anche la Calabria si tutela all’interno del dibattito tra dignità umana, verità, diritti e futuro della democrazia



L’intelligenza artificiale domina ormai buona parte dell’agenda mediatica internazionale. Se la Francia non rinnoverà i contratti sottoscritti dal 2015 con Palanthir per la fornitura di servizi IA all’intelligence dedicata alla sicurezza interna, l’Italia sta mettendo a punto il sistema di governance nazionale dell’IA e ha da poco insediato il Comitato di Coordinamento per l’aggiornamento della sua Strategia nazionale, presieduto nuovamente dal Rettore Unica Gianluigi Greco. Anche la Calabria si è recentemente dotata di una legge regionale che accompagni l’adozione dell’IA nei servizi, nell’amministrazione e nelle politiche regionali, ponendo come condizione necessaria la centralità dell’uomo e il rispetto della sua dignità.

Questo avviene nel quadro di un’Europa che non sta solo cercando di costruire una propria autonomia strategica nel campo dell’IA, ma di esprimere un nuovo modello nel quale la custodia della Verità, il primato dell’Essere Umano e la tutela dei diritti sociali, individuali e collettivi siano criteri fondanti per orientarne lo sviluppo. In gioco vi è la forma della civiltà che vogliamo costruire nel tempo dell’IA.

Ad evidenziare la tutela della Calabria rispetto a un tema ampio, importante e delicato è Filippo Pietropaolo, Presidente Commissione Bilancio, Programmazione economica, Affari dell’Unione europea e Relazioni con l’estero Consiglio Regionale della Calabria.

La domanda sull’uomo nel tempo dell’algoritmo

È la prospettiva ontologica su cui ci interroga Papa Leone XIV nella sua enciclica dedicata all’IA, Magnifica Humanitas: non “che cosa possono fare le macchine?”, ma “chi è l’uomo?” di fronte a esse. È un modo per riportare il dibattito sul terreno che gli è proprio: quello della dignità, della libertà, della verità, della giustizia sociale. Non soltanto un documento rivolto alla comunità cattolica, in continuità con la grande tradizione della dottrina sociale della Chiesa, ma anche una riflessione più ampia sul destino dell’uomo nel tempo dell’algoritmo, proprio mentre l’algoritmo rischia di ridefinirne i confini.

Se oggi l’IA, res nova del nostro tempo, ridisegna i processi produttivi, l’organizzazione del lavoro e la categoria stessa di lavoratore, i servizi pubblici, la comunicazione, la sicurezza, i processi di costruzione del consenso e perfino la dimensione della realtà, siamo chiamati a valutare, indirizzandolo, il tipo di ordine umano e sociale che essa contribuisce a costruire.

Verità, democrazia e spazio pubblico

Più di ogni altra tecnologia, l’intelligenza artificiale ha la capacità di incidere sul rapporto con la Verità: può alterare la percezione del reale, deformare la struttura dello spazio pubblico, influenzare il processo di formazione dell’opinione pubblica. Deepfake, manipolazione, propaganda computazionale, alterazione del dibattito, produzione seriale di contenuti falsi o opachi finiscono così per collocare sullo stesso piano verità e simulazione, toccando in profondità la qualità della vita democratica.

Allo stesso tempo, le relazioni nello spazio pubblico sono sempre più mediate da piattaforme che selezionano, spingono, oscurano o esaltano. Non soltanto una questione legata all’economia o all’innovazione, ma qualcosa che riguarda il superiore interesse pubblico, l’equilibrio democratico, la tenuta del patto sociale.

Un’IA orientata al Bene Comune

Ponendo al centro i principi di sussidiarietà e solidarietà, Leone XIV compie un’operazione insieme culturale e politica. Sul piano culturale, sottrae l’IA al monopolio del discorso specialistico e la restituisce alla responsabilità della comunità. Su quello politico, cioè sul buon governo della Polis, chiede che l’intelligenza artificiale sia “disarmata”, liberata dalle logiche di dominio, di esclusione, di guerra e di concentrazione oligopolistica del potere. Chiede, in altre parole, che torni a essere uno strumento orientato al Bene Comune, e non una forza capace di dominarci, quasi riprogrammandoci.

Una transizione di questa portata non può essere lasciata nelle mani di pochi. Deve diventare materia di responsabilità condivisa. Per questo servono principi, regole, istituzioni capaci di accompagnare l’innovazione senza idolatrarla; servono politiche pubbliche che non si limitino a inseguire il mercato, ma sappiano orientarlo. Non regole affidate alla retorica, ma criteri operativi capaci di porre l’Uomo, il Creato e il Bene come misura delle scelte. Dati, infrastrutture, capacità computazionale e benefici derivanti dall’IA non possono restare appannaggio di pochi gruppi dominanti.

Il lavoro non può essere trattato come una variabile residuale. La scuola, la formazione e l’alfabetizzazione digitale devono diventare, oggi più di ieri, strumenti di emancipazione personale e sociale e presìdi di pluralismo e democrazia. Non possiamo accettare l’idea che tutto ciò che è tecnicamente possibile sia, per ciò stesso, socialmente desiderabile o moralmente legittimo.

Due città possibili davanti alla rivoluzione dell’IA

Magnifica Humanitas è, in questo senso, un monito prima ancora che un programma. L’essere umano, che non è un fascio di informazioni da classificare, o una sequenza di comportamenti da prevedere, non può essere ridotto a carico residuale di un algoritmo, dentro un paradigma tecnocratico in cui giudizio, prudenza, esperienza, coscienza morale e responsabilità vengono progressivamente compressi. Relazione, collaborazione, rispetto, difesa dei fragili, apertura, concordia sociale e pace sono i pilastri su cui in-formare la sostanza umana del nostro futuro, al di là dei suoi accidenti.

Sant’Agostino scriveva che “due amori hanno fatto due città”. Anche oggi siamo davanti a due città, a due Polis, possibili: quella, novella Babele, in cui la tecnica si fa potere, opacità, concentrazione, manipolazione e nuova disuguaglianza. E quella, nuova Neemia, in cui la tecnica torna a essere ciò che deve essere: uno strumento ricondotto entro un orizzonte di verità, giustizia, dignità e libertà. È questa la scelta che l’intelligenza artificiale ci pone davanti. Non riguarda soltanto gli specialisti, i governi o le grandi imprese, ma l’idea stessa di Uomo che vogliamo custodire nel tempo delle macchine. Perché la questione decisiva non è soltanto quanto diventerà potente l’algoritmo, ma se l’Uomo saprà restare all’altezza della propria responsabilità.


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 Consolato Cicciù

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