di Alfredo Muscatello – ”…Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare
Io dico che c’era un tempo sognato
Che bisognava sognare”
Ci sono versi che non invecchiano perché, in fondo, non parlano del tempo ma di noi! Ogni volta che ascolto “C’è tempo” di Ivano Fossati torno lì a quella parola, bisognava.
Non dice che sognare fosse bello. Non dice che fosse utile. Dice che bisognava farlo. Come se il sogno non fosse una concessione alla giovinezza o una distrazione per romantici, ma un dovere! Un esercizio necessario dell’essere umano.
Prima c’è il tempo veloce, quello in cui si semina. Poi quello lento, in cui si aspettano i frutti. C’è il tempo della comprensione, quello in cui ogni tassello trova finalmente il proprio posto. E infine il tempo più ricco, quello del sogno. Non perché sia il più semplice, ma perché è l’unico capace di dare un senso a tutti gli altri.
Oggi quel brano mi è tornato addosso quasi per caso. L’ho riascoltato durante la giornata e, senza saperlo, mi ha accompagnato fino a sera.
Alle diciannove ero seduto tra il pubblico del Malavenda Café, dove il collettivo Ulteriore presentava una nuova stagione di mostre fotografiche. Una tavola rotonda diretta con sensibilità da una giovane curatrice, Teodora, che conosco e con la quale, in altre occasioni, ho condiviso conversazioni sul senso della fotografia. Attorno a quel tavolo si sono alternati ragazzi che stanno costruendo il proprio percorso e figure che rappresentano ormai punti di riferimento della cultura creativa della città.
Sono incontri che accolgo sempre con piacere.
Ogni occasione di confronto, ogni tentativo di contaminazione tra esperienze diverse, ogni spazio restituito alla cultura è un gesto prezioso. Una città vive se produce occasioni di incontro prima ancora che eventi.
Eppure, mentre ascoltavo, continuava a tornarmi in mente Fossati. Mi domandavo quale fosse davvero il tempo dell’arte, quanto bisogna imparare ad ascoltare prima di pretendere di essere ascoltati? Quanto bisogna sbagliare, osservare, dubitare, prima di potersi definire davvero autori?
Quanto un terreno difficile come quello di Reggio Calabria rischi, a volte, di offrirci riconoscimenti prima ancora di averci costretti a maturare
Sono domande che non rivolgo agli altri, le rivolgo prima di tutto a me stesso. Forse è anche per questo che non mi sento mai completamente a mio agio quando mi si chiede di intervenire, si parla di riconoscimenti, di ruoli, di definizioni. Preferisco rifugiarmi nel posto che conosco meglio, quello dell’osservatore.
Da fotografo questa riflessione mi accompagna da anni. Spesso mi chiedono perché non abbia sempre una macchina fotografica con me. La risposta sorprende molti. Non fotografo per accumulare immagini, e non sento il bisogno di scattare a ogni costo. Al contrario di tanti colleghi che stimo profondamente, per me il tempo dello scatto coincide quasi sempre con il tempo del sogno. Molte fotografie nascono molto prima del clic. Nascono mentre osservo, mentre immagino, mentre lascio che il mondo decanti dentro di me. Lo sguardo, più dell’obiettivo, conosce il valore dell’attesa. E quell’attesa non è tempo perso. È già fotografia.
Forse è proprio questo che oggi stiamo perdendo.
Ci siamo convinti che maturare significhi rinunciare. Abbiamo sostituito l’immaginazione con l’adattamento, il desiderio con la sopravvivenza. Ci raccontano che essere adulti significhi accontentarsi di ciò che è possibile, mentre la storia dell’umanità è sempre cominciata da qualcuno che ha creduto possibile ciò che ancora non lo era.
È un nichilismo educato, quasi elegante. Non urla che tutto è inutile. Ti sussurra, con infinita cortesia, che non vale più la pena immaginare un’alternativa. Eppure tutta la migliore cultura che amo mi ha insegnato l’opposto.
Fossati ci consegna il sogno come un’eredità, con la forza mite dei grandi maestri, ci ricorda da sempre che la fantasia non è un’evasione dalla realtà, ma il modo più serio di prepararsi ad affrontarla.
C’è però un pensiero che continua ad accompagnarmi quando guardo la mia città.
A Reggio Calabria sembriamo soffrire di un peccato originale, un individualismo che spesso supera perfino il bisogno di costruire insieme. L’affermazione personale diventa il centro di tutto. E, sia chiaro, cercare il proprio posto nel mondo non è una colpa, anzi, è persino necessario. Il problema nasce quando impariamo a bastare soltanto a noi stessi.
Mi vengono in mente le balene. Durante le loro immersioni imparano a consumare sempre meno ossigeno trattengono il respiro per tempi che sembrano impossibili ma rimangono mammiferi. Prima o poi devono riemergere, non perché siano deboli, ma perché quella è la loro natura e forse vale anche per noi.
Possiamo convincerci per anni di non avere bisogno degli altri. Possiamo costruire carriere, riconoscimenti, piccole isole di autorevolezza. Possiamo persino imparare a vivere trattenendo il fiato. Ma arriva sempre il momento in cui bisogna tornare in superficie, quell’aria, nell’arte come nella vita, ha il nome della condivisione.
Le grandi trasformazioni della storia non sono nate dalla rassegnazione. Nessuna conquista sociale, nessuna rivoluzione culturale, nessuna opera d’arte è stata generata dall’abitudine. Qualcuno, prima di tutti gli altri, ha avuto la necessità e il coraggio di immaginare ciò che ancora non esisteva, è per questo che mi inquieta una politica che ha smesso di produrre immaginario. Allora torno ancora una volta a quel verso.
Per questo il tempo più ricco non è quello in cui comprendiamo tutto, ma è quello in cui troviamo ancora il coraggio di desiderare ciò che non esiste. Significa allenare il bello prima ancora di incontrarlo. Significa non smettere di immaginare un mondo, solo perché nessuno ha ancora avuto abbastanza fiducia per costruirlo. Sognare non significa fuggire dalla realtà ma guardarla negli occhi e rifiutarsi di credere che sia già definitiva.
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claudio
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