08.39 – domenica 16 agosto 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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In questo periodo agostano, mentre molti servizi rallentano e l’attenzione pubblica si sposta altrove, ho incontrato insegnanti, cuochi e personale dei servizi scolastici per fare il punto della situazione. Ho ascoltato il vissuto, le aspettative, i disagi, la praticabilità dell’undicesimo mese. Ho ascoltato anche le famiglie che hanno fruito del servizio, quelle che lo hanno richiesto e poi hanno scelto altro dopo aver visto i figli stanchi. Ne restituisco uno spaccato tutt’altro che felice, che merita di essere portato nel dibattito politico. Il primo nodo riguarda i numeri.

L’Assessora diffonde dati che non corrispondono alla realtà dei fatti e che non restituiscono la situazione delle frequenze, delle esigenze di conciliazione e delle condizioni del personale. Lo dicono le insegnanti che vivono la scuola ogni giorno, non un’opposizione pregiudiziale. Da qui il mio invito all’Assessora a non sottrarsi mai alla richiesta di dati: la trasparenza è un dovere. Ricordo che ho un’interrogazione in sospeso, depositata il 30 marzo, alla quale è stata fornita una risposta interlocutoria il 15 aprile, con scadenza formale e trattandosi di interrogazione complessa la data di scadenza era fissata al 14 maggio. Siamo a ferragosto e ancora non è arrivato nulla. In un’azienda seria i numeri si devono poter estrarre ed ottenere in tempo reale: non è accettabile che la politica non riesca a fare altrettanto.

Ma torniamo all “undicesimo mese che non concilia. È un servizio a domanda, gratuito, che non garantisce continuità né progettualità. Le iscrizioni sono ridotte, le frequenze discontinue, gli autobus viaggiano spesso vuoti, e persino giugno registra presenze molto basse. Nel frattempo sono scomparsi strumenti fondamentali come i voucher del Fondo Sociale Europeo, che permettevano al terzo settore di offrire coperture flessibili nei diversi periodi dell’anno. Dobbiamo interrogarci seriamente se la politica dell’undicesimo mese, voluta a tutti i costi, faccia davvero tornare i conti alla PAT: prenotazioni fatte a gennaio che non corrispondono poi alla libera e legittima fruizione del servizio, approvvigionamenti mensa in esubero.

È una macchina che produce costi e sulla qualità?. E per smentire questa valutazione che non è una percezione, ma un riscontro quotidiano servono dati ragionati, completi, verificabili. Non basta dire che la percentuale dei bambini iscritti a gennaio per il mese di luglio è “di un certo valore”: quel dato, da solo, non significa nulla. Va aggiunta la percentuale dei fruitori reali sul totale dei bambini iscritti alla scuola dell’infanzia, e va indicato un range minimo di continuità, almeno 15 giorni, per capire se il servizio è stato davvero utilizzato e con quale stabilità. Solo così si può valutare se l’undicesimo mese funziona o se, come molti operatori segnalano, produce più spesa, più disagio che conciliazione.

Il secondo nodo riguarda il cosiddetto “benessere scolastico”. Con l’assestamento di bilancio di luglio è stato inserito nella legge provinciale un principio che parla di equilibrio tra dimensioni fisiche, psicologiche, educative e tempi di vita. Ma la distanza tra ciò che si scrive e ciò che si fa è evidente. Da sette anni il personale della scuola dell’infanzia denuncia un malessere crescente: ferie impossibili da pianificare, carichi di lavoro aumentati, rari riconoscimenti. L’unica proposta avanzata nel 2024 dall’Amministrazione prevedeva qualche giorno di ferie solo per le insegnanti, escludendo ausiliari e cuochi, e solo a condizione di non aver fatto nemmeno un giorno di malattia. Una misura respinta dai sindacati, che non risponde al principio di benessere inserito nella legge. Appare una misura usata da deterrente per eventuali assenze per malattia.

Il benessere, se raggiunto, va misurato oltre che percepito. E non dalla politica, ma dai lavoratori. La misurazione prevede il raggiungimento dei cosiddetti benefit che la Giunta ha indicato, come la possibilità di fruire delle ferie al di fuori del canonico periodo. Ma questo benefit non è stato raggiunto: solo una minima parte delle insegnanti ha potuto usufruire dei sei giorni di ferie previsti da contratto a scuola aperta; in alcuni casi sono state concesse ferie anche al personale non docente, ma non ovunque. Per permettere a un’insegnante di andare in ferie si rinuncia alla compresenza, lasciando un solo docente con 25 bambini: una violazione di fatto della L.P. 13/77.

Molti plessi hanno scelto di non attuare questa possibilità per senso di responsabilità. Da settembre a luglio, la maggioranza del personale non riesce a ottenere nemmeno un giorno di congedo se non con permessi non retribuiti. Anche la decisione di confermare le supplenti per l’undicesimo mese, annunciata solo un mese prima, è servita soprattutto a coprire assenze ordinarie: congedi parentali, aspettative, permessi della Legge 104. Bastano pochi calcoli per capire che questa narrazione non regge. È stato un effetto placebo: non ha portato il beneficio sperato, ma solo una routine già consolidata negli anni precedenti.

Il sistema è in affanno. Utilizzare i numeri per convenienza politica, ignorando le persone, non è accettabile. La scuola dell’infanzia sta perdendo qualità pedagogica e benessere del personale, e la società rischia di accorgersene quando sarà troppo tardi. Si sovraccaricano lavoratrici e lavoratori, si assiste alla fuga verso altri settori o verso il part‑time, e si sostituisce personale qualificato con figure prive dei titoli d’accesso. Si parla di conciliazione senza rispettarne i vincoli e senza analizzare i dati reali. E qui inserisco una verità politica che non può essere elusa: la scuola si apre a settembre, e il mondo della scuola arriverà subito sui banchi del Consiglio.

Verranno aperte anche le porte del Consiglio, perché le questioni che oggi sembrano estive e marginali diventeranno immediatamente centrali. Per allora prepariamoci una domanda: quale futuro vogliamo per la nostra scuola? Guardando oltre i nostri confini, è evidente che la scuola ha bisogno di stabilità, identità e progettualità. Il welfare è un’altra cosa: deve rispondere alle esigenze mutevoli delle famiglie con strumenti adeguati, non scaricare sulla scuola funzioni che non le appartengono. Ignorare questi segnali significa mettere a rischio un intero sistema educativo e, con esso, un pezzo fondamentale della coesione sociale.

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Paola Demagri
Consigliera provinciale Casaautonomia.eu


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