Nel 1981 gli anni Ottanta non possiedono ancora l’immagine con cui sarebbero entrati nella memoria collettiva. Le spalline non hanno raggiunto proporzioni monumentali, il colore fluo non ha invaso ogni superficie e l’opulenza di Dynasty deve ancora trasformarsi nel manifesto estetico del decennio. La moda vive piuttosto in una zona di passaggio, sospesa tra la morbida sensualità degli anni Settanta e il culto dell’immagine, del denaro e del successo che segnerà la nuova epoca.
È proprio questo momento incerto ad accompagnare Le schegge, la serie di Ryan Murphy tratta dal romanzo semiautobiografico di Bret Easton Ellis e disponibile su Disney+. Sul fondo di una Los Angeles luminosa e inquietante, un gruppo di adolescenti privilegiati frequenta l’esclusiva Buckley School, trascorrendo le giornate tra ville, ristoranti, automobili decappottabili e feste. L’arrivo del misterioso Robert Mallory coincide però con gli omicidi commessi da un serial killer soprannominato il Pescatore e incrina lentamente la superficie perfetta del loro mondo.
Anche il guardaroba partecipa a questa tensione. Gli abiti seducono, definiscono appartenenze sociali e costruiscono identità, ma diventano al tempo stesso una patina dietro cui nascondere desideri, paure e ossessioni. Il lusso non protegge i protagonisti dalla violenza che li circonda. Rende soltanto più affascinante, e forse ancora più inquietante, il momento in cui il loro universo comincia a disfarsi.
Gli anni Ottanta prima degli anni Ottanta
A costruire il guardaroba della serie sono Lou Eyrich e Josh Marsh, affiancati nel lavoro anche dallo stilista Marc Jacobs. Una presenza particolarmente significativa per un adattamento di Bret Easton Ellis, autore che ha trasformato i nomi degli stilisti e delle maison in parte integrante della propria scrittura. Il contributo di Jacobs aiuta a restituire un 1981 credibile, ancora distante dagli stereotipi sviluppati negli anni successivi, quando volumi esasperati, tinte accese e decorazioni vistose avrebbero definito l’immagine più popolare del decennio.
La tavolozza conserva infatti le sfumature della fine degli anni Settanta, con malva, grigi, azzurri polverosi e colori leggermente spenti, mentre le silhouette iniziano a diventare più asciutte, consapevoli e sensuali. I tocchi cromatici acquistano così maggiore forza e l’atmosfera rimane elegante, morbida e appena malinconica.
Il suo coinvolgimento crea inoltre un suggestivo cortocircuito temporale. Nel 1981 Jacobs era ancora uno studente della Parsons School of Design e avrebbe presentato la propria prima collezione soltanto pochi anni dopo. In Le schegge torna quindi all’epoca in cui la sua identità creativa stava iniziando a formarsi, contribuendo oggi a ricostruire quel mondo dall’interno.
Prima che MTV cambiasse la moda

La scelta di ambientare la storia nel 1981 permette alla serie di raccontare anche un momento decisivo nella circolazione delle tendenze. MTV avrebbe iniziato le trasmissioni soltanto nell’agosto di quell’anno e riviste, cinema, musica e fotografie costituivano ancora le principali fonti d’ispirazione. La moda non viaggiava alla velocità delle immagini contemporanee e conservava differenze più marcate tra Los Angeles, New York, Londra e le altre capitali culturali.
Il guardaroba di Le schegge mantiene quindi qualcosa di profondamente californiano. Le uniformi delle scuole private convivono con jeans, polo, camicie, blazer leggeri e capi sportivi, mentre la luce di Los Angeles alleggerisce persino gli abiti più rigorosi. Il risultato evita la caricatura rétro costruita attraverso leggings, colori al neon e spalline eccessive, concentrandosi su un’eleganza giovanile ancora vicina agli anni Settanta.
Uno dei riferimenti cinematografici centrali è American Gigolo, uscito nel 1980. Il guardaroba creato da Giorgio Armani per Richard Gere aveva introdotto una nuova idea di eleganza maschile, rilassata e sensuale, costruita attraverso giacche destrutturate, tessuti morbidi e tonalità sofisticate. Quella stessa disinvoltura attraversa Le schegge, dove l’abito costoso non appare rigido o cerimoniale, ma diventa una seconda pelle.
I marchi come lessico del privilegio

Gucci, Giorgio Armani, Ralph Lauren, Calvin Klein, Saint Laurent, Chanel. Nell’universo di Bret Easton Ellis i marchi non rappresentano semplici dettagli di costume, ma parole di un preciso vocabolario sociale. L’autore li accumula in elenchi lunghissimi e apparentemente neutrali, accostando abiti, automobili, ristoranti, profumi e locali fino a ricostruire un mondo nel quale l’identità sembra coincidere con ciò che si possiede. Conoscere il nome giusto, indossarlo e riconoscerlo sugli altri significa dimostrare di appartenere alla cerchia corretta.
Le schegge traduce visivamente questo procedimento. I ragazzi della Buckley School abbandonano le uniformi per Gucci e Armani, mentre l’immaginario preppy richiama l’eleganza americana di Ralph Lauren, con polo, camicie Oxford, blazer, maglieria e pantaloni color kaki. Il denim, centrale nel guardaroba giovanile del 1981, rimanda invece al fenomeno dei jeans firmati da Calvin Klein, Jordache, Gloria Vanderbilt e Sergio Valente, diventati proprio allora oggetti del desiderio e indicatori immediati di status.
Il gusto europeo interviene soprattutto quando i protagonisti lasciano la scuola ed entrano nel mondo della notte. Le linee morbide di Giorgio Armani comunicano una sensualità sofisticata e poco appariscente, mentre Gucci aggiunge il peso di un lusso già immediatamente riconoscibile. Pelle nera, completi scuri e occhiali da sole costruiscono intorno a Robert Mallory un’eleganza più ambigua, attraversata dalle suggestioni del post-punk e della new wave.
La presenza insistita dei marchi conserva così la stessa ambivalenza che possiede nei romanzi di Ellis. Da una parte produce desiderio e permette di visualizzare con esattezza ogni scena. Dall’altra rivela il vuoto lasciato da personaggi capaci di descrivere perfettamente una giacca Armani, un paio di jeans Calvin Klein o una borsa Gucci, ma incapaci di dare un nome alle proprie paure.
Il preppy californiano diventa inquietante

Durante il giorno domina il linguaggio preppy dell’alta borghesia americana. Blazer con lo stemma, camicie, polo, pantaloni classici, gonne ordinate e capi sportivi compongono l’uniforme non scritta di ragazzi cresciuti all’interno di un mondo esclusivo. È uno stile pulito e rassicurante, legato alle scuole private e ai country club, ma Ryan Murphy ne altera progressivamente il significato.
Più la storia si oscura, più quell’ordine appare fragile. Le linee precise degli abiti entrano in contrasto con la confusione emotiva dei personaggi, mentre l’apparente innocenza dello stile collegiale amplifica il senso di minaccia. Ogni camicia perfettamente stirata sembra proteggere un segreto e ogni blazer diventa parte della recita collettiva attraverso cui i protagonisti cercano di preservare un’immagine impeccabile.
La moda permette anche di distinguere le diverse personalità secondo un principio vicino a quello di Breakfast Club. Thom Wright incarna il ragazzo sportivo e solare, Robert Mallory introduce una sensualità più scura attraverso pantaloni di pelle e completi cupi, mentre Bret osserva gli altri mantenendo un’eleganza più discreta, coerente con il suo ruolo di narratore e testimone.
Kaia Gerber tra Lauren Hutton e Brooke Shields

Susan Reynolds, interpretata da Kaia Gerber, rappresenta l’ideale femminile americano dell’epoca. La sua bellezza apparentemente spontanea richiama Lauren Hutton e Brooke Shields, con jeans dalla vita alta, camicie, blazer, maglieria e silhouette essenziali. È un guardaroba che evita la teatralità più evidente degli anni Ottanta e costruisce invece un’immagine luminosa, atletica e irraggiungibile.
Proprio questa semplicità rende Susan magnetica. I suoi vestiti sembrano naturali, quasi inconsapevoli, ma contribuiscono a consolidare la posizione della ragazza all’interno del gruppo. La perfezione del look nasconde infatti insicurezze e paure, ricordando come nell’universo di Bret Easton Ellis la bellezza non costituisca mai una promessa di felicità. È piuttosto un capitale sociale, uno strumento di seduzione e, talvolta, una forma di difesa.
Accanto a lei, Debbie Schaffer porta una femminilità più decisa e consapevole, segnata anche dai capelli platino ispirati a Debbie Harry. Il riferimento introduce nella patina borghese della serie l’energia della new wave e del post-punk, anticipando il cambiamento culturale che avrebbe reso il decennio sempre più audace.
Il glamour adulto conserva l’ombra degli anni Settanta

Il contrasto generazionale emerge soprattutto attraverso Liz Schaffer, interpretata da Evan Rachel Wood. Ex modella e madre di Debbie, Liz rimane legata a un glamour più maturo, costruito attraverso autentici capi vintage Saint Laurent e Chanel, tessuti fluidi e una sensualità decadente. Anche quando resta nella propria villa, appare vestita con una cura quasi eccessiva, come se l’eleganza potesse tenere insieme una vita che sta lentamente perdendo consistenza.
Il suo guardaroba conserva l’impronta della fine degli anni Settanta e mostra quanto le epoche non cambino improvvisamente allo scoccare di un nuovo decennio. Le mode si sovrappongono, convivono e vengono interpretate in maniera diversa a seconda dell’età, del luogo e della posizione sociale.
Come nella scrittura di Bret Easton Ellis, ogni cosa appare bellissima proprio nel momento in cui comincia a rompersi.
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Mariella Baroli
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