perché la macchina di Trump e Israele non riesce a piegare l’Iran – OK!Mugello


E’ da quasi un anno che la guerra combattuta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran va avanti, da quando il 13 giugno 2025 Tel Aviv decise di scagliare un attacco missilistico a sorpresa sui siti nucleari del regime degli ayatollah, a cui è seguito l’intervento di Washington. La decisione di colpire il paese islamico è avvenuta in seguito alle dichiarazioni dell’AIEA – Agenzia Nazionale per l’Energia Atomica – circa la non rispettabilità dell’obbligo di Teheran di non proliferazione nucleare. I livelli di arricchimento dell’uranio sarebbero stati vicini al 60%, percentuale sufficiente alla costruzione di una bomba atomica. Il regime ha negato fin da subito l’obiettivo di possedere un’arma nucleare, sostenendo l’utilizzo dell’uranio per scopi civili. Il risultato dell’attacco è stato il danneggiamento delle infrastrutture ma, secondo un documento della Defence Intelligence Agency – DIA – pubblicato pochi giorni dopo l’accaduto, la maggior parte dei danni sarebbero risultati circoscritti alle strutture in superficie.

Le Nazioni Unite hanno reintrodotto le sanzioni e l’embargo ai danni dell’Iran, entrambi non più in vigore dal 2015, ovvero dall’Accordo sul nucleare iraniano. Tale accordo prevedeva, da parte del paese mediorientale, di limitare la produzione nucleare, e da parte delle Nazioni Unite il cessamento di embargo e sanzioni. La reintroduzione di questi ultimi – che vietano l’acquisto di greggio iraniano – hanno provocato una grave crisi economica a Teheran, culminata nel dicembre scorso con proteste di piazza in tutto il paese, che hanno preso il nome di Rivoluzione iraniana del 2026

Il regime, su ordine della guida suprema Ali Khamenei e di alti funzionari, ha soppresso nel sangue le manifestazioni, causando – secondo il Time – oltre 35.000 vittime. Una serie di motivazioni – tra le quali il timore della dotazione di un’arma nucleare e la volontà di far crollare il regime – ha portato alla Terza Guerra del Golfo, scoppiata il 28 febbraio scorso con un attacco congiunto di Israele e Stati Uniti, in cui sono rimaste uccise figure chiave del potere, la più importante delle quali è proprio l’anziano Ali Khamenei. L’Iran ha risposto con massicci attacchi missilistici su postazioni statunitensi in paesi del Golfo Persico e in Giordania. Hezbollah, l’organizzazione terroristica situata in libano, e gli houthi, un gruppo politico e militare dello Yemen, entrambi alleati di Teheran, hanno affiancato la repubblica islamica bombardando Israele. 

Teheran insomma non ha dato segnali di abbattimento, e ha risposto con prontezza: ha eletto come nuova Guida Suprema il figlio di Khamenei, Mojtaba, che comanda pur essendo gravemente ferito, e dal 2 marzo scorso ha chiuso lo Stretto di Hormuz, un piccolo braccio di mare da cui transitano annualmente il 20% di gas naturale liquefatto – GNL – e di petrolio, entrambi prodotti dei paesi del Golfo Persico. Gli Stati Uniti hanno risposto a loro volta con un contro-blocco navale, impedendo il transito alle imbarcazioni che muovono da e verso i porti iraniani. 

La chiusura dello Stretto ha provocato enormi conseguenze negative a livello mondiale, causate soprattutto dall’aumento dei prezzi su carburanti, gas, elettricità, trasporti e molto altro. Tutto ciò dimostra che l’Iran non è un paesetto che può essere messo all’angolo in poche ore, come il Venezuela, il cui presidente – ora ex – Nicolas Maduro, durante un raid notturno delle forze speciali statunitensi avvenuto lo scorso gennaio, è stato prelevato e portato negli Stati Uniti senza che venisse opposta una resistenza adeguata alla sua figura di leader, né prima né dopo la sua incarcerazione. 

L’Iran è dotato di un efficiente impianto missilistico – più volte ha bucato l’iron Dome che protegge il territorio israeliano, causando danni e vittime -, numerose forze armate, che si divide in tre organi, uno dei quali è il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, noto come pasdaran, composto da più di 200.000 soldati, istituito dopo la rivoluzione iraniana del 1979, che fa direttamente capo alla Guida Suprema e si occupa della sicurezza nazionale. Oltretutto è in grado, vista la sua posizione geografica – confina con lo Stretto di Hormuz – di causare crisi importanti a livello globale. Anche se il malcontento tra la popolazione è elevato, e le proteste in questi ultimi anni sono state numerose e mediatiche – ricordiamo, oltre alle ultime del dicembre scorso, quelle scoppiate nel 2022 a seguito della morte di Mahsa Amini, la ventiduenne rimasta vittima della polizia religiosa per non aver indossato il velo, obbligatorio per legge -, il regime non è stato scalfito in alcun modo, e i cittadini gli si sono stretti intorno. Emblematico è stato, nell’aprile scorso, il raduno di migliaia di cittadini nei pressi di centrali elettriche e obiettivi sensibili per dissuadere i nemici dal bombardarli, come avevano minacciato di fare. 

Se da un lato i cittadini a favore del regime oscillano tra il 10 e il 25% – i dati sono forniti dall’istituto demoscopico indipendente GAAMAN, più da vari documenti e sondaggi governativi – e desiderano il suo collasso, dall’altro, com’è ovvio, non vogliono assistere al loro paese in fiamme. Dall’anno della rivoluzione, il 1979, il regime degli ayatollah al potere ha propagandato l’odio verso i due nemici alleati, Stati Uniti e Israele, e anche se la maggioranza del popolo iraniano guarda all’Occidente per la libertà di cui godono i suoi abitanti, c’è il rischio che questa guerra – che ha già causato migliaia di morti e feriti – possa segnare un ritorno al disprezzo verso il nostro mondo liberale e al desiderio di chiusura da parte dei cittadini. 

Negli ultimi mesi Donald Trump ha esortato la popolazione a combattere per far crollare la dittatura che la opprime da decenni, senza rendersi conto di quanto questa strada sia angusta. I pasdaran hanno tutto da perdere, e non si fanno scrupoli a stroncare le proteste con la violenza. L’Iran è un paese vasto, abitato da più di novanta milioni di persone, il cui governo teocratico permea incessamente la vita dei cittadini, ed è ricco abbastanza da finanziare Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli houthi in Yemen. 

I cittadini iraniani meritano la libertà e un governo democratico, ma ad oggi le speranze che ciò avvenga sono basse. Uccidere così tanti manifestanti a bruciapelo significa che il regime si sente così forte da rimanere al suo posto e impunito. Il suo potere è totale: durante le manifestazioni ha bloccato ogni mezzo di comunicazione, e non ha soltanto fatto uccidere, bensì incarcerare migliaia di persone. Il suo apparato è coeso, e non è sufficiente farne fuori i vertici per metterlo al tappeto. La sua capacità di rigenerazione è totale. 

Ancora una volta Donald Trump si è sentito spiazzato durante questo suo secondo mandato presidenziale. Credeva che avrebbe risolto la guerra tra Russia e Ucraina in breve tempo, e lo stesso fece per il conflitto tra Hamas e Israele. Risultato? In Ucraina si continua a combattere e la Striscia di Gaza subisce ancora oggi bombardamenti, con il coinvolgimento di civili innocenti. La realtà è più complessa di quel che può sembrare, e far crollare regimi al potere da decenni e risolvere conflitti così complessi come quello tra Israele e Palestina richiede innanzitutto la consapevolezza che la probabilità di non riuscirci è elevata.

Il primo errore di Trump è di credere, ma soprattutto di far credere – prima di tutto al suo elettorato, e poi al mondo intero – di avere in tasca la soluzione a ogni problema, ma essere a capo del paese più ricco e militarmente più forte del mondo non basta a realizzare ciò che si desidera. Un paese più debole, senza armi nucleari e perlopiù isolato come l’Iran può dare del filo da torcere a Washington – un altro esempio è dato dall’incredibile resistenza dei Viet Cong, che per due decenni, dal 1955 al 1975, hanno combattuto contro le truppe statunitensi, uscendone vincitori -.

La storia ci insegna che quando i popoli insorgono, riescono a cambiare lo status quo e a ottenere libertà che prima non avevano. C’è sempre un prima e un dopo un’insurrezione. Ma regimi come quello iraniano sono preparati a tutto, e sanno come difendersi. Spesso non basta una sola rivolta, ma è necessario perseverare. Sono processi che richiedono anni, e purtroppo si pagano con il sangue. Solo quando si è oppressi a tal punto da non riuscire più a respirare si trova il coraggio di attuare i cambiamenti necessari. Il mistico e filosofo Uppalori Gopala Krishnamurti – di non confondere con Jiddu – durante un’intervista sul tema della paura, disse che chiunque davanti a un cobra si tirerebbe indietro, data la sua pericolosità. Ma, continua, se sapessimo che il cobra fosse un animale innocuo, potremmo passeggiarci senza avere alcun timore. Il seguente discorso vale anche per l’oppressione: se non siamo oppressi non sentiamo il bisogno di ribellarci, ma se lo siamo ci tiriamo indietro – nel senso che compiamo azioni per liberarci -.

Comunque vada la guerra, l’augurio è che il popolo iraniano conquisti la libertà che si merita.


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 Paolo Maurizio Insolia

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