Roma cerca refrigerio sottoterra: l’idea delle cave-rifugio e perché divide


Tra entusiasmo e polemiche, il Campidoglio valuta il riuso del sottosuolo romano come rete di rifugi climatici. Lo studio si basa sulla mappatura ISPRA delle cavità della Capitale, ma l’ipotesi solleva interrogativi su sicurezza, accessibilità e reali capacità di adattamento urbano.

L’ha raccontata Lorenzo Grassi su Repubblica edizione Roma, e nel giro di poche ore l’idea è diventata un caso: usare il ventre della città – cave di tufo e pozzolana, gallerie antiaeree, tunnel dismessi, catacombe – come rete di rifugi contro le ondate di calore. Sottoterra, nella Capitale, la temperatura resta naturalmente tra i 14 e i 17 gradi anche quando in superficie si sfiorano i 40. Da qui la suggestione: trasformare quei vuoti freschi in spazi dove far riparare anziani, bambini e persone fragili nelle giornate roventi.

La rete è subito esplosa, come prevedibile, soprattutto sui social. Tra l’entusiasmo per un’idea che valorizza il patrimonio nascosto della città e l’ironia di chi ha letto nella proposta una resa: “Ci mandano nelle grotte come i nostri antenati”. Non sono mancate le battute sul cortocircuito tra il piano sotterraneo e quello di superficie: le piazze rifatte senza un albero, come a Termini, gli abbattimenti di alberi contestati. Obiezioni in parte fondate e in parte confuse: una piazza progettata senza ombra è un errore urbanistico, l’abbattimento di un albero malato è un’altra questione, e accomunarle serve a ottenere like ma è un ragionamento sbagliato. Resta che il sarcasmo ha colto un nervo scoperto: l’impressione che si cerchino soluzioni spettacolari mentre quelle ordinarie arrancano.

Da dove nasce l’idea

All’origine non c’è un’invenzione estemporanea, ma uno studio. A maggio l’Ispra – l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – ha pubblicato la nuova Carta delle cavità sotterranee di Roma, aggiornamento di una mappatura ferma al 2017. Il quadro che ne emerge è impressionante: oltre 7.000 cavità censite, di cui circa 1.500 tra cave, catacombe e cunicoli, per una superficie ad alta densità di vuoti che sfiora i 61 chilometri quadrati. Roma, spiegano i geologi, è una città che per secoli ha costruito sopra di sé scavando sotto di sé: ha cavato tufo, pozzolana e sabbie, lasciando un labirinto che oggi torna a far parlare di sé.

Il punto che rende l’idea più di una curiosità è una coincidenza geografica. Le analisi dell’Istituto mostrano che i quartieri più colpiti dalle isole di calore si concentrano nel quadrante orientale e sud-orientale della città — gli stessi dove, per ragioni geologiche legate ai depositi vulcanici dei Colli Albani, il sottosuolo è più ricco di cavità. In altre parole: dove serve più refrigerio, c’è più sottosuolo disponibile. Il Campidoglio e l’Ispra studiano così la possibile riconversione di alcuni ipogei, con una prima sperimentazione che potrebbe partire dalle cave della Caffarella, e altri siti allo studio come piazza Dante, Monte Testaccio e i grottoni del Campidoglio.

Va detto che l’idea non nasce nel vuoto: si inserisce in una strategia di adattamento climatico che Roma ha approvato a gennaio 2025, e che il 2 luglio si arricchirà del “piano caldo” comunale. Il contesto è quello di un’emergenza ormai strutturale – il 2024 è stato l’anno più caldo registrato nella Capitale dal 1991 – e di una rete di “spazi freschi” che il Comune ha già attivato in superficie: 116 luoghi tra parchi ombreggiati, biblioteche e case di quartiere climatizzate. Gli ipogei sarebbero un tassello in più, non un’alternativa.

I limiti della soluzione

È qui, però, che il dibattito serio comincia, al di là delle battute. Perché la fisica funziona (sottoterra fa fresco, è incontestabile), ma intorno a quella temperatura bassa restano aperti diversi problemi concreti.

Il primo è di sicurezza. Lo stesso studio Ispra che fonda l’idea ricorda che le cavità romane non sono tutte stabili: in media ogni anno in città si aprono un centinaio di voragini. Mandare persone fragili dentro ambienti scavati nel tufo richiederebbe prima una messa in sicurezza statica seria, cavità per cavità: non è un’operazione rapida né a buon mercato.

Il secondo problema è l’accessibilità, e tocca un paradosso. I rifugi climatici dovrebbero servire soprattutto anziani, disabili e persone con patologie: ma una cava o una catacomba si raggiunge spesso scendendo scale ripide, su terreni irregolari, in ambienti umidi e bui. Esattamente ciò che è più ostico per chi quei rifugi dovrebbe usarli. E l’umidità elevata tipica degli ipogei può essere sconsigliata per alcune condizioni respiratorie.

Il terzo problema è il più prosaico, ma decisivo: le risorse. La mappatura dell’Ispra, segnalano gli stessi tecnici, avrebbe bisogno di continuare ma è rimasta fuori dal Pnrr. Se mancano i fondi perfino per completare il censimento dei vuoti, l’idea di metterli in sicurezza, dotarli di servizi igienici, sedute, acqua, presidio sanitario e personale – perché un rifugio, per essere tale, deve essere un’infrastruttura permanente e non una grotta aperta nell’emergenza – pone un problema di copertura che nessuno ha ancora sciolto.

C’è infine una questione di strategia complessiva. La stessa Ispra osserva che gli interventi di superficie – alberi, ombra, rinaturalizzazione – abbassano le temperature fino a circa 6 gradi, ma spesso non bastano nelle ondate più intense. È l’argomento a favore degli ipogei, che intervengono dove il verde non arriva. Ma è anche il loro limite: gli ipogei servono solo chi vive vicino a una cavità, mentre il caldo colpisce ovunque. Il rischio, segnalato da più parti, è che la soluzione suggestiva e fotogenica – le grotte fresche – finisca per oscurare quella ordinaria ed efficace, fatta di alberi piantati e cemento rimosso, che è meno spettacolare ma protegge molte più persone, in tutta la città.

Resta, sullo sfondo, l’obiezione di fondo: che senza una riduzione globale delle emissioni queste misure siano palliativi. Vero solo a metà. Mitigare le cause e adattarsi agli effetti non sono alternative, ma due tempi della stessa risposta: il taglio delle emissioni agisce sui decenni, l’adattamento serve adesso, mentre il caldo uccide già. La domanda giusta da rivolgere all’idea delle cave-rifugio, allora, non è se sia inutile – non lo è – ma se Roma saprà trasformarla da suggestione in infrastruttura. Per ora siamo allo studio. E il resto, come spesso accade in questa città, dipenderà dai soldi e dalla manutenzione: le due cose in cui la Capitale, storicamente, fatica di più.


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