viaggio nei luoghi sacri dove il silenzio diventa esperienza


Il silenzio, in Giappone, non comincia quando finisce il rumore, perché esiste già prima, nascosto tra due parole, nella pausa che precede una risposta, nello spazio lasciato vuoto intorno a un oggetto o nel tratto di carta che un pittore decide di non riempire. Non è necessariamente quiete, e ancora meno immobilità, dal momento che può contenere il vento, l’acqua, il canto degli insetti e il legno che scricchiola sotto un passo; è piuttosto una soglia, il punto in cui il mondo smette di chiedere di essere spiegato e torna semplicemente a essere percepito.

Per avvicinarsi a questa idea si può partire da una parola, ma, scritta con il carattere 間, anche se tradurla semplicemente con “silenzio” sarebbe sbagliato. Ma indica infatti l’intervallo, la distanza e il vuoto tra due elementi; può essere uno spazio fisico, una pausa temporale, un momento sospeso nella musica o nella conversazione, qualcosa che separa ma che, allo stesso tempo, permette alle cose di entrare in relazione, esattamente come il silenzio tra due note non interrompe una composizione, bensì contribuisce a darle forma.

Il ma compare nell’architettura, nel teatro, nella disposizione di una stanza, nella cerimonia del tè e nel cinema, ma ridurlo a un principio di arredamento minimalista sarebbe un altro equivoco occidentale, perché non coincide con l’arte di eliminare tutto ciò che appare superfluo: è piuttosto la capacità di riconoscere che ogni presenza ha bisogno di uno spazio intorno a sé per diventare davvero visibile.

È forse questa la prima lezione del Giappone silenzioso, che invita a non riempire necessariamente ogni minuto con un’attività, ogni paesaggio con una fotografia e ogni emozione con una definizione, ricordando che esistono esperienze davanti alle quali il viaggiatore deve fermarsi prima ancora di tentare di comprenderle e che alcune, addirittura, impongono di non essere raccontate.

Un Giappone che non si lascia consumare

C’è un’immagine del Giappone che il mondo conosce molto bene ed è fatta di treni ad alta velocità, distributori automatici, insegne luminose, attraversamenti pedonali affollati, robot, capsule hotel e grattacieli. È un’immagine reale, ma inevitabilmente incompleta, perché basta allontanarsi dalle grandi direttrici urbane per incontrare un Paese diverso, nel quale il tempo non viene misurato soltanto dagli orari ferroviari, ma anche dalla neve che chiude i passi, dal colore delle foglie, dall’apertura stagionale di un santuario o dalla quantità d’acqua che scende da una montagna.

Non sarebbe corretto sostenere che il silenzio rappresenti “l’essenza” del Giappone, dal momento che lo stesso Paese che ha sviluppato il teatro nō e l’estetica della pausa ha creato festival attraversati da tamburi, carri monumentali, danze collettive e grida rituali. La cultura giapponese non è un blocco uniforme e immobile, ma una stratificazione di tradizioni religiose, filosofiche e artistiche differenti, all’interno della quale il silenzio rappresenta comunque uno dei linguaggi attraverso cui il Giappone ha imparato a raccontare il tempo, il sacro e la relazione tra l’essere umano e il paesaggio.

Nella filosofia buddhista la realtà è segnata dall’impermanenza, dalla consapevolezza che tutto ciò che esiste sia destinato a trasformarsi, ma nell’estetica giapponese questa certezza non genera soltanto paura o malinconia, perché diventa sensibilità verso ciò che passa e attenzione alla bellezza proprio in quanto non può essere trattenuta. È il nucleo del mono no aware, l’emozione suscitata dalla transitorietà delle cose, che si manifesta nella fioritura dei ciliegi destinata a durare pochi giorni, in una stagione che finisce o in una luce che cambia prima ancora di essere stata pienamente osservata.

Il viaggio, allora, non serve soltanto a raggiungere un luogo, ma anche a imparare a perderlo, accettando che la sua bellezza non dipenda dalla possibilità di conservarlo per sempre.

Dewa Sanzan, dove il viaggio attraversa la morte

La strada verso il monte Haguro comincia sotto una porta rossa e scompare quasi immediatamente nella foresta, mentre l’aria si fa più fresca, i cedri si alzano verticali ed enormi trattenendo la luce tra i rami e, sul terreno, il muschio ricopre le pietre fino quasi a cancellare i confini tra ciò che è stato costruito dall’uomo e ciò che appartiene alla montagna.

Siamo nella prefettura di Yamagata, nel Tohoku, la regione nordorientale dell’isola di Honshu, dove sorgono Haguro, Gassan e Yudono, le Tre Montagne Sacre di Dewa, centro di culto montano e di pratiche ascetiche da circa 1.400 anni, che insieme formano uno dei paesaggi spirituali più affascinanti del Giappone.

Il percorso tradizionale non è organizzato secondo una semplice progressione geografica, perché rappresenta un vero e proprio viaggio attraverso l’esistenza: il monte Haguro simboleggia il presente e il mondo dei vivi, Gassan il passato, la morte e il regno degli antenati, mentre Yudono rappresenta il futuro e la rinascita. Completare il pellegrinaggio equivale simbolicamente a morire e tornare alla vita trasformati e, durante il periodo Edo, la visita alle tre montagne veniva considerata una forma di rinnovamento spirituale, una possibilità di ricominciare senza dover attendere un’altra esistenza.

Sul monte Haguro il pellegrino incontra 2.446 gradini di pietra, lungo una salita che attraversa una foresta di cedri secolari e raggiunge una pagoda a cinque piani in legno non dipinto, classificata Tesoro nazionale. L’edificio non ha bisogno di colori accesi per emergere, perché sembra essere rimasto lì tanto a lungo da aver assunto la stessa materia degli alberi, quasi che il bosco lo avesse costruito lentamente intorno a sé.

Non esiste un silenzio assoluto, perché si sentono le suole sulle pietre, il respiro di chi sale, il movimento delle foglie, l’acqua che corre in basso e, a volte, il richiamo profondo di una conchiglia. Gli yamabushi, gli asceti delle montagne legati allo Shugendō, utilizzano infatti grandi conchiglie horagai come strumenti rituali, producendo un suono che attraversa la foresta e genera un paradosso: rompe il silenzio, ma nello stesso momento lo rende percepibile, perché quando l’eco scompare tutto ciò che resta sembra improvvisamente più vasto.

Lo Shugendō non è una forma di contemplazione separata dal corpo, dal momento che la conoscenza passa attraverso la fatica, il freddo, la fame, la salita e il contatto con gli elementi. Il termine yamabushi viene spesso reso come “colui che si prostra sulla montagna”, a sottolineare che non si tratta di conquistare una vetta, ma di sottoporsi a essa e di accettare che sia il paesaggio, almeno per la durata del cammino, a stabilire le regole.

Ancora oggi è possibile partecipare a programmi guidati, assistere a pratiche rituali, pernottare negli shukubo, gli alloggi riservati ai pellegrini, e consumare pasti di shōjin ryōri, la cucina vegetale tradizionalmente associata alla disciplina religiosa; al mattino, il risveglio può avvenire al suono della conchiglia che annuncia la preghiera. È tuttavia sulla terza montagna che il silenzio assume il proprio significato più radicale, trasformandosi da disposizione interiore in una vera e propria regola.

Yudono, il santuario che non può essere raccontato

Sul monte Yudono non si entra come in un normale luogo di culto, perché prima di accedere all’area più sacra bisogna togliersi le scarpe, sottoporsi a un rito di purificazione e camminare a piedi nudi attraverso l’acqua, mentre fotografie e video sono vietati e ciò che si vede all’interno non dovrebbe essere descritto una volta tornati nel mondo esterno.

Questa regola ha dato origine a una delle più suggestive tradizioni del Dewa Sanzan, secondo la quale il cuore di Yudono deve rimanere fuori dal racconto. Nel nostro tempo, l’idea appare quasi sovversiva, perché viaggiare significa spesso produrre prove dell’esperienza attraverso una galleria di immagini, una posizione geografica, un video o una recensione, come se ciò che è stato vissuto potesse acquisire valore soltanto nel momento in cui viene condiviso.

Yudono rovescia completamente questa logica, perché il luogo esiste pienamente proprio in quanto una sua parte non può essere trasformata in contenuto. Non si tratta di un mistero costruito per alimentare la curiosità turistica, bensì di un limite che ricorda al visitatore come non tutto ciò che può essere visto gli appartenga e come non ogni incontro con il sacro debba necessariamente diventare una descrizione.

Nel 1689 arrivò fin qui anche Matsuo Bashō, il grande poeta itinerante del periodo Edo, durante il viaggio raccontato nell’Oku no hosomichi, noto in italiano come Lo stretto sentiero per il profondo Nord. Bashō aveva fatto del cammino una forma di scrittura, osservando stagioni, rovine, piogge, fiumi e montagne per poi condensarli in pochi versi, eppure, davanti a Yudono, depose idealmente il pennello e scrisse un haiku che può essere reso così:

Di Yudono non posso parlare: le mie maniche sono bagnate di lacrime.

Le maniche bagnate, nella poesia classica giapponese, indicano il pianto, e Bashō non raccontò ciò che aveva visto, limitandosi a descrivere ciò che quell’esperienza aveva prodotto dentro di lui. È forse una delle più belle leggende giapponesi sul silenzio, proprio perché non riguarda l’assenza delle parole, ma il loro limite, e mostra come persino un poeta, maestro della lingua, possa riconoscere l’esistenza di un punto oltre il quale scrivere non significa più rivelare, ma ridurre.

Yudono insegna così che tacere non significa sempre nascondere, perché in alcuni casi il silenzio diventa un modo per proteggere ciò che perderebbe significato se fosse interamente esposto.

Asahidake, il silenzio prima dell’inverno

In Hokkaido il silenzio cambia forma, perché non è raccolto e verticale come quello della foresta di Haguro, ma aperto, esposto e continuamente attraversato dal vento.

Il monte Asahidake, con i suoi 2.291 metri, è la cima più elevata dell’isola e appartiene al grande sistema vulcanico del Parco nazionale di Daisetsuzan, dove la neve domina il paesaggio per gran parte dell’anno, mentre durante la breve estate l’altopiano si copre di piante alpine e di colori che sembrano apparire con l’urgenza di chi conosce la brevità del proprio tempo.

Gli Ainu, la popolazione indigena dell’Hokkaido, chiamavano i monti Daisetsu Kamuy Mintar, il “parco giochi degli dèi”, un nome che non si riferisce soltanto ad Asahidake, ma all’intero paesaggio montuoso. Nella visione tradizionale ainu, fiumi, animali, piante e fenomeni naturali non costituiscono infatti uno sfondo passivo della vita umana, ma possono essere manifestazioni dei kamuy, entità spirituali che visitano il mondo degli uomini, mentre le vette erano considerate punti particolarmente vicini alla loro dimensione.

La montagna, in questa prospettiva, non è muta, ma abitata da presenze che non hanno bisogno del linguaggio umano per manifestarsi. La cabinovia sale da Asahidake Onsen fino alla stazione di Sugatami, a circa 1.600 metri, da cui parte un percorso circolare di circa un’ora attraverso laghetti, rocce vulcaniche e fumarole; quando il cielo è limpido, la cima si riflette nelle acque dello stagno di Sugatami, ma non appena il vento si alza quell’immagine si rompe immediatamente.

Basta questo movimento per comprendere il mono no aware, perché la bellezza non risiede soltanto nel riflesso perfetto, ma anche nella consapevolezza che sia destinato a scomparire. Asahidake è noto inoltre per accogliere alcuni dei primi colori autunnali del Giappone e già a settembre, quando gran parte del Paese vive ancora gli ultimi giorni d’estate, la vegetazione alpina comincia a diventare rossa e dorata, prima che la neve arrivi nuovamente a ricoprire sentieri, pietre e fumarole.

La montagna rende evidente una verità che nelle città si può facilmente dimenticare, cioè che la natura non è ferma neppure quando sembra immobile e che tutto sta già cambiando. Le foglie stanno già cadendo mentre le guardiamo, il ghiaccio sta già preparando il terreno per sciogliersi e il paesaggio che fotografiamo non esisterà più nello stesso modo quando abbasseremo il telefono.

In questo luogo il silenzio non consola necessariamente, perché può apparire duro, vasto e persino indifferente, ma proprio per questo ridimensiona l’essere umano, ricordandogli che non rappresenta la misura di tutte le cose e che la montagna continuerebbe a cambiare colore, a eruttare vapore e a ricevere neve anche in assenza di qualcuno disposto a osservarla. Si tratta di una sensazione sempre più rara nel turismo contemporaneo, costruito spesso per collocare il viaggiatore al centro di ogni esperienza, mentre ad Asahidake il protagonista rimane sempre e soltanto il paesaggio.

Il lago Biwa, dove il tempo diventa acqua

Dal rigore dell’Hokkaido si può scendere verso la prefettura di Shiga, a pochi minuti di treno da Kyoto, dove il paesaggio si apre su una superficie d’acqua così grande da assomigliare al mare.

Il lago Biwa è il più vasto lago d’acqua dolce del Giappone e uno dei più antichi al mondo, con una storia geologica che risale ad almeno quattro milioni di anni. Mentre intorno nascevano città, regni, templi e strade, il lago continuava a cambiare forma, a nutrire comunità e a raccogliere fiumi, diventando una presenza che attraversa la storia umana senza lasciarsi interamente contenere da essa.

Il Biwa introduce un’altra qualità del silenzio, quella dell’orizzonte, perché sulle montagne il corpo viene costretto a salire e a misurarsi con il dislivello e la fatica, mentre davanti al lago lo sguardo si distende, l’acqua porta lontano ogni elemento e crea spazio tra le cose, facendo sembrare in ritirata persino le città costruite lungo le sue rive.

Il lago può essere attraversato in barca o costeggiato in bicicletta lungo il Biwaichi, l’itinerario circolare riconosciuto tra le National Cycle Routes del Giappone. Il percorso ufficiale misura circa 193 chilometri, anche se viene comunemente descritto come un anello di circa 200, e affrontarlo in più tappe consente di attraversare risaie, borghi, antiche vie commerciali e siti religiosi senza trasformare il viaggio in una gara contro il tempo.

Pedalare intorno al Biwa significa osservare lo stesso lago cambiare continuamente identità, perché a sud appare più urbano e vicino a Kyoto, mentre a nord diventa più vasto e appartato; la luce del mattino lo rende metallico e quella del tramonto lo frantuma in strisce arancioni, mostrando come non esista un solo lago Biwa, ma una successione di laghi che compaiono e scompaiono durante il giorno.

Al largo della costa settentrionale emerge Chikubushima, una piccola isola rocciosa coperta di vegetazione, conosciuta come l’“isola degli dèi” e considerata un luogo dotato di una particolare energia spirituale. Il traghetto lascia lentamente la riva e, avvicinandosi, l’isola sembra quasi verticale, una massa verde dalla quale emergono tetti e scalinate; in cima si trovano il tempio buddhista Hogonji, le cui origini sono fatte risalire al 724, e il santuario Tsukubusuma-jinja, la cui vicinanza conserva la memoria della lunga compenetrazione tra buddhismo e shintoismo, precedente alla separazione imposta durante l’epoca Meiji.

Anche qui esiste una leggenda legata ai desideri, perché i visitatori possono scrivere una preghiera e affidarla a una piccola bambola Daruma dedicata a Benzaiten, mentre presso il santuario lanciano dischi d’argilla verso un torii affacciato sull’acqua nella speranza che, attraversando la porta, il desiderio possa essere esaudito. È un gesto concreto, rumoroso e persino giocoso, ma subito dopo il disco cade nel lago e scompare, lasciando nuovamente all’acqua il compito di occupare lo spazio e lo sguardo.

Il vuoto non è ciò che manca

Davanti a paesaggi come questi è facile ricorrere alla parola “Zen”, diventata in Occidente una definizione quasi universale per tutto ciò che appare semplice, rilassante o ordinato, tanto che un albergo, un bagno o una candela possono essere descritti come Zen. Lo Zen storico, tuttavia, non è un accessorio estetico e non promette necessariamente serenità, perché i kōan, le domande paradossali utilizzate in particolare nella tradizione Rinzai, non servono a rilassare la mente, ma a condurla davanti ai limiti del pensiero discorsivo.

Il maestro Hakuin Ekaku rese celebre il kōan del suono di una sola mano: se due mani, battendo, producono un suono, quale suono produce una mano sola? Non si tratta di un indovinello al quale trovare una risposta brillante, perché cercare una soluzione logica significa rimanere intrappolati nella domanda; il kōan sposta invece l’attenzione dal concetto all’esperienza, dal bisogno di spiegare alla capacità di ascoltare.

Anche il silenzio dei luoghi giapponesi funziona in questo modo, dal momento che non è un prodotto che il viaggiatore può acquistare e portare a casa, non coincide con la semplice assenza di persone e non garantisce automaticamente benessere, ma rappresenta una pratica dell’attenzione. Sul monte Haguro bisogna ascoltare la cadenza dei propri passi, a Yudono accettare di non raccontare, ad Asahidake osservare un paesaggio che non ha bisogno di noi e sul lago Biwa permettere all’acqua di occupare lo sguardo senza cercare immediatamente un nuovo stimolo.

Il vuoto, in questa prospettiva, non è ciò che rimane quando tutto è stato tolto, ma lo spazio necessario perché qualcosa possa finalmente emergere.

Aso, il silenzio di una terra che continua a muoversi

Nel Kyushu, la più meridionale delle quattro isole principali del Giappone, il silenzio cambia nuovamente natura, perché non nasce dalla stabilità, ma dal movimento nascosto sotto la superficie.

Il monte Aso domina una delle più grandi caldere vulcaniche del mondo, estesa per circa 25 chilometri da nord a sud e 18 da est a ovest, al cui interno sorgono cinque cime, tra cui il Nakadake, ancora attivo. Nel cratere si trova un lago acido azzurrognolo dal quale si alzano fumo e vapore e, quando l’attività vulcanica o le emissioni aumentano, l’accesso viene limitato.

Il paesaggio è sorprendentemente verde e le grandi praterie sembrano contraddire la natura vulcanica del terreno, pur essendone anche il risultato; cavalli e bovini pascolano all’interno della caldera, mentre strade, case e campi convivono con una forza geologica che non appartiene soltanto a un passato remoto.

Qui il concetto buddhista di mujō, l’impermanenza, smette di essere un’astrazione, perché la terra stessa ricorda che nulla è definitivamente stabile e che anche ciò che appare solido può crollare, mentre ciò che viene ricostruito continua a portare con sé la memoria della distruzione.

L’Aso-jinja, uno dei principali santuari della regione, fu gravemente danneggiato dai terremoti di Kumamoto del 2016, durante i quali il monumentale portale rōmon, riconosciuto come Bene culturale importante, crollò quasi completamente. Dopo anni di lavori, il restauro fu completato nel dicembre 2023, ma la ricostruzione non ha cancellato ciò che era accaduto, restituendo invece il santuario alla comunità e incorporando la vulnerabilità nella sua storia.

È un principio che attraversa molta cultura giapponese, secondo il quale riparare non significa fingere che la rottura non sia mai avvenuta, ma permettere a qualcosa di continuare a esistere anche dopo essere stato trasformato.

Il viaggio può terminare a Kurokawa Onsen, un villaggio termale raccolto lungo il fiume Tanohara, a circa 700 metri di altitudine, dove una trentina di strutture termali e ryokan sono distribuite tra alberi, ponti e strade strette. Gli ospiti camminano indossando lo yukata e passano da un bagno all’aperto all’altro mentre si sente scorrere il fiume.

Immergersi in un rotenburo, una vasca termale all’aperto, non elimina i rumori, ma li trasforma, perché l’acqua vicina copre le voci lontane, il vapore riduce il campo visivo e il corpo, privato del telefono e dei vestiti quotidiani, smette per qualche minuto di rappresentare un ruolo. Il silenzio non si trova dunque necessariamente all’esterno, ma nella sospensione temporanea della necessità di reagire.

Il viaggio come esercizio di sottrazione

Negli anni Ottanta il Giappone ha dato un nome moderno a una forma di immersione nella natura, lo shinrin-yoku, letteralmente “bagno nella foresta”, un termine coniato nel 1982 dalla Forest Agency giapponese per indicare una pratica di coinvolgimento sensoriale nel bosco e non una prestazione sportiva.

Lo shinrin-yoku è diventato popolare nel mondo e, come spesso accade, è stato trasformato anche in una formula commerciale, ma l’immagine del bagno conserva comunque la propria forza, perché invita a entrare nella foresta come si entra nell’acqua, lasciandosi circondare invece di limitarsi a osservare dall’esterno.

È questo il principio che accomuna i quattro viaggi, perché Dewa Sanzan non è soltanto una serie di montagne da scalare, ma un percorso nel quale il paesaggio viene utilizzato per rappresentare nascita, morte e rinascita; Asahidake non è semplicemente una vetta, ma l’ingresso in una visione del mondo nella quale la montagna appartiene ai kamuy prima che agli escursionisti; il lago Biwa non è soltanto una destinazione naturale vicina a Kyoto, ma una misura del tempo che supera quella della storia umana, mentre l’Aso non è soltanto un vulcano spettacolare, ma una terra che insegna a convivere con l’instabilità senza pretendere di eliminarla.

Visitare questi luoghi significa rinunciare, almeno in parte, all’idea che viaggiare consista nell’accumulare più tappe, più immagini, più ristoranti, più attrazioni e più informazioni. Il Giappone silenzioso suggerisce una geografia diversa, costruita sulla sottrazione, nella quale esistono meno spostamenti e più tempo, meno descrizioni e maggiore attenzione, meno bisogno di possedere l’esperienza.

A Yudono, Bashō non raccontò ciò che aveva visto, ma disse soltanto di avere pianto, e forse il significato più profondo del viaggio si trova proprio nel momento in cui un luogo smette di essere qualcosa da spiegare agli altri e diventa qualcosa che continua ad accadere dentro di noi.

Il silenzio non rappresenta la fine del racconto, ma ciò che rimane quando il racconto non basta più.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Marianna Baroli

Source link

Di