Vi mangiate le unghie senza nemmeno accorgervene, in ufficio come nel tempo libero? Questa guida spiega cosa racconta l’onicofagia di voi e come iniziare a cambiarla.
Circa una persona su tre, da bambina, si è mangiata le unghie in modo più o meno compulsivo. Per molti il gesto sparisce con l’adolescenza, per altri resta un sottofondo costante nella vita adulta, tra call in ufficio, aperitivi e appuntamenti romantici.
In psicologia quel gesto ha un nome preciso – onicofagia – e non viene liquidato come “brutto vizio”. È un comportamento che parla del modo in cui gestite ansia, tensione, noia, perfezionismo. Capire che cosa raccontano le vostre unghie di voi è spesso il primo passo per cambiare davvero.
Onicofagia: quando mangiarsi le unghie non è solo un vizio
L’onicofagia è l’abitudine ricorrente a mordersi o mangiarsi le unghie, spesso insieme a pellicine e cuticole. Di solito inizia presto, intorno ai 5 anni, e in molti casi continua per anni perché si trasforma in un automatismo difficile da scardinare.
Una revisione di studi pubblicata nel 2018 stima che questo comportamento riguardi dal 6 al 45% della popolazione, con picchi intorno al 30% nei bambini in età scolare e al 45% negli adolescenti. Non stupisce quindi che molte adulte continuino a farlo senza quasi accorgersene.
Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5-TR) l’onicofagia rientra tra i comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, nella stessa “famiglia” del disturbo ossessivo-compulsivo. Versioni precedenti la descrivevano come disturbo del controllo degli impulsi. Tradotto: non è solo una questione di forza di volontà.
Un conto è rosicchiare un’unghia ogni tanto, magari prima di un esame o di una presentazione. Diverso è quando:
– vi mordete le unghie quasi ogni giorno
– avete provato più volte a smettere senza riuscirci
– vi fate spesso male (dolore, sanguinamento, infezioni)
– vi vergognate delle mani e cercate di nasconderle
In questi casi si parla di onicofagia clinica, con un impatto reale sulla qualità di vita.
Cosa significa psicologicamente mangiarsi le unghie
Dal punto di vista psicologico, mangiarsi le unghie è soprattutto un modo per regolare emozioni scomode. Di solito il ciclo è questo: sale la tensione (ansia, rabbia, agitazione, noia), parte il gesto automatico, arriva un piccolo sollievo. Subito dopo però possono comparire vergogna e autocritica, che generano nuova tensione. E il giro ricomincia.
C’è poi il tema del perfezionismo. Molte persone, prima di mordere, ispezionano minuziosamente le unghie alla ricerca di pellicine o irregolarità da “aggiustare”. Quel concentrarsi sulle micro-imperfezioni del corpo rispecchia spesso una mente che non tollera bene l’errore, la mancanza di controllo, l’idea di “non essere a posto”.
Altri autori leggono l’onicofagia come una forma lieve di autolesionismo: un modo socialmente accettato per scaricare aggressività verso se stesse. Capita in particolare a chi tende a trattenere rabbia e frustrazione, non la esprime all’esterno e finisce per rivolgerla al proprio corpo, con piccoli gesti ripetitivi.
Esiste anche una spiegazione più “antica”, di tradizione psicoanalitica: il gesto di portare le dita alla bocca richiamerebbe la fase dell’allattamento, quando il contatto orale con la madre era fonte di calma. Mangiare le unghie diventerebbe così un tentativo di ritrovare quella sensazione di consolazione primaria.
Famiglia e contesto hanno il loro peso. L’onicofagia è più frequente in chi è cresciuto in ambienti pieni di litigi, aspettative altissime, paura di deludere. A volte nasce semplicemente per imitazione di un genitore che si mangia le unghie. Nei bambini può anche essere un modo per richiamare attenzione, per esempio dopo la nascita di un fratellino.
Cosa rischiano unghie, bocca e autostima
Sul piano fisico, l’onicofagia può portare a unghie fragili, corte e deformate, pelle arrossata, piccole ferite che si infettano con facilità. Mordere in continuazione mette sotto stress anche denti e gengive, favorendo usura degli incisivi e microlesioni.
L’effetto psicologico però è spesso quello che pesa di più. Molte persone evitano strette di mano, presentazioni in ufficio, appuntamenti in cui le mani sono in primo piano. La vergogna per l’aspetto delle dita si mescola alla sensazione di “non avere autocontrollo”, con ricadute sull’autostima.
Come provare a smettere di mangiarsi le unghie
I trattamenti più efficaci partono da un principio semplice: non basta bloccare il gesto, bisogna capire che cosa lo fa scattare e sostituirlo con altro. Un approccio usato in psicoterapia è l’Habit Reversal Training, un protocollo comportamentale che diversi studi indicano come efficace per i comportamenti ripetitivi sul corpo.
Primo passo: aumentare la consapevolezza. Per una settimana annotate su un taccuino o sul telefono quando vi mangiate le unghie, cosa stava succedendo e che emozione provavate (ansia, noia, rabbia, imbarazzo) con un voto da 1 a 10. Alla fine avrete la vostra mappa personale dei momenti critici.
Secondo: spezzare l’automatismo con piccole barriere. Smalti dal sapore amaro, cerotti sulle dita più “a rischio”, guanti leggeri quando guardate serie o studiate possono rendere il gesto meno immediato e farvi accorgere che sta per partire.
Terzo: dare alle mani (e alla bocca) un piano B. Tenere in borsa una pallina antistress, un anello da manipolare, un tessuto da stropicciare può canalizzare l’energia. Per la bocca, aiuta avere a portata di mano un chewing gum o una bottiglietta d’acqua da sorseggiare.
Il cuore dell’Habit Reversal è scegliere un “comportamento concorrente”: ogni volta che sentite l’impulso a mordere, invece di portare le dita alla bocca stringete i pugni per qualche secondo, intrecciate le mani o afferrate l’oggetto che avete scelto. Va ripetuto tante volte finché diventa il nuovo automatismo.
Resta un punto fondamentale: lavorare anche sulle emozioni che stanno sotto. Se vi rendete conto che l’onicofagia è legata a un’ansia costante, a un perfezionismo che vi fa a pezzi o a un disagio più ampio, un percorso con uno psicologo – in particolare con approcci cognitivi-comportamentali – può aiutarvi a sciogliere il nodo, non solo il sintomo.
Quando il gesto vi provoca ferite frequenti, interferisce con lavoro, relazioni o vi fa sentire in trappola, chiedere aiuto non è esagerare, è prendersi sul serio. Anche questo, a ben vedere, è un modo molto più gentile per “mettere le mani” sulla propria vita.
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