Pubblichiamo la cinquina finalista della 31ª edizione del Campiello Giovani, il concorso della Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto, che ha scelto di investire nella generazione di aspiranti scrittori tra i 15 e i 21 anni. Il meccanismo è un racconto a tema libero e inedito. Sarà la Giuria dei Letterati a decretare il vincitore il 18 settembre, mentre la premiazione avverrà durante la serata finale del Premio, in programma il 3 ottobre al Lido di Venezia.
Il sapere non lo definiva più; al massimo, lo accompagnava come muta reliquia. Ogni tanto riaffiorava un’immagine di casa, ma opaca, senza presa. Non gli apparteneva più. Nei panopticon il tempo non avanza: ruota.
Dormiva come dormono i guardiani, con una parte di sé sempre desta, sempre in ascolto. La sua coscienza si era fatta architettonica. La struttura lo esprimeva, non era lui a esserne ospite. E quando si svegliava il corpo gli pareva via via più leggero e insieme più estraneo. Non gli apparteneva più del tutto. Forse gli era stato prestato.
I corridoi lo chiamavano, non a parole. Un peso dietro la fronte, un caldo improvviso nello sterno, la vista che si appannava. Camminava. Sempre, anche quando restava fermo. I passi. I suoi passi. Rimbombavano. Gli sbattevano contro le tempie, gli penetravano nelle ossa. Gli facevano male, e lui ne godeva. Per la prima volta pensò razionalmente a “loro”. Ai controllati. A quei corpi bassi, rannicchiati a qualche parete di distanza da lui. Costretti a sentire quei passi, su cui non avevano alcun controllo. Li immaginò irrigiditi, paralizzati dal terrore di essere visti nel male. Ma lui non li vedeva, e proprio per questo loro erano inferiori, ombre inchiodate dalla colpa. Lui invece era pieno, necessario. Passi colpevoli. Strisciavano. Si perdevano. Morivano subito. E se Argo tratteneva il respiro, quel silenzio era una belva pronta a scattare. Allora ne bastava uno solo. Il panopticon tremava. O forse era lui. Rideva, a volte. E sentiva gli occhi bruciare e il cuore correre senza una direzione. Era troppo. Era giusto. Sentiva crescere un piacere freddo, quasi religioso, la certezza che il mondo, lì dentro, funzionasse finalmente secondo una giusta misura: la sua. Se quel boato gli spaccava il petto e insieme lo inebriava, cosa doveva suscitare in chi non aveva difesa, in chi viveva già piegato? Quel pensiero scivolava, vischioso, nel profondo. Carne addestrata a tremare. Lui no. Lui era la condizione stessa del loro tremito. La loro debolezza colava verso di lui e lo nutriva. Rimanere. Restare al centro. Non cedere. Il rumore cresce sempre. Lo sentiva sotto la pelle, nei denti, nelle ginocchia: un ronzio pieno. Passi. I suoi passi. Sempre, serviva sempre il gesto e serviva solo il gesto.
Non doveva guardare. Gli occhi persino gli bruciavano. Le palpebre pesanti, sudore freddo lungo la schiena. Sorrise, o forse digrignò i denti. Se avesse smesso? No, non poteva. Perché se si fosse fermato, anche solo per un istante, il vuoto avrebbe parlato al posto suo. E il vuoto era peggio. Il vuoto concedeva illusioni e speranze. Movimento. No. Camminava, le gambe dure, le articolazioni irrigidite, ma la mente non chiedeva mai tregua. Se il Panopticon non dormiva, neppure lui avrebbe dormito. In quella ripetizione ossessiva, in quel cerchio errante, Argo sentì qualcosa cedere: un ultimo legame silenzioso. Un nome forse. Un volto. Un prima. Si spezzò senza rumore.
All’apice di quella tensione insostenibile, sentì nascere un’esigenza nuova, violenta, irreprimibile. Tagliare, recidere nettamente, gettare via. Intravide il proprio riflesso nello specchio. Ora non ne aveva più bisogno: sapeva com’era fatto. Lo colpì, mirando al volto di quel suo doppio superfluo. Il primo pugno fece fiorire una ragnatela di crepe. Il secondo esplose in un suono secco e cristallino, e mille frammenti si dispersero sul pavimento e addosso a lui. Gli lacerarono la pelle della mano. Il sangue sgorgò, scuro. Il neon si spense: era notte. Gli parve giusto che anche il corpo versasse il suo tributo. Nel buio assoluto si diresse verso il telefono e colpì anche quello, recidendone i cavi con una scheggia dello specchio. Lo divelse dalla parete. Raggruppò tutti i libri e i vestiti diversi dalla divisa, era agile nello spostarsi al buio, conosceva quella stanza meglio di sé. Imboccò il corridoio che portava all’uscita, in qualche istante fu fuori e la luce lo investì. Il sole era alto e spietato proprio perché inaspettato: il giorno lo aggrediva. Corse verso il bordo della scogliera. Gettò per primi i vestiti del suo tempo umano, che fluttuarono nell’aria come pelli morte e scomparvero tra le onde. Poi i libri: li lasciò andare a uno a uno, ed essi, precipitando nell’aria, si aprivano e parevano esalare un ultimo respiro. Infine fu la volta di quel che restava del telefono. Il mare inghiotte tutto.
L’azzurro, l’abisso scintillante, la rapida ingestione degli oggetti che aveva appena sacrificato: tutto ciò gli passò davanti come un’apparizione secondaria che non ebbe il tempo di contemplare, perché una convinzione, improvvisa e assoluta, gli si era insediata nel petto: un attacco sarebbe giunto a breve. In quel preciso intervallo di vulnerabilità, in cui egli aveva varcato la soglia e lasciato che il suo corpo fosse visto dal cielo e non dalla notte artificiale, i prigionieri, quegli esseri muti e colpevoli, quella presenza relegate al perimetro dell’ombra, avrebbero colto l’occasione. Era questo il prezzo della cesura. Voltò le spalle al mare e rientrò, veloce. La porta si richiuse dentro di lui con un suono cavernoso. L’oscurità dell’interno lo avviluppò immediatamente, decisa, familiare, quasi misericordiosa dopo l’oltraggio del sole. Tutto tornava alla giusta misura. Tuttavia, il corridoio non era mai stato così lungo. Lo ricordava stretto e funzionale, un mero vettore che conduceva dalla soglia al cuore del cubo; ora invece la sua percezione alterata lo spinse a credere che la struttura si stesse dilatando per forzarlo a comprendere fino in fondo ciò che stava per accadere. Avanzava di fretta, ma si trascinava lentamente. I passi si propagavano smisuratamente, mentre ogni altro rumore rimaneva sepolto in un silenzio sospetto, troppo compatto per essere innocente.
Pensò: stanno trattenendo il respiro. Pensò: si sono disposti lungo le pareti.
Pensò: mi osservano senza essere visti, come io li ho osservati senza vederli.
La convinzione della loro imminenza lo lacerava, ne avvertì il peso fisico. Gli sembrò naturale che il primo colpo sarebbe giunto alle spalle, perché così fanno i colpevoli, così agiscono le creature della periferia morale. Continuava a camminare, un atto di fede e al tempo stesso di sfida. Se si fosse fermato, se avesse ceduto all’impulso di voltarsi di scatto, avrebbe ammesso una simmetria con loro, una reciprocità che non contemplava. Il corridoio pareva non finire mai. Non c’erano più i libri, non c’erano più i nomi, non c’era più nemmeno Argo, ma questo non lo sapeva.
Adesso, pensò, è adesso. Eppure nulla accadde.
Ma quell’assenza non lo tranquillizzò. Al contrario, lo rese più teso. Pensò, con una lucidità febbrile, che forse l’attacco non consistesse in un gesto, ma in una possibilità permanente. Quando raggiunse la sala centrale, non c’era stato alcun assalto. Nessuna mano, nessun’arma, nessun corpo e nessun grido. In quel nulla di fatto, Argo ebbe la conferma oscura che il mondo, trattenendosi dall’agire, avesse implicitamente riconosciuto la sua centralità. E questa, senza che lui fosse in grado di formularla razionalmente, fu la prima vera vittoria del suo delirio.
La solitudine, che un tempo lo aveva ferito, ora era prova di purezza. Essere solo significava essere uno, ed essere uno voleva dire essere il centro. Essere il centro, essere reale. Tutto il resto era colpa.
Ciò che Argo non comprese mai è che non esistevano prigionieri. Nei corridoi, altri cento residui di esseri umani ascoltavano i propri passi rimbombare come quelli di un dio e, ciascuno di loro nella propria “sala centrale”, era convinto di essere l’unico a guardare.
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OFELIA FIORETTI
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