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Il silenzio dell’Islanda è rotto solo dal vento pungente dell’Atlantico e dal crepitìo dei passi sul ferro arrugginito. Nel porto di Reykjavík è notte fonda. Un ragazzo cammina al buio sulle lamiere corrose, sospeso sull’acqua scura, di fronte alle sagome spettrali di due baleniere. Sono i relitti della flotta di Kristján Loftsson, il magnate della caccia alle balene, affondate negli Anni 80 dagli eco-attivisti di Sea Shepherd in quella che fu la loro prima, clamorosa, azione dimostrativa. Recuperate pochi giorni dopo l’attacco, le navi giacciono ancora lì, sorvegliate e interdette al pubblico. Ma il ragazzo non è in cerca di un tesoro, è in cerca di una storia.
L’Urbexing (o Urban Exploration) è l’arte di esplorare strutture abbandonate, spesso invisibili agli occhi della società moderna. Questa pratica nasce negli Anni 90 in Canada, a Toronto, grazie all’iniziativa del fotografo e scrittore Jeff Chapman, noto con lo pseudonimo di “Ninjalicious”. Chapman coniò il termine “Urbexing”nel 1996, lo stesso anno della pubblicazione del libro Access all areas: A user’s guide to the art of urban exploration, ma fu anche autore della rivista Infiltration, “la fanzine sull’andare in posti dove non dovresti andare”, che descriveva l’arte d’infiltrarsi in edifici inaccessibili al pubblico: tunnel, edifici abbandonati, fogne, tetti e piscine di alberghi abbandonati. Se l’Urbexing ha mosso i primi passi nelle metropoli canadesi, anche in Italia gli appassionati di questa disciplina hanno trovato un vero e proprio paradiso di archeologia.
La Penisola gode infatti di un enorme patrimonio di edifici abbandonati. Secondo i dati Istat e quanto riportato dalle stime prodotte dal Cescat, il Centro Studi Casa Ambiente e Territorio, gli edifici abbandonati in Italia sarebbero quasi 7 milioni, di cui quasi 2 milioni di case disabitate, oltre 50 000 palazzi storici e castelli, 20 000 strutture religiose dismesse e 5 300 paesi fantasma. Negli ultimi anni il fenomeno dell’urbexing ha smesso di essere una sottocultura per pochi iniziati ed è diventato una tendenza di massa. Un tentativo di trovare un’alternativa a un mondo mappato al millimetro, dove ogni angolo è recensito su TripAdvisor o geolocalizzabile su Instagram. I luoghi abbandonati sono gli ultimi luoghi rimasti davvero inesplorati.


La pratica ha acquisito popolarità anche online, registrando un’impennata sui social network: ad oggi, gli hashtag legati all’Urbex contano miliardi di visualizzazioni su TikTok e su Instagram. I video di giovani che s’introducono in vecchie discoteche Anni 90 o in manicomi dismessi generano un notevole traffico online. I forum e i siti Web dedicati all’urbexing costituiscono il cuore pulsante della community globale di esploratori urbani. Essi fungono sia da archivio, sia da strumenti operativi essenziali per la pianificazione delle avventure. Il panorama digitale si divide principalmente tra piattaforme di mappatura e forum di discussione. Tra i siti Web specializzati spiccano Urbexology, con una mappa di luoghi abbandonati con oltre 60 000 posizioni aggiornate quotidianamente, e UrbexVault, con oltre 7 000 aree catalogate con coordinate Gps esatte, foto e recensioni della community. Piattaforme come Carte-Urbex.com facilitano la ricerca sul campo grazie al lavoro di appassionati esperti e al collegamento con gruppi social dedicati per zona. Esistono inoltre forum online storici come Urban Exploration Resource (Uer) e Uer.ca, spazi digitali che non si limitano a condividere coordinate, ma mettono a disposizione sezioni specifiche per i principianti, consigli sulla sicurezza, approfondimenti fotografici e thread geografici pensati per connettere gli esploratori, promuovendo una cultura di rispetto e salvaguardia dei luoghi abbandonati.
Da quando la pratica è diventata virale, tuttavia, sono emerse diverse problematicità. Lo racconta Davide Calloni, co-fondatore e responsabile editoriale di Ascosi Lasciti, una realtà nata nel 2008 da un’idea di Alessandro Tesei come progetto editoriale e di ricerca fotografica. Il nome, volutamente antico e ricercato, evoca il mistero degli edifici dimenticati; la ripetizione ravvicinata della lettera “S” ha un intento onomatopeico, scelto per richiamare il fruscio del silenzio che caratterizza i luoghi abbandonati. Accanto al progetto editoriale – di cui Davide Calloni cura libri, video e articoli – è nata un’associazione culturale che conta circa un centinaio di tesserati e una rete di collaboratori presenti in quasi ogni regione italiana, oltre ad alcuni contatti all’estero. Mentre la parte editoriale si occupa di documentare le storie andate perdute insieme ai proprietari degli immobili, l’associazione si occupa di dialogare con gli enti pubblici, organizzando mostre fotografiche e convegni per sensibilizzazione il pubblico sul tema del recupero dei beni culturali dimenticati.


Nel corso degli anni, il lavoro dell’associazione ha attirato l’attenzione del mondo della cultura e dello spettacolo, dando vita a importanti collaborazioni, come la realizzazione di videoclip musicali per artisti del calibro di Caparezza, Fedez e Max Pezzali. Il team di Ascosi Lasciti vanta competenze estremamente eterogenee – che spaziano dagli archeologi di professione fino ad attori e speaker – grazie alle quali realizza documentari e produzioni cinematografiche internazionali. Tra queste, una recente collaborazione con il canale televisivo franco-tedesco Arte tv, che si è occupata di documentare la riqualificazione degli immobili nel Sud Italia. La grande visibilità mediatica dell’Urbex ha però esposto i creatori di contenuti a dinamiche spiacevoli, legate soprattutto alla tutela dei luoghi. Molti nuovi content creator, a caccia di clic facili, spesso inseriscono nei post le coordinate Gps e le geolocalizzazioni precise delle strutture. Il risultato è la nascita di vere e proprie “carovane” di persone che si riversano in massa in siti fragili: «Spesso si tratta di visitatori improvvisati, che ignorano le regole base della sicurezza, o di sciacalli intenzionati ad arraffare oggetti storici», spiega Calloni. Proprio per evitare questo fenomeno, Ascosi Lasciti ha adottato una linea etica rigorosa, preferendo tutelare la riservatezza dei luoghi anche a costo di rinunciare a una crescita facile in termini di follower, nel pieno rispetto del codice etico dell’Urbex: “Non prendere nulla se non foto, non lasciare nulla se non impronte”.
Per quanto riguarda il profilo legale della pratica dell’urbexing, Davide definisce lo scenario italiano un vero e proprio “ginepraio”, dove ogni caso fa storia a sé. Le sanzioni più severe per chi pratica questa disciplina riguardano le intrusioni nelle aree militari – protette da espliciti cartelli di divieto – e nelle ville private, dove scatta il reato di violazione di domicilio qualora la proprietà sia ancora frequentata, anche solo saltuariamente. In assenza di queste condizioni, Calloni spiega che la giurisprudenza è più favorevole agli esploratori: se l’immobile riversa in condizioni di fatiscenza, privo di recinzioni e accessibile senza necessità di scasso, la rilevanza penale decade. I rischi si spostano così sul piano civile, in particolare per violazione della privacy o diffamazione, nel caso in cui la divulgazione di dettagli sensibili leda la reputazione dei vecchi proprietari del luogo.


Al rischio legale si aggiunge il pericolo fisico, dettato talvolta dall’eccesso di confidenza nella pratica dell’Urbexing. Calloni ricorda un’esplorazione solitaria in cui entrò in una chiesa abbandonata passando da una stretta apertura sopra una finestra. Una volta dentro, si rese conto che il salto per raggiungere il pavimento era troppo alto e che mancavano appigli utili per risalire. Riuscì a uscire solo accatastando precariamente alcune vecchie sedie, l’una sull’altra. La spinta che muove il progetto Ascosi Lasciti è il fascino per le storie custodite dalla polvere e dal tempo. «Esplorando l’abbandono ci si imbatte in vicende umane straordinarie ed eccentriche», spiega. Racconta l’incredibile aneddoto di un uomo che, per vendicarsi del Comune che gli aveva negato la concessione del castello medievale del Paese, decise di spendere una fortuna per costruire un castello pressoché uguale, ancora più imponente e sfarzoso, proprio di fronte a quello municipale. Una “vendetta” finita poi in rovina, a causa del tracollo economico del proprietario.
In altri casi, l’esplorazione urbana può salvaguardare la memoria storica e artistica del Paese. Durante una recente ispezione in una villa abbandonata, per esempio, il team di Ascosi Lasciti ha scoperto una vetrata monumentale firmata da un celebre artista del passato. L’associazione ha subito allertato le Belle Arti per mettere l’opera sotto tutela statale. Dopotutto, l’essenza dell’Urbex sta proprio qui: godere della bellezza un istante prima che il tempo la cancelli per sempre.
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Emma Besseghini
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