Per capire quanto sia strana la storia di Park Geon-roung bisogna partire da un paradosso: probabilmente miliardi di persone hanno visto il suo volto, ma pochissime hanno saputo il suo nome. Aveva appena sei anni quando apparve davanti a uno sfondo azzurro, con le mani sopra la testa a imitare la pinna di uno squalo e quella mimica esagerata che chiunque abbia avuto a che fare con un bambino nell’ultimo decennio riconoscerebbe in pochi secondi. Il video era Baby Shark Dance, pubblicato da Pinkfong su YouTube il 17 giugno 2016, e Park non era neppure la voce della canzone: a cantarla era la giovanissima coreano-americana Hope Segoine, mentre lui ed Elaine Kim Johnston erano i bambini che la interpretavano davanti alla telecamera.
Dieci anni dopo, il ribaltamento non potrebbe essere più perfetto. Il bambino che tutti hanno visto ma quasi nessuno ha ascoltato sta per pubblicare una canzone nella quale, questa volta, la voce è la sua.
The Pinkfong Company ha annunciato che Park Geon-roung, oggi diciassettenne e ancora identificato in Corea con il soprannome di “Baby Shark Boy”, pubblicherà il prossimo 20 agosto il digital single WAVE, brano in lingua coreana di cui ha partecipato alla scrittura dei testi e che vedrà la collaborazione di Joohoney dei MONSTA X. Una scelta tutt’altro che ornamentale, perché Joohoney appartiene a una generazione di idol che ha costruito parte della propria identità proprio sulla scrittura, sul rap e sulla partecipazione creativa alla musica, e la sua presenza rende immediatamente leggibile ciò che Pinkfong vuole fare con Park: non limitarsi a sfruttare la nostalgia per il bambino di uno dei più grandi fenomeni virali della storia, ma accompagnarlo dentro un linguaggio pienamente riconoscibile come K-pop.
Diciassette miliardi di visualizzazioni dopo
I numeri, in questo caso, sono talmente grandi da aver quasi perso significato. Alla fine di luglio 2026 Baby Shark Dance aveva superato i 17,1 miliardi di visualizzazioni e continua a essere il video più visto nella storia di YouTube, con un vantaggio enorme sugli altri contenuti della piattaforma. Quando nel novembre 2020 superò Despacito di Luis Fonsi e Daddy Yankee, conquistando il primo posto assoluto, sembrava uno dei tanti primati curiosi prodotti dalla cultura di Internet; nel gennaio 2022 diventò invece il primo video nella storia di YouTube a raggiungere dieci miliardi di visualizzazioni e da allora quella posizione non l’ha più realmente messa in discussione.
Ridurre Baby Shark a una filastrocca diventata virale, però, significa non cogliere la dimensione di ciò che Pinkfong è riuscita a costruirci attorno. Nel maggio 2026 la canzone ha superato anche un miliardo di stream su Spotify, entrando nella Billions Club della piattaforma, dopo essere rimasta per venti settimane nella Billboard Hot 100 e aver ottenuto certificazioni che normalmente appartengono al pop globale, tra cui il Diamond negli Stati Uniti e il cinque volte platino nel Regno Unito. Nel frattempo il personaggio si è trasformato in serie animate, film, spettacoli dal vivo, prodotti, esperienze immersive e un IP distribuito in decine di lingue e Paesi.
È una delle storie più singolari del soft power coreano contemporaneo proprio perché è cresciuta ai margini delle categorie attraverso cui siamo abituati a descrivere la Hallyu. Baby Shark non è un K-drama, non nasce come K-pop nel significato industriale che attribuiamo al termine e non dipende dalla costruzione tradizionale di un fandom di idol; eppure è un prodotto nato in Corea che ha attraversato le frontiere linguistiche con una velocità e una capillarità che pochissimi fenomeni culturali sudcoreani hanno mai raggiunto.
Dentro quella storia gigantesca, però, c’era un bambino.
Da Baby Shark Boy a Park Geon-roung
Il fatto che Park oggi voglia trasformare quel ricordo in un punto di partenza anziché trascinarselo dietro come una curiosità biografica è forse la parte più interessante della sua nuova avventura.
Nel 2025 Pinkfong lo aveva riportato sotto i riflettori in occasione delle celebrazioni per il decennale di Baby Shark. Nei brevi video pubblicati sui social, il montaggio giocava inevitabilmente sulla trasformazione: da una parte il bambino del 2016, dall’altra un adolescente ormai irriconoscibile, che continuava però a presentarsi sul proprio profilo Instagram come “Babyshark Boy”. La reazione era stata immediata, alimentata da quell’effetto temporale che Internet conosce molto bene: milioni di persone che avevano visto crescere i propri figli con quella canzone scoprivano all’improvviso che nel frattempo era cresciuto anche il bambino nel video.
Quelle apparizioni celebrative hanno raccolto, secondo i dati comunicati dalla società, complessivamente circa 22 milioni di visualizzazioni. Ma Park non era rimasto completamente fuori dall’intrattenimento durante gli anni trascorsi tra il video e oggi. Nel 2020 aveva infatti debuttato con Play With Me Club, progetto musicale co-ed dedicato a un pubblico giovane, pubblicando Let’s Play e partecipando anche alla realizzazione dei testi insieme agli altri membri.
Per questo definire WAVE semplicemente come il suo “debutto nel K-pop” richiede una piccola precisazione. Non è il primo momento in cui Park canta o fa parte di un progetto musicale, ma rappresenta il suo primo vero passaggio solista verso un’identità artistica autonoma, fuori dal contenitore infantile nel quale il pubblico lo aveva conosciuto.
Ed è proprio questa distinzione a rendere la storia migliore.
Per dieci anni è stato il volto della voce di qualcun altro
C’è una frase pronunciata da Park nell’annunciare WAVE che spiega molto più di una normale dichiarazione promozionale.
«Sono sempre stato grato che le persone ricordassero ancora un video al quale avevo partecipato da bambino», ha raccontato. «Dieci anni fa ballavo accanto a Baby Shark. Questa volta volevo condividere la mia voce e una storia che ho scritto io stesso».
È difficile immaginare una dichiarazione più precisa per descrivere la condizione di chi è diventato famoso prima ancora di poter scegliere che cosa fare della propria fama.
Park appartiene infatti a una generazione particolare di bambini cresciuti dentro la memoria permanente delle piattaforme. Per le generazioni precedenti una pubblicità, una comparsa televisiva o persino una piccola parte cinematografica potevano progressivamente scomparire dagli archivi della cultura pop; per chi è nato nell’era di YouTube, invece, l’infanzia può continuare a essere riprodotta miliardi di volte mentre la persona che vi compare diventa adolescente, poi adulta, costruisce gusti e identità completamente diversi da quelli associati a quell’immagine.
Nel caso di Park la proporzione assume dimensioni quasi surreali: mentre lui cresceva, il bambino che era stato a sei anni continuava ogni giorno a ballare davanti a milioni di altre persone.
E qui WAVE diventa qualcosa di più interessante di una semplice operazione nostalgia, almeno nelle intenzioni dichiarate. Il punto non è cancellare Baby Shark, perché Park non sembra volerlo fare e continua anzi a riconoscere apertamente quella parte della propria storia; si tratta piuttosto di aggiungere finalmente un soggetto all’immagine, trasformando “il bambino di Baby Shark” in una persona alla quale associare un nome, una voce e una scrittura.
Joohoney e il ponte con il K-pop
La presenza di Joohoney contribuisce inevitabilmente a dare al progetto una credibilità diversa. Membro dei MONSTA X, rapper e autore, Joohoney rappresenta esattamente quella dimensione del K-pop in cui l’idol non è soltanto interprete ma partecipa alla costruzione della propria musica. L’accostamento con un diciassettenne che sceglie di presentarsi con un brano co-scritto da lui rende quindi il featuring particolarmente coerente e, nello stesso tempo, permette a Park di entrare nel sistema senza essere lasciato solo con l’etichetta che lo accompagna dall’infanzia.
Il titolo stesso, WAVE, sembra quasi impossibile da separare dalla sua biografia, anche senza attribuirgli significati che scopriremo soltanto quando il brano sarà pubblicato. Un’onda è esattamente ciò che Baby Shark è stata: una piccola canzone per bambini capace di propagarsi da uno schermo all’altro fino a diventare un fenomeno globale, trascinando con sé anche il volto di un bambino che non avrebbe potuto sapere dove quell’onda lo avrebbe portato.
Adesso Park prova a generarne una propria.
Il lato più curioso della Hallyu: quando Baby Shark incontra il K-pop
C’è infine qualcosa di profondamente coreano nel percorso che unisce i due estremi della sua storia. Baby Shark dimostra da dieci anni quanto il successo globale dei contenuti sudcoreani sia molto più largo del solo K-pop: The Pinkfong Company ha costruito un’impresa globale partendo da una logica digital-first, localizzando i propri contenuti per mercati differenti e trasformando un video di poco più di due minuti in un ecosistema di proprietà intellettuale. Nel 2026 l’azienda continua a descrivere Baby Shark come il proprio grande motore internazionale, mentre espande contemporaneamente altre IP come Bebefinn e sperimenta perfino esperienze basate sull’intelligenza artificiale.
Il debutto di Park chiude quindi un cerchio curioso: uno dei volti più riconoscibili del K-content globale prima ancora che il mondo imparasse a usare con tanta facilità questa espressione entra ora nel sistema musicale che più di ogni altro ha reso la Corea del Sud una potenza culturale contemporanea.
E forse il dettaglio più affascinante rimane proprio quello più semplice. Nel 2016 Park Geon-roung non cantava Baby Shark: ballava davanti alla telecamera mentre qualcun altro prestava la voce alla canzone. Il 20 agosto 2026, quando arriverà WAVE, il pubblico che per dieci anni lo ha conosciuto senza conoscerlo potrà finalmente fare il contrario: non guardare soltanto Baby Shark Boy, ma ascoltare Park Geon-roung.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Marianna Baroli
Source link




