#Finsubito news dalla rete – Su Attanasio solo verità di comodo


A più di cinque anni e mezzo dal drammatico agguato avvenuto il 22 febbraio del 2021 nella Repubblica democratica del Congo, la ricerca della verità sulla morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere scelto Vittorio Iacovacci e dell’autista del World food programme, Mustapha Milambo, giunge a un fondamentale capitolo giudiziario. I familiari delle vittime hanno formalizzato l’opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco. Gli avvocati Lorenzo Magnarelli e Rocco Curcio, rispettivamente difensori di Dario Iacovacci, fratello del carabiniere e dei genitori di Attanasio, sollecitano la Procura di Roma e il Giudice per le indagini preliminari affinché siano disposti ulteriori approfondimenti investigativi.

 

L’udienza è stata fissata per il 25 febbraio del 2027, a pochi giorni dal sesto anniversario del triplice delitto. L’avvocato Magnarelli oltre all’atto di opposizione, ha depositato un’istanza per la revoca della richiesta di archiviazione. Il punto centrale resta l’incompletezza delle attività investigative, soprattutto a causa della poca collaborazione congolese. C’è un’indagine ancora tutta da svolgere per individuare i soggetti che hanno ucciso Attanasio, Iacovacci e Milambo. Il pm, nelle motivazioni per la decisione di archiviare, ribadisce che i sei condannati all’ergastolo in Congo non possono essere considerati i responsabili di quei crimini. «Non c’è nulla di giusto in tutto ciò – sottolinea l’avvocato Magnarelli – Personalmente, per raggiungere la verità, ho già attivato la procedura a disposizione del mio assistito all’Ufficio del Procuratore presso la Corte Penale Internazionale. La nostra Repubblica, anche nella prospettiva europeista nella quale si colloca, non può tollerare l’attuale stato di sostanziale ingiustizia trasversale tra Congo e Italia. Occorre insorgere proprio perché la verità è lì, ferma al proprio posto, e segna essa stessa la strada per poterla raggiungere». Tra i fatti e i documenti che avrebbero meritato maggiore attenzione, il rapporto dettagliato delle Nazioni Unite sull’attacco al convoglio del Wfp, confluito in un procedimento separato che si era chiuso con il non luogo a procedere per le ipotesi di omicidio colposo e omesse cautele contestate ai due funzionari dell’agenzia delle Nazioni Unite che avevano organizzato la missione, Rocco Leone e Mansour Rwagaza.

 

Come ricostruito in questi anni da L’Espresso, a smentire la tesi del «tentato sequestro finito male», sostenuta dalle autorità giudiziarie di Kinshasa, è stato dal primo istante un alto esponente della magistratura militare congolese coinvolto nelle indagini iniziali a Goma, e nostra fonte. Oltre a indagare per «terrorismo», aveva disposto il fermo di alcuni militari delle Forze armate della Repubblica democratica del Congo e svelato complicità interne. Aveva anche accusato un generale di aver ordinato, nel marzo del 2021, di rilasciare i due ufficiali delle Fardc arrestati insieme a quattro soldati, accusati di aver sottratto oggetti dall’auto su cui viaggiava l’ambasciatore. Alla luce della rilevanza di questa figura, l’avvocato Magnarelli ha chiesto al pm di acquisire la sua testimonianza. Anche il legale della famiglia Attanasio, l’avvocato Rocco Curcio, che ha posto l’accento sulla necessità di scavare a fondo nella funzione istituzionale svolta da Attanasio, ha chiesto di sentire tre testimoni che potrebbero fornire informazioni utili sul motivo per cui l’ambasciatore stesse andando a Lueshe, nel distretto di Rutshuru. Per ricostruire movimenti e attività dei presunti responsabili dell’agguato, la difesa dei genitori del diplomatico si è avvalsa dell’azione investigativa di un esperto dell’area, Mario Scaramella. «Il valore della nostra opposizione è dato anche dalle acquisizioni conoscitive all’estero. Riteniamo che l’indagine non possa considerarsi completa senza avere approfondito chi avesse motivi per uccidere o intimidire l’ambasciatore italiano in Congo, quali interessi, nazionali o stranieri, fossero presenti nel Paese e se l’attività diplomatica da lui svolta potesse interferire con interessi politici, economici o strategici. La richiesta di archiviazione non dà conto, a nostro giudizio, di un’indagine organica su questi aspetti», afferma l’avvocato Curcio.

 

L’analisi approfondita della nuova documentazione depositata a piazzale Clodio delinea un’operazione pianificata e strutturata. Il posizionamento del commando sul luogo dell’agguato, supportato dall’uso di motociclisti con funzione di segnalazione, avvalora la tesi che l’obiettivo fosse proprio Attanasio. Del resto, una Commissione d’inchiesta militare congolese aveva da subito qualificato l’attacco come «accuratamente preparato», giudicando le modalità operative del tutto incompatibili con un atto di criminalità occasionale. Ma con l’arrivo a Goma di una delegazione inviata da Kinshasa, nel marzo del 2021, tutto fu rimesso in discussione e il caso riclassificato come «un rapimento a scopo di riscatto degenerato nel sangue». Eppure, diversi elementi agli atti convergono sull’ipotesi del magistrato che per primo aveva indagato sul triplice delitto. Tra questi, il coinvolgimento di attori esterni. In particolare era emerso che dopo l’agguato il cellulare sottratto a Iacovacci era stato agganciato da una cella telefonica in Ruanda e utilizzato con SIM ruandesi. Sebbene questo dato non provi con certezza l’appartenenza degli utilizzatori al commando, costituisce una solida traccia materiale transfrontaliera. La nostra fonte aveva rivelato che uno dei militari fermati aveva tirato in ballo un agente dei servizi ruandesi, denominato “Marcel”, affermando che fosse coinvolto nell’imboscata. Altro elemento significativo, finora sottovalutato, le testimonianze di persone presenti sul luogo, il villaggio di Kikumba, che hanno riferito di aver sentito gli assalitori parlare in kinyarwanda. Ciò confermerebbe il legame con reti ruandofone, seppure  l’idioma sia diffuso anche nel Congo orientale. Infine, un collegamento documentale riguarda uno dei presunti partecipanti all’operazione individuati dagli investigatori congolesi: Antoine Bahati Kiboko. Dalla ricostruzione del suo profilo emerge un passato militare trascorso in gruppi armati, tra cui l’M23, prima di convertirsi ad attività di banditismo e di sequestro di persona. Da approfondire, infine, il tema cruciale della fuga di notizie sul convoglio e del possibile coinvolgimento di figure “vicine” all’ambasciatore. I tentativi di acquisire i tabulati telefonici dei sospetti sono stati ostacolati.Rimangono, così, senza risposte ufficiali, le verità nascoste svelate dalla nostra inchiesta: chi e perché ha deciso la rimozione imprevista del posto di blocco militare normalmente presente nella zona dell’agguato? Chi ha deciso il rilascio degli elementi delle Fardc arrestati? Perché non è stato autorizzato l’accesso al traffico telefonico dell’area?

 

L’inerzia delle autorità congolesi quanto meno apre al sospetto di complicità o facilitazioni locali per consentire al commando di agire indisturbato. L’intreccio tra fuga di notizie e ruoli non chiariti dei reparti militari locali, senza dimenticare il filone del racket dei visti mai approfondito, nonostante fosse comprovato sia dalla nostra inchiesta che dall’ispezione della Farnesina che aveva portato alla chiusura dell’ufficio che lo rilasciava, disegna uno scenario complesso in cui la ricerca della verità, ostacolata anche da esponenti delle istituzioni italiane, richiede ancora uno sforzo investigativo a tutto campo.


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