Dopo il travolgente successo di “Rossetto e caffè”, replicato con la vittoria al Festival di Sanremo con “Per sempre Sì”, Sal Da Vinci continua a vivere una stagione artistica straordinaria. Protagonista del suo tour estivo, che lo porterà nelle principali piazze e arene italiane, il prossimo 13 luglio sarà anche il capitano della Nazionale Cantanti nella Partita del Cuore in programma allo Stadio Gran Sasso d’Italia a l’Aquila. Ha deciso di raccontarsi senza filtri.
Sal, essere capitano della nazionale cantanti sicuramente è un ruolo simbolico: cosa significa per te guidare un gruppo di artisti uniti nella solidarietà?
“Un privilegio, un onore e un piacere nell’anima. Credo che tutti noi che partecipiamo siamo capitani in questo progetto di solidarietà. Cerchiamo di portare il nostro piccolo contributo per restituire qualcosa a chi ha ricevuto meno dalla vita. Sembra sempre poco ma se pensiamo che in questi anni sono stati devoluti più di 1 milione di euro, allora dobbiamo continuare a invitare tutti a partecipare e contribuire”.
Fai il musicista da quando sei ragazzino, ma il successo è arrivato tardi. Tu quando parli di te stesso parli di rinascita, non di rivincita. Che differenza c’è?
“La rivincita è come se fossi in gara con qualcuno. La rinascita invece viene dopo periodi fatica che ognuno di noi vive nella vita. Ma tu vivi in quella fatica. Sei tu. I momenti della vita prevedono anche i down. E ne ho avuti moltissimi”.
Cadere insegna?
“Io ho avuto più ricadute che risalite. Io ho vissuto il fallimento. So cos’è il fallimento. L’ho guardato in faccia, l’ho attraversato e poi l’ho abbandonato, scansato…”.
Come?
“Con una buona dose di incoscienza. Io ho sempre considerato il fallimento un incidente. Cadi, ti rialzi, ti rialzi, cadi. Poi fai i conti con te stesso. Ci sono tanti talenti che purtroppo mollano perché non hanno più la forza di andare avanti”.
Tu non hai mai pensato di mollare?
“Ci sono stati dei momenti di delusione. Ho pensato: forse non è la mia strada. Poi mi son detto: ma io so fare solo questo. Mi ha guidato la passione, l’orgoglio. È come stare in una barca in mare aperto. Arriva la tempesta. Che fai? Spegni il motore? No, io non ho spento il motore. Ho accelerato e sono arrivato a terra”.
Te lo aspettavi questo successo incredibile a 50 anni suonati?
“I miei genitori mi hanno insegnato a non aspettarmi mai niente. Niente ci è dovuto. Sono stato sorpreso da questo affetto così travolgente del pubblico. Ho assaporato una cosa oltre l’immaginazione. Oltre 650 milioni di persone hanno ascoltato la mia canzone.
Ci sono dei critici che ti dicono: i veri artisti sono gli artisti impegnati: tu fai solo canzoni popolari
“La musica popolare è quella che fa la differenza. La “Canzone Alta è quella che mette d’accordo tutti. Lo spiega Roberto Vecchioni, che è un grande. Lui dice che la canzone alta è una canzone che passa di cuore in cuore. È così. Lo capisci che è una canzone alta se la vedi negli occhi dei bambini”.
Tu piaci a tutti?
“Fossi piaciuto a tutti nascevo cioccolata”.
Ci sono degli hater che scrivono su di te critiche feroci.
“Le ho lette. Mi dispiace più per loro che scrivono con l’inchiostro di veleno”.
Non ti fanno male?
“A me non fanno male. Ad altri miei colleghi sì. Io dico a questi odiatori (e guarda che glielo dico con amore): fatevi una seduta terapeutica al giorno, magari vi passa”.
Vuoi dirmi che non ti hanno mai ferito?
“Se criticano la canzone bene. Se vanno sulla persona è diverso”.
I social?
“Fabbriche di veleno. Puntano a fare del male. Magari ti fanno sorridere. Però poi oggi e domani e dopodomani, alla fine iniziano a fare male. E può succedere che scopri che l’odiatore anonimo è uno che ti è seduto accanto”.
Come distingui le amicizie vere e quelle di convenienza?
“Gli amici li ho scelti nel corso della vita. Sono quelli che mi chiamano Salvatore, non Sal”.
L’amicizia cos’è?
“L’amicizia è una sfumatura dell’amore. L’amico è quello che quando sei col culo per terra ti tira su per il braccio. È quello che ti accompagna con la macchina che ha il motore scassato. Per l’amicizia vera ci vogliono le palle”.
Hai mai sentito il peso del confronto con tuo padre, che era un musicista importante?
“No. Proprio no. È da quando ho sette anni che lavoro con lui. Non ho mai vissuto nell’ombra di un cognome. Per fortuna poi mio padre si chiamava Mario e non Leonardo. Sennò sarebbe stato più complicato”.
Ti ha dato fastidio quando sei stato accostato con la canzone di Sanremo alla battaglia politica per il referendum?
“Follie. Per sempre sì parlava d’amore non di politica. Sì al referendum? Roba di fantasia. Non c’entrava proprio niente. Io nella politica non voglio entrare. Il voto è una cosa personale”.
Però molti artisti si schierano: “Noi siamo artisti di sinistra”. Tu no.
“Quindi a me stanno dicendo che sono un artista di destra?”.
Sì.
ride… “Io sono del partito di chi fa bene nel mio Paese”.
Hai dichiarato che stimi le donne che fanno politica?
“Vero”.
Per esempio?
“Mia madre”.
Tua madre?
“Sì. La più grande politica è la donna che amministra le quattro mura. Mia madre è la più gran politica che conosco. Conti, equilibrio familiare, capacità di sedare i conflitti. Quella è politica. La politica è una cosa bella. Mia madre è meravigliosa”.
Non diresti mai se ti senti vicino a un’area o a un’altra? Ti potrebbe penalizzare?
“Sai a me chi penalizza? Il pubblico e basta. Io vengo dal popolo e racconto storie di sentimenti. A chi appartengo? Alla mia famiglia. La società è fondata sulla famiglia. Lo dice la Costituzione. E chi l’ha scritta, la Costituzione, era gente che gli fumavano le palle”.
Qual è il tuo prossimo obiettivo
“Sto scrivendo un libro su questi primi 57 anni”.
Sogni, prospettive?
“Certo che li ho. Ne avevo tanti prima di Rossetto e caffè. Ora voglio tornare in teatro con un musical. Il teatro è la mia seconda casa. In teatro ho costruito la mia vita”.
Mi fai il titolo di questa intervista?
“Non so fare i titoli”.
Prova.
“Sal, la fabbrica dei sogni. Oppure: Sal, i folli vivono nei sogni. Oppure: Sal, un mercante di stelle”.
“Per sempre sì”. Dicono che sei un sostenitore della famiglia tradizionale.
“Embè, che c’è di
male? Siamo italiani. Grazie alle famiglie tradizionali ci sono ancora degli anticorpi nelle nuove generazioni. Io ammiro quelli che si spaccano la schiena e vanno avanti con orgoglio. Anch’io l’ho spaccata per 50 anni”.
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redazione@ilgiornale-web.it (Hoara Borselli)
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