera si intitola Forse Domani: sottinteso, piove”.

Il futuro della street art in Sicilia e i nuovi progetti

Come vedi la Sicilia sul fronte dell’arte urbana?
“Servirebbe più impegno, ma non è solo una questione di mercato: è una questione di sensibilità, processo e progettazione. L’arte urbana in Sicilia si sta diffondendo, ma resta spesso la tendenza a chiedere ‘l’immagine appiccicata sul muro’, allontanandosi dal concetto di design e restando nella zona di comfort, nella ripetizione di certi soggetti e di un certo linguaggio. Servirebbe una maggiore sensibilità, e più apertura a linguaggi contemporanei”.

Lavori spesso anche all’estero.
“A settembre tornerò per il quarto anno a Melilla, una delle due città autonome spagnole in Nord Africa (l’altra è Ceuta, sotto lo stretto di Gibilterra). Opero nel quartiere del Rastro, dove si incontrano la cultura europea, berbera e islamica. Per me il rispetto delle tradizioni locali è fondamentale, ed è per questo che faccio molta ricerca prima e durante il lavoro. In passato ho lavorato anche nel Sud del Portogallo”.

Cambia molto operare fuori dai confini nazionali?
“In fondo no, ci sono sempre pro e contro, sempre imprevisti. Non ho sperimentato il Nord Europa, dove immagino ci sia più libertà su certi aspetti. Nelle mie idee cerco comunque di mettere sempre meno filtri possibili, e di rispettare dei valori precisi: ci sono situazioni in cui bisogna adattarsi di più, altre in cui mi sento più libera di esprimermi e di progettare nella mia direzione. Non è scontato: a volte le persone ti contattano senza sapere bene cosa fai, si aspettano altro, e bisogna spiegare, far vedere… è uno scambio lungo”.

La strada, il contatto diretto con le persone, quanto pesa nel tuo processo creativo?
“Quando dipingi sporca, senza niente addosso, con colori e pennelli in mezzo alla strada, si ferma ogni tipo di persona. La quantità di racconti che ascolto è enorme; dico sempre che dovrei scriverli, poi tra mille cose non lo faccio mai. Ma è quello che influenza il mio lavoro: a volte modifico le opere in corso rispetto al progetto originario, in base agli spunti che mi arrivano. Ed è proprio questo che trasforma quello che faccio in un’esperienza collettiva: per me la condivisione è la cosa più importante. Alla fine la pittura diventa quasi secondaria: è più uno strumento di indagine, un modo per vivere esperienze meno ordinarie”.

Su cosa stai lavorando adesso e cosa ti aspetta nei prossimi mesi?
“Ho appena concluso la facciata della Villa comunale di Mascalucia. A fine agosto sarò all’ex Pescheria di Caltagirone, una struttura bellissima, moderna, innestata nel centro storico, dove sta nascendo un nuovo centro culturale: sono stata contattata proprio per il mio lavoro su botanica e mondo animale, e lavorerò ancora su quei temi. A settembre poi, come detto, tornerò a Melilla”.

Come ti vedi tra qualche anno: ancora come street artist, o pensi di dedicarti ad altro?
“Già oggi dipingo opere personali, su diversi supporti. Il mio futuro lo vedo facendo quello che mi piace: non ho ancora programmi precisi. Non è tanto la necessità di comunicare, perché non mi interessa il fatto di mostrare quello che faccio e basta: quello che conta di più è la possibilità di immergermi nel mondo, di guardare le cose da altri punti di vista, e continuare a imparare. Magari domani cambierò pure lavoro e farò altro, ma spero di farlo sempre con questi valori”.


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 Antonio Leo

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