Pubblichiamo in questa pagina, per gentile concessione dell’editore La nave di Teseo, un’anticipazione dell’introduzione al volume
di Giorgio Scerbanenco: Si paga sempre. Cinquanta delitti (pagg. 560, euro 20). A vergare l’introduzione la figlia del famoso giallista, Cecilia Scerbanenco.
Durante la sua carriera di scrittore, Giorgio Scerbanenco pubblicò 1380 racconti, numero comunque non definitivo. Cento (i più noir, risalenti agli ultimi anni) si trovano raccolti nel famoso Centodelitti. Altri quattrocento sono stati riuniti in diverse antologie.
Mancano all’appello quasi novecento racconti. Da questa epifania è nato un percorso di ricerca archivistica attraverso trent’anni di riviste, dal 1934 al 1964: Lei, Annabella, Novella, Bolero, Confidenze di Liala e altre ancora, senza dimenticare Bella, la rivista di cui Scerbanenco era direttore e che amava moltissimo.
Forse non si riuscirà mai a pubblicarli tutti, forse sarà un compito da lasciare ai posteri o ai topi di biblioteca, ma abbiamo deciso di iniziare con una antologia di racconti degli anni ’47, ’48 e ’49, il dopoguerra, un periodo molto fertile per Scerbanenco, affermato nel lavoro, ma tormentato affettivamente, qualcosa che si riflette nei suoi personaggi di quegli anni, spesso uomini circondati da troppe donne. E un po’ come era la stessa società italiana: la guerra alle spalle, la serenità tutta da ritrovare; un mondo nuovo da ricostruire, più tra le ansie, si direbbe, che tra le speranze.
Alla fine, siamo sbarcati da questo viaggio con una certezza granitica: Scerbanenco è sempre Scerbanenco e rosa e nero sono i suoi due colori. Tutti i suoi racconti sentimentali hanno sempre un po’ di amaro; e quelli noir contengono una malinconica sfumatura di rosa.
All’inizio, temevo che le storie potessero essere troppo rosa per il lettore contemporaneo di Scerbanenco, invece poi mi sono ritrovata a cercare di proposito storie meno spietate, per smorzare la crudezza di altri racconti.
Una grande storica, Giuseppina Muzzarelli, afferma che la storia della moda è storia della società tutta, e sono pura sociologia anche questi racconti rosa, spesso guardati con un po’ di disprezzo perché pubblicati su settimanali femminili, e quindi destinati a un pubblico di donne. Chissà perché tutto questo disprezzo per le donne? Scerbanenco aveva una sua opinione, in proposito. Sarà rivelata in una delle prossime antologie, tuttavia si intravede anche in alcuni di questi racconti, quando l’autore accenna alla debolezza dell’uomo.
Tornando alla sociologia, queste storie ci fanno capire che questi anni ’40 erano in realtà piuttosto liberi, tra ragazze madri, figli senza padre, coppie di conviventi, i soliti mariti fedifraghi ma anche mogli fuggiasche. La catastrofe della guerra aveva scosso alle basi la società borghese e contadina e, a così pochi anni di distanza dal termine del conflitto, non aveva ancora ritrovato un nuovo equilibrio. C’erano vedove di guerra, ragazze fidanzate in casa che avrebbero dovuto sposarsi con una certa urgenza, ma non avevano potuto perché il fidanzato era disperso, prigioniero degli inglesi o degli americani, o catturato dai tedeschi, e allora difficilmente sarebbe tornato. E c’erano le infinite vittime civili del conflitto: donne violentate o che avevano dovuto arrangiarsi per sopravvivere. Dai racconti di mio padre, la società pareva tollerare, con una buona dose di ipocrisia e di cattolica accettazione dei peccatori, queste situazioni. Di lì a poco, negli anni ’50, non sarebbe più stato così.
Un altro tema che ricorre è quello della disoccupazione e della miseria post-bellica, motore di molte delle storie qui raccolte. Ci sono, naturalmente, anche le grandi e piccole ricchezze, e anch’esse compaiono spesso in queste pagine, ma l’Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, era ridotta in macerie, non c’erano case, distrutte, né posti di lavoro, con tutti i soldati rientrati dal fronte da sistemare. Così, alcuni dei personaggi di mio padre vivono in baracche, in stanze umide, gioiscono della morte di una sorella perché ne ereditano la misera casa popolare. Altri vagano per la città in cerca di un impiego qualsiasi, e finiscono per accettare lavori disonesti pur di poter mangiare, soprattutto traffico d’armi e di droga, sulle stesse rotte del contrabbando dei tempi di guerra, senza disdegnare però anche qualche gioiello.
E poi, naturalmente, ci sono le donne, una sfilata di donne ognuna diversa dall’altra, dalla contessina sensibile alla contadina sedotta e abbandonata da due fratelli; dalla prostituta perduta e cinica, alla tubercolotica che si sacrifica per l’uomo che ama e per la donna che lui ama.
A tratti, questa raccolta può sembrare un trattato di sociologia sulle diverse forme di prostituzione: dalle più soft, l’entraîneuse, la cantante da bar, l’attrice di teatro, la ragazza che si fa offrire un’aranciata, a quelle strutturate con tanto di protettore violento. Scerbanenco era infatti considerato, ai suoi tempi, uno scrittore scandaloso. E scandalosi lo sono questi racconti un poco ancora oggi, per la crudezza con cui vengono descritti il desiderio, l’attrazione, il possesso, le dinamiche uomo-donna (e donna-uomo: ci sono anche alcune assassine). Non c’è romanticismo: c’è, del tutto imprevista, la tenerezza. Se uno degli scopi delle riviste femminili era di insegnare alle donne come comportarsi e come apparire, Scerbanenco, inaspettatamente, insegna loro che il vero amore è tenerezza, non la passione o il desiderio, di cui pure lui molto parla, legati a cose insignificanti, come la lunghezza dei capelli, o un castano particolarmente chiaro, oppure un abito attillato: “svestita in quel suo abito a righe”.
Ma questo non è un saggio di sociologia, perché Scerbanenco è sempre Scerbanenco, come dicevo sopra, e quello che lui sa fare meglio, come scrittore, è raccontare l’anima più profonda dei suoi personaggi, in rosa, in nero, in entrambi i colori: come vedrete, qui non mancano neppure le donne bandito, o racconti del tutto noir. Fa dire mio padre a uno dei suoi personaggi: “La guerra è passata su voi altre e vi ha tolto ogni dolcezza”. E lei risponde: “Sei brutale, come tutti i puritani”. E questo potrebbe essere il sottotitolo della raccolta: nel marasma del dopoguerra, uomini e donne cercano di ricostruire, di vivere i sentimenti, tra difficoltà presenti e, spesso, un passato drammatico. Scerbanenco, in questi racconti, non si fa scrupolo alcuno a descrivere in nitidi dettagli sia le difficoltà che il dramma. D’altra parte, così è la vita stessa, afferma più volte l’autore con dolore.
Duca Lamberti e Livia Ussaro, Alberta e le altre i protagonisti e i comprimari della quadrilogia noir degli anni ’60
sono forse distanti nel tempo da questi racconti, che li precedono di vent’anni, eppure già si intravedono in filigrana negli uomini e nelle donne che popolano le storie che abbiamo scelto di raccogliere in questo volume.
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redazione@ilgiornale-web.it (Cecilia Scerbanenco)
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