Il caso di Giovanna Bifulco Vccardi: 22 anni di malasanità e malagiustizia;
Dopo oltre due decenni di calvario nei tribunali, la famiglia della donna deceduta a 40 anni denuncia il corto circuito tra l’esame autoptico e le perizie d’ufficio (CTU). L’appello alle istituzioni e la dura battaglia contro un “totale abbandono professionale”.
Ventidue anni di aule giudiziarie, faldoni, speranze infrante e una ferita che non si rimarginerà mai. La storia di Giovanna Bifulco Accardi, deceduta il 3 febbraio 2004 all’età di 40 anni in una struttura sanitaria del Vesuviano (ANSA.it), è lo specchio drammatico di ciò che i familiari e i legali definiscono un duplice incubo: un lampante caso di Malasanità seguito da un altrettanto doloroso percorso di Malagiustizia (Pupia.tv).
Oggi la famiglia, supportata dalle denunce dello Studio Associati Maior (Il Mattino), alza nuovamente la voce per chiedere verità, smontando pezzo per pezzo la tesi della “morte improvvisa e imprevedibile”.
La verità dell’autopsia contro la tesi della “fatalità”
Al centro della vibrante protesta dei familiari vi è una clamorosa e inaccettabile discrepanza tra i dati oggettivi emersi dall’esame autoptico e quanto verbalizzato dalle Consulenze Tecniche d’Ufficio (CTU) nel corso dei procedimenti.
Mentre le relazioni dei periti d’ufficio hanno più volte liquidato il decesso come una “fatalità improvvisa”, la realtà scritta sul corpo di Giovanna racconta una storia ben diversa:
Un quadro clinico compromesso: L’esame autoptico ha accertato che già 24 ore prima del decesso il corpo della donna era gravemente intaccato da un’infezione acuta, descritta come preoccupante e allarmante (Terronian Magazine).
Nessuna morte improvvisa: Giovanna non è morta di un malore fulmineo; ha vissuto un’agonia prolungata, privata della necessaria e tempestiva assistenza sanitaria che avrebbe potuto salvarle la vita (Instagram – Studio Maior).
Cure telefoniche e “buio” diagnostico
La ricostruzione dei giorni precedenti al dramma evidenzia una condotta medica definita dai legali come “un totale abbandono professionale” (ANSA.it).
Ignorando l’effettivo stato di malessere della paziente, diversi medici si sarebbero limitati a effettuare prescrizioni telefoniche a distanza, senza mai eseguire una visita domiciliare diretta, né tanto meno formulare una diagnosi clinica basata su esami approfonditi (Terronian Magazine). Alla donna sono stati così prescritti e riprescritti, per via intramuscolare mattina e sera, forti dosaggi di farmaci importanti. Una terapia pesante, somministrata “al buio”, che ha solo coperto i sintomi senza curare la causa dell’infezione, lasciando la quarantenne a soffrire fino all’esito fatale (Instagram – Studio Maior).
Ventidue anni di battaglie e il riscontro del Quirinale
Il percorso giudiziario che ne è seguito è stato un labirinto estenuante di rinvii, perizie contraddittorie e sentenze che non hanno reso giustizia alla memoria della vittima (Facebook). Una vicenda talmente dolorosa da spingere i familiari a rivolgersi direttamente alle massime cariche dello Stato, scrivendo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro della Giustizia Carlo Nordio (ANSA.it).
Recentemente, dal Quirinale è giunta una risposta ufficiale (Pupia.tv): una lettera in cui la Presidenza della Repubblica esprime massima vicinanza umana per il gravoso e prolungato travaglio giudiziario subito dalla famiglia (Terronian Magazine). Un segnale istituzionale importante, che dà nuova forza alla richiesta di riapertura delle indagini avanzata con fermezza dai consulenti e dai legali della famiglia (Il Mattino).
L’appello dei familiari: «Giustizia per Giovanna»
«Giovanna è stata lasciata morire senza le giuste cure e senza l’adeguata assistenza di cui aveva diritto – dichiarano i familiari – Non accetteremo mai che la sua agonia venga marchiata come una fatalità imprevedibile quando l’autopsia dimostra il contrario. Chiediamo che la Magistratura guardi i fatti reali, che si ponga fine a questo paradosso giuridico e che venga finalmente riconosciuta la responsabilità di chi ha omesso il proprio dovere professionale. Lo dobbiamo a Giovanna, lo dobbiamo alla verità».
La battaglia per Giovanna Bifulco Accardi continua: la famiglia non si ferma e chiede che gli organi di stampa accendano un riflettore definitivo su questa incredibile pagina di cronaca italiana.
La Famiglia BIFULCO ACCARDI Interrompe il silenzio stampa: “Cresce la richiesta di verità e giustizia dopo il riscontro delle istituzioni”.
La famiglia Bifulco Accardi rompe il silenzio. Con una nota ufficiale diffusa in data odierna, i familiari di Giovanna Bifulco Accardi hanno annunciato la fine del rigoroso e dignitoso riserbo osservato fino a oggi sulla prematura scomparsa della donna, avvenuta il 3 febbraio 2004.
A determinare questa importante svolta pubblica è un cruciale sviluppo sul fronte giudiziario e istituzionale: la recente e significativa risposta della Segreteria Generale della Presidenza della Repubblica, che ha espresso profonda vicinanza umana per il lungo e doloroso travaglio affrontato dai familiari in questi ventidue anni.
I parenti della vittima, assistiti dagli avvocati Pierlorenzo Catalano, Michele Francesco Sorrentino e Filippo Castaldo dello Studio Associato Maior, hanno deciso di informare in modo trasparente l’opinione pubblica.
La decisione poggia anche su nuovi e determinanti elementi emersi dall’ultima relazione del medico legale, il dottor Marcello Lorello. L’obiettivo della famiglia è supportare con fermezza la richiesta di riapertura delle indagini già presentata presso la Procura della Repubblica di Nola, per fare definitiva luce sulle gravi negligenze mediche e sul totale abbandono professionale precedentemente denunciati.
“Il nostro silenzio è stato una forma di rispetto per le Istituzioni, ma ora la ricerca della verità esige una voce chiara e pubblica”, hanno dichiarato i familiari. Gli stessi hanno confermato di rimanere da questo momento in poi pienamente disponibili a ogni ulteriore riscontro, sempre con il supporto e alla presenza dei legali dello Studio Associato Maior.
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