Roberta Metsola: “L’Ue deve investire di più per la propria sicurezza. Non può contare sugli altri”


BRUXELLES. L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea rappresenta «un investimento geopolitico» che porterà «benefici reciproci». Alla vigilia dell’ultima plenaria del Parlamento europeo prima della pausa estiva, che coinciderà con il vertice Nato di Ankara, la presidente Roberta Metsola fa il punto sui principali dossier al centro dell’agenda Ue. E torna sul tema delle spese militari, invitando l’Europa ad «assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza»perché «il tempo in cui potevamo contare sugli altri per proteggerci è finito».

L’Unione europea ha dato il via libera all’apertura del primo capitolo negoziale con l’Ucraina: bisogna aprire tutti gli altri il prima possibile, come chiede Kiev, oppure meglio fare un passo alla volta?
«I fatti contano più delle parole. L’apertura del primo capitolo negoziale con l’Ucraina e la Moldova dimostra che l’allargamento non è più una promessa per il futuro, ma una realtà geopolitica. Entrambi i Paesi stanno portando avanti un importante percorso di riforme in condizioni estremamente difficili e l’Ue continuerà a sostenerli lungo questo cammino».

Va seguito l’iter di adesione standard oppure è il caso di introdurre formule creative, magari prevedendo un’integrazione graduale?
«L’allargamento resta un processo fondato sul merito: ogni Paese candidato deve soddisfare criteri chiari e raggiungere traguardi precisi, secondo un percorso che tiene conto delle sue specificità, con l’obiettivo finale della piena adesione all’Unione europea. Il Parlamento europeo è da sempre tra i più convinti sostenitori dell’allargamento».


Che cosa risponde a chi, anche in Italia, è scettico sull’ingresso di Kiev perché teme un indebolimento dell’Ue?
«Capisco che possano esserci dubbi e preoccupazioni, ed è importante affrontarli senza sottovalutarli. Dobbiamo ascoltare i cittadini, costruire fiducia e spiegare con chiarezza quali benefici concreti l’allargamento può portare sia ai Paesi candidati sia all’Unione europea. L’Ucraina dispone oggi di alcune delle capacità di difesa più avanzate d’Europa ed è all’avanguardia nei servizi pubblici digitali, nonostante la guerra. Sono ambiti nei quali anche l’Ue può rafforzarsi grazie a una cooperazione sempre più stretta. Secondo gli ultimi sondaggi, il 74% degli italiani considera l’Unione europea un punto di stabilità in un mondo attraversato da crisi e conflitti. Proprio in un contesto internazionale così instabile, l’allargamento rappresenta uno dei più importanti investimenti geopolitici che possiamo fare: significa un’Europa più sicura, più stabile e più prospera».


Un’Unione europea più “larga” rischia però di diventare più difficile da gestire: è necessario rivedere i processi decisionali, per esempio abolendo il diritto di veto in determinati ambiti? È il momento di rimettere mano ai Trattati?
«Chi ben comincia è a metà dell’opera. Prepararsi a un’Unione a 27+ significa innanzitutto fare bene i compiti a casa. Possiamo già intervenire su molti aspetti che rientrano nelle nostre competenze attuali. Il Parlamento europeo ha già avviato riforme interne per rendere i propri processi decisionali più rapidi, trasparenti ed efficienti. Parallelamente, dobbiamo concentrarci sui cambiamenti nel lungo periodo che riguardano le nostre istituzioni, il bilancio europeo e i nostri processi decisionali. Non si tratta di un dibattito che ci spaventa, al contrario: è una discussione necessaria e ormai inevitabile. Sono convinta che tutti insieme saremo in grado di realizzare i cambiamenti necessari».


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La Difesa è una delle grandi sfide per l’Ue, ma molti cittadini faticano ad accettare un aumento delle spese militari: quali sono i suoi argomenti per convincerli?
«L’Europa deve assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza. Il tempo in cui potevamo contare sugli altri per proteggerci è finito: dobbiamo essere in grado di difenderci da soli. Per questo stiamo investendo di più nelle nostre industrie e nelle nostre persone. L’Italia svolge un ruolo fondamentale come pilastro della base industriale della difesa europea, grazie a solide reti di ricerca e innovazione, a poli industriali regionali e a ecosistemi ben integrati».

Il vertice Nato servirà per trovare le giuste risposte e fornire i necessari chiarimenti?
«Mentre rafforziamo le nostre capacità, il vertice Nato rappresenta un’occasione importante per fare il punto ma anche per guardare avanti: oggi la domanda chiave è su cosa e dove investiamo. La Nato resta la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva, ma un’Europa più autonoma sul piano della difesa sarà anche un alleato più forte».

Intanto, però, Donald Trump continua ad attaccare l’Europa. Nei giorni scorsi ha anche minacciato dazi ai Paesi europei che applicano una Digital Tax: come rispondere all’ennesimo ricatto?
«Sono e resto una convinta sostenitrice della storica e profonda alleanza tra gli Stati Uniti e l’Europa, perché fondata su valori e idee condivise. Il nostro legame è forgiato nell’acciaio europeo che vive nella Statua della Libertà. La nostra relazione economica sostiene 16 milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico. Naturalmente, il nostro rapporto deve sempre basarsi su fiducia e rispetto reciproci. Dovremmo concentrarci sul rafforzamento delle aree della nostra cooperazione che portano benefici a tutti, dalla tecnologia all’energia e oltre. Abbiamo accolto con favore il voto sull’accordo commerciale Ue-Usa e il fatto di averlo portato a termine con importanti garanzie».

Di recente, il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri che è stato criticato da molte associazioni umanitarie: non teme per il rispetto dei diritti dei migranti?
«La normativa prevede garanzie per le persone interessate da procedure di rimpatrio, che devono avvenire in condizioni di sicurezza e con dignità, nel rispetto dei principi sanciti in particolare dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La tutela dei diritti umani e della dignità della persona è il fondamento su cui si basa la nostra Unione ed è una condizione essenziale per qualsiasi atto legislativo europeo. Il Parlamento europeo resterà sempre il principale promotore e il più forte difensore dei nostri valori europei condivisi. Questo regolamento rappresenta un passo importante verso un sistema europeo più efficace, poiché rafforza e completa il Patto dell’Ue sulla migrazione e l’asilo. Era necessario contrastare gli abusi di chi sfrutta la migrazione irregolare e ridurre la frammentazione delle politiche di rimpatrio tra gli Stati membri».

Il regolamento è stato approvato con una maggioranza di centro-destra, diversa da quella che ha eletto Ursula von der Leyen: la doppia maggioranza è ormai la regola in questo Parlamento europeo oppure la coalizione “tradizionale” ritroverà la sua centralità?
«Questo è un Parlamento molto diverso rispetto al passato. È composto oggi da otto gruppi politici che riuniscono oltre 200 partiti nazionali, lungo l’intero spettro politico. Le maggioranze, quindi, variano a seconda dei temi in discussione. È questa la natura della democrazia. Ciò che vediamo, tuttavia, è che la grande maggioranza delle leggi approvate dal Parlamento europeo continua a essere sostenuta da una solida maggioranza centrista e pro-europea. Lo abbiamo visto recentemente sui diritti dei passeggeri del trasporto aereo, sul sostegno all’Ucraina e sul bilancio a lungo termine dell’Ue».

Sui diritti dei passeggeri, il Parlamento ha respinto il tentativo dei governi di ridurre le tutele per chi viaggia?
«Per un Paese come l’Italia, dove il turismo e la connettività sono così importanti per l’economia, il rafforzamento dei diritti dei passeggeri ha un valore fondamentale. L’accordo rappresenta un passo avanti significativo per i milioni di italiani ed europei che ogni giorno si affidano al trasporto aereo. Sono stati necessari 13 anni di negoziati e l’Italia è stata un partner importante per sbloccare finalmente il dossier».


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 dal nostro corrispondente Marco Bresolin

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